giovedì 26 gennaio 2012

LITURGIA, CIOE'?

A differenza di tanti intellettuali e dotti che non sanno da che parte stare, mons. Gherardini si distingue - rara avis - per chiarezza e per consequenzialità. L'analisi è limpida, non inficiata da prese di posizione pregiudiziali, ed ineccepibile sotto il profilo storico, dottrinale e liturgico.
Mi trovo assolutamente d'accordo con la presa d'atto della eterogeneità del Calendario liturgico per i due riti, ma mi permetterei di suggerire di approfondire la
mens che nella riforma liturgica ha deliberatamente abolito o declassato feste, soppresso ottave, spostato Santi, cancellato la Settuagesima, le Tempora e le Vigilie, confinato Cristo Re alla fine dell'anno, rinominato alcune feste in senso Cristologico (come la Purificazione della B.V.M. divenuta la Presentazione di Nostro Signore) ecc.
Se non si comprendono i motivi - così com'è lecito evincerli dal filo rosso che unisce tutti successivi passi della liturgia riformata - non si potrà affrontare un riallineamento dei due riti, se non penalizzando il venerando Rito Romano a vantaggio pur parziale del
Novus Horror.
In questo sono illuminanti gli scritti e le memorie di mons. Bugnini, pubblicate in un corposo (e verbosissimo) tomo che però val la pena leggere, non fosse che per le sorprendenti confessioni ed ammissioni del discusso Prelato confinato come Pronunzio a Teheran.
A mio avviso sarebbe molto più semplice ed auspicabile dare maggior diffusione alla liturgia antica, lasciando che quella riformata - corretta nelle parti più estreme - diventi appannaggio di qualche nostalgico. Se le giovani vocazioni continuano sulla strada sinora intrapresa, tra pochi anni l'
usus antiquior raggiungerà de facto l'usus recentior, se non potrà addirittura superarlo in numero di Messe celebrate: basti pensare alla carenza di vocazioni in campo progressista e all'abuso della concelebrazione nel rito riformato.
A quel punto, si potrà concedere un indulto per quanti, ancorati alla ormai sclerotizzante forma conciliare, vogliono assistere ad una funzione domenicale nella lingua dei carrettieri. 



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Nella tormentata atmosfera del cinquantennio postconciliare, qualche sprazzo di luce ogni tanto s’è fatto vedere, se pur sempre accompagnato da inevitabili zone d’ombra. Era la luce accesa già dal grande Pontefice Pio XII, quando, per rimetter in sesto lo sbilanciato movimento liturgico che stava uscendo dal suo binario, promulgò l’enciclica Mediator Dei (20 nov. 1947)[1]. Lo sbilanciamento principale, accanto ad altri di non secondaria pericolosità, si moveva in direzione del c. d. sacerdozio comune o universale. Guarda caso, ha continuato a muoversi nella medesima direzione in tutto il predetto cinquantennio. Pio XII aveva chiaramente indicato i limiti d’un sacerdozio che è, sì, di tutt’i battezzati, non però tale da neutralizzar il sacerdozio ministeriale, come se Cristo nell’ultima Cena avesse concesso a tutt’i suoi seguaci, indistintamente, il proprio “munus” sacerdotale[2]. Poco dopo, lo stesso Vaticano II confermò tanto la dottrina del sacerdozio comune[3], quanto quella del sacerdozio ministeriale[4] e dichiarò d’ambedue l’ordinazione reciproca avendo parte l’uno e l’altro “all’unico sacerdozio di Cristo”. Tuttavia si premurò di stabilir inconfondibilmente che “il sacerdozio comune dei fedeli ed il sacerdozio ministeriale o gerarchico […] differiscono essenzialmente e non solo di grado”[5].

Non si può dire che una tale disposizione sia stata recepita con grande entusiasmo ed altrettanta fedeltà. Si è arrivati al limite d’un clericalismo paradossale, ribaltato, ovvero laicale, con tutt’i difetti, e talvolta anche più pronunciati, di quello dei preti. Ricordo con quanta convinta fermezza la superiora d’un monastero della Foresta Nera, dov’ero ospite negli anni immediatamente postconciliari, ad una mia osservazione rispose: “Sì, però noi tutte concelebriamo (mitfeiern)”. Lo sbilanciamento non è venuto meno col passare degli anni, anche in conseguenza del rarefarsi delle ordinazioni presbiterali e d’una presa di coscienza, oltre che d’una sempre più massiccia presenza in ambito ecclesiale da parte del mondo laicale.

Ho accennato a zone d’ombra: quella del sacerdozio comune non è l’unica, altre essendosi ad essa congiunte per avvolger la vita e l’attività d’una comunità cristiana nel buio d’una notte fonda, dove il prete spesso non è neanche in grado di star a guardare, come le stelle d’un famoso romanzo.

Eppure, anche nel buio di codesta notte il fulgore della bellezza e dell’armonia, come la misteriosa stella dei Magi, è riuscito, se non ad avvampare, a farsi almeno notare: il fulgore della sacra Liturgia. Fulgore tuttora offuscato da una riforma slegata dalla storia e da esigenze pratiche, della quale nove su dieci invocan oggi la controriforma. Mortificato da una sfrenata creatività e teatralità soggettiva a danno della sacralità dell’azione sacra. Soffocato da una legislazione che parve esaltarsi nel decretar o consentire la distruzione sistematica d’altari, balaustre, pulpiti e di quanto fosse giudicato d’impedimento alla comunicazione della comunità in linea orizzontale[6]. Quel fulgore si sprigionò, sia pur timidamente, nel momento stesso in cui fervevano, avvicendandosi, le iniziative per l’applicazione del Vaticano II e della successiva riforma liturgica: mentre questa concorreva all’autodemolizione della Chiesa, prendeva consistenza un’autoconsapevolezza liturgica che via via lasciava il segno.

Romano Amerio prendeva netta posizione contro “l’opera più imponente, più visibile, più universale e più efficace del Vaticano II”, la riforma liturgica, che definiva contraddittoria perfino rispetto “ai testi della grande assemblea”[7]. Klaus Gamber riportava all’attenzione dei Pastori, dei teologi e dello stesso popolo di Dio l’esigenza ineludibile di rivedere le decisioni ufficiali circa la costruzione dei luoghi di culto, il loro orientamento e quello dell’altare, nonché del celebrante durante il sacro rito[8]. Sull’argomento prendeva posizione anche il grande Joseph A. Jungmann, il noto autore di
Missarum Sollemnia[9], mentre Manlio Sodi curava l’edizione dei sei libri della riforma tridentina[10], tra i quali, in collaborazione con A. M. Triacca, il glorioso Missale Romanum[11].

Da parte sua la
Fraternità sacerdotale san Pio X, sia pur dalla scomoda posizione di voce “a latere” e priva d’ufficiale riconoscimento, continuava la sua testimonianza a favore della Tradizione con particolare accentuazione di quella liturgica. Altri scritti, non certo a valanga ma nemmeno tanto rari, si rivelavano ineccepibili tanto sul piano del riferimento alle fonti e dell’evoluzione storica, quanto su quello del valore teologico e del rapporto fra Liturgia e Fede.

I guizzi di codesto fulgore, ora più insistenti ora appena percepibili, mai però sotterranei, hanno accompagnato la lunga interminabile insopportabile fase della ricezione ed ermeneutica del Vaticano II. Nel 2007, però, un evento eccezionale: Benedetto XVI, con il
motuproprioSummorum Pontificum”[12], riconobbe come mai abrogato l’antico rito romano della c. d. Messa tridentina, promulgò norme giuridico-liturgiche perché esso potesse liberamente celebrarsi con l’uso del Messale Romano approvato nel 1962 da Giovanni XXIII e dispose l’entrata in vigore di tali disposizioni il 14 settembre di quel medesimo 2007. Nel 1984, con la “Quattuor abhinc annos” di Giovanni Paolo II, eran già state prese alcune decisioni a favore di chi avesse voluto celebrare l’Eucaristia con il rito antico: tali decisioni però vennero da non pochi ignorate e da molti, anche vescovi, osteggiate. Sembrava che la liturgia in vigore da secoli fino al 1970 fosse diventata improvvisamente blasfema; la si boicottava, la si spregiava, la si condannava[13]. Alla testa dell’indecente ed immorale contestazione, una buona parte dell’episcopato. Alcuni ecclesiastici non avevan alcun ritegno nel dire di no alla legittima domanda della Messa tradizionale ed a spalancare le porte delle loro chiese a protestanti e musulmani: “Cosiffatto è il guazzabuglio del cuore umano”!
A chi fosse rimasto sorpreso dal cioè del mio titolo, la scomposta reazione alle disposizioni suddette dovrebbe neutralizzar ogni sorpresa. Ed altrettanto il velleitario presenzialismo di quei tuttologi che si buttan a capofitto dovunque avvertono qualche stormir di fronda, trinciando giudizi a destra ed a sinistra, come se tutto dovesse passar al vaglio del loro si o del loro no. Costoro, non potendo ignorar il dibattito sulla Liturgia, ne trattarono e ne trattano dall’altezza della loro insipienza. Quando leggo che “la celebrazione è presenza e azione di Cristo che si attualizzano nei partecipanti all’azione liturgica”, non posso reagire che con un cioè?, e confessare che non ci capisco un’acca, convinto come sono che Cristo si fa presente sacramentalmente nell’azione liturgica e non nei partecipanti alla medesima. Del pari rispondo con un cioè? a chi mi dice che “riti preghiere musiche e canti debbono iconizzare l’invisibile presenza di Cristo attraverso l’azione dello Spirito Santo”: se l’invisibile diventa icona, cessa d’esser invisibile. Chi poi dichiara che “l’attuazione dell’agire di Cristo nella celebrazione è espressione della sua presenza in mezzo a noi” merita lo stesso cioè?, perché mi ricorda l’Odo Casel non della sua “Mysterientheologie” che ha positivamente rivoluzionato lo stesso modo di parlar in termini liturgici, ma d’alcuni suoi aspetti collaterali contestabili e contestati, come la presenza di Cristo che il rito riproporrebbe secondo tutte le sue circostanze di tempo e di luogo: tali circostanze circoscrivon una persona e le sue azioni in un determinato ubi et quando, senza possibilità – se non quella sacramentale, dovuta ad una disposizione dello stesso Cristo e a ciò che san Tommaso intende con l’espressione “virtus fluens Christi”– di ripresentarsi hic et nunc.
Purtroppo il cioè? affiora anche dalle conseguenze del motuproprio “Summorum Pontificum”. Voleva avviare una pace liturgica ed ha – per colpa dei ribelli – incentivato la guerra. I due riti, impropriamente definiti ordinario e straordinario, son di per sé irriducibili: il loro unico punto di convergenza è la transustanziazione, sempre che i moderni teologi ci credan ancora e non le preferiscano la transfinalizzazione o la transignificazione. Per il resto son due ordinamenti l’uno lontano dall’altro. Non c’è corrispondenza nel calendario, non nelle memorie e nelle feste dei Santi; perfino quelle di N.S. Gesù Cristo e della Madonna son, in varie circostanze, diversamente dislocate. Abissale è la differenza delle antifone alle Lodi ed ai Vespri. La divisione dei tempi liturgici avviene secondo un rito, il nuovo, lungo un intero triennio; secondo l’altro, l’antico, in un unico anno. La stessa denominazione dei tempi è cambiata: un giovane prete oggi non sa neanche che cosa fosse la Settuagesima, o la Sessagesima e la Quinquagesima, combaciando i due ordinamenti nella sola Quaresima. Se poi l’analisi si sposta sul versante linguistico e canoro, si rizzan i capelli anche a chi ne è privo. Le orazioni sono espresse, oggi, o in un latino da quinta ginnasiale o in un volgare che talvolta più volgare non si può. Due Chiese? Certamente no, ma l’impressione è quella. “Anfibologia”, direbbe Amerio.
Per toglier ogni giustificato motivo al cioè? il Santo Padre potrebbe portar a termine l’opera iniziata con il suo “Summorum Pontificum”: coordinando gli attuali due riti, in maniera che l’uno corrisponda pienamente all’altro, rimanendo ovviamente ambedue quel che sono: un rito nuovo ed uno tradizionale.
Brunero Gherardini
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1) In AAS 39 (1947) 528ss.
2) Ibidem p. 553.
3) AA 3: “I laici vengon consacrati per formar un sacerdozio regale ed una nazione santa (1Ptr 2,4-10), onde offrire sacrifici spirituali mediante ogni attività e render ovunque testimonianza a Cristo”.
4) Si veda LG 20, 26, 41; CD 28; PO 5, 7, 8, 10-11, 16; OT 12.
5) LG 10.
6) E’ da poco apparso, tradotto e pubblicato dalle Suore Francescane dell’Immacolata di Città di Castello, un opuscoletto di M. Davies (1936-2004), L’Altare Cattolico, (pro manuscripto) Città di Castello 2011. L’Autore, un convertito dall’anglicanesimo e con lo stupore un po’ indignato tipico del convertito, documenta e lamenta la detta distruzione.
7) AMERIO R., Iota unum. Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel XX secolo, a c. di E. M. Radaelli, Lindau, Torino 2009, p. 543-579
8) GAMBER K., Ritus modernus. Gesammelte Aufsätze zur Liturgiereform, (SPLi 4), Regensburg 1972; ID., Liturgie und Kirchenbau. Studien zur Geschichte der Meßfeier und des Gotteshauses in der Frühzeit, (SPLi 6), Regensburg 1976; ID., Zum Herrn hin! Fragen um Kirchenbau und Gebet nach Osten, (BSPLi 18), Regensburg 1987 (19942). Su questi medesimi argomenti e su quello più generico della sacra Liturgia in quanto tale nel postconcilio hanno scritto decine e decine d’Autori, fra i quali importantissimi LANG U. M., Conversi ad Dominum. Zu Geschichte und Theologie der christlichen Gebetsrichtung, Johannes Verlag, Friburgo 2003; RATZINGER J., Das Fest des Glaubens. Versuche zur Theologie des Gottesdienstes, Friburgo 1981 (19933); ID., Der Geist der Liturgie. Eine Einführung, Friburgo 2000; ID., Theologie der Liturgie, in “FKTh“ 18 (2002) 1-13; ID., Der Geist der Liturgie oder die Treue zum Konzil, in LJ 52 (2002) 111-115,
9) JUNGMANN J. A., Der neue Altar, in “Der Seelsorger” 37 (1967) 374-381; ID., Messe im Gottesvolk. Ein nachkonzialiarer Durchblick durch Missarumn Sollemnia, Friburgo 1970.
10) Libreria editrice vaticana, 1997-2005.
11) Ivi, 1998.
12) In AAS 99 82007) 777-781
13) Si vedan al riguardo le lucide parole con cui, nel 2001, il card. J. Ratzinger descriveva una così assurda situazione: Dio e il mondo. Essere cristiani nel nuovo millennio, ed. San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2001, p. 379-381

mercoledì 25 gennaio 2012

FACTA LEX INVENTA FRAUS (Come non lasciarsi boicottare il Mutu Proprio)

Fatta la legge, trovato l’inganno. Questo adagio compendia l’opera di chi non intende sottomettersi alla mens, cioè allo spirito della legge, ma simula una farisaica obbedienza alla lettera. Talvolta l’obbedienza è soltanto apparente, e nei fatti la legge è sostanzialmente infranta. Non fanno eccezione le leggi della Chiesa, specialmente quelle che obbligano e vincolano il reverendo Clero: non è un caso se in passato la saggezza dei Pastori accompagnava i sacri canoni con le pene per chi li avesse infranti: ad esempio, il chierico che partecipava al Carnevale era colpito da scomunica, e da una ammenda in denaro. Così, o per sacro timor di Dio, o per non dover pagar la multa, la disciplina era praticata dai più. D’altra parte, nullum jus sine poena: promulgare una norma che non preveda una sanzione equivale a non darle forza cogente. Per questo motivo, quando Giovanni Paolo II promulgò una legge che obbligava i sacerdoti all’uso dell’abito ecclesiastico, il card. Oddi ebbe a dirgli che, non essendo prevista alcuna sanzione canonica comminata ai trasgressori, difficilmente avrebbe trovato pronta esecuzione. E difatti oggi è raro veder sacerdoti e prelati in clergyman, ancor più raro in veste talare.

Anche il Motu Proprio è una legge della Chiesa, promulgata con tutte le caratteristiche di un documento in cui si esprime il Magistero Apostolico del Sommo Pontefice. Ciò dovrebbe essere sufficiente per portare ogni chierico, in uno spontaneo slancio di fedeltà al Vicario di Cristo in terra, ad obbedirvi senza esitazione, sapendo cogliere l’intenzione dell’augusto Legislatore. Se non fosse che l’autorità del Papa e dei Vescovi è messa in discussione da chiunque, non appena si discosta di un et dal superdogma conciliare ed ecumenico. E mentre non si esita a tramutare in articoli de fide anche le opinioni private e personalissime del Papa se le si trova di proprio gusto – e questo, occorre dirlo, è un atteggiamento assolutamente bipartisan – ecco che anche un atto del Supremo Magistero viene fatto oggetto di mille distinguo, o completamente ignorato, se non addirittura pubblicamente contestato, quando non coincide con le proprie convinzioni.

Ad ogni modo, premesso che l’obbedienza dei chierici secolari non è mai stata una delle virtù in cui amassero cimentarsi, non stupisce che anche il Motu Proprio si sia dovuto infrangere quasi sempre contro la pertinacia dei suoi avversari. I più dichiarati non simulano nemmeno di obbedire, e affermano ore rotundo di non avere alcuna intenzione di applicarlo: i casi sono noti a tutti e finiscono per sortire effetti controproducenti. Infatti, se un Vescovo fa strame della Summorum Pontificum e vieta la Messa Romana in tutte le chiese della propria Diocesi, la Commissione Ecclesia Dei non può esimersi dall’intervenire, con maggiore o minore diplomazia. In ogni caso, la lettera in cui la Santità di Nostro Signore accetta le dimissioni di quel Prelato per raggiunti limiti di età è già pronta sul Sacro Tavolo. Chi fa la voce grossa serve soprattutto a chi si guarda bene dall’emularlo mettendosi in mostra: al massimo si potrà deplorare con qualche confratello – sorbendo il caffé dopo una riunione dell’Episcopato – il clima di epurazione e di intimidazione di questo Pontificato.

I più astuti, invece, si mostrano a parole tra i più accondiscendenti, salvo poi imporre la propria volontà contro la volontà sovrana del Papa, a cui pure sono immediatamente soggetti. Arriva dunque il giorno che il segretario particolare, con aria imbarazzata, porge al Presule la lettera, regolarmente protocollata dalla Cancelleria, in cui un gruppo stabile di fedeli, ai sensi e per gli effetti degli articoli tale e talaltro del Motu Proprio Summorum Pontificum, chiede all’Ecc.mo Ordinario la celebrazione della Messa secondo l’edizione del Missale Romanum del 1962 promulgato dal beato Giovanni XXIII.
Errore: non ci si deve MAI rivolgere all’Ordinario, ma al proprio Parroco. In primo luogo perché così stabilisce il MP; in secondo luogo perché si dimostra di conoscere i propri diritti, e si dà la possibilità al Parroco di acconsentire generosamente senza che l’ordine gli venga dall’alto. Il Parroco non deve chiedere nessun permesso al Vescovo, visto che la celebrazione della Messa tridentina è un diritto del fedele. Ed ancor meno dovrà chiedere il permesso per celebrarla privatamente, dal momento che anch’esso è un diritto riconosciuto dal Papa a tutti i sacerdoti. Quindi all’Ordinario non si deve chiedere alcunché. Al massimo lo si potrà informare, a cose fatte, ammesso che non ne sia già al corrente grazie alla rete di informatori di cui dispone. Che se poi vorrà intervenire, con un abuso, impedendo l’esercizio di tale diritto, dovrà farlo autonomamente, e senza trovarsi nella condizione di potersi organizzare preventivamente dissuadendo, temporeggiando, intimidendo, cercando scuse. Agli ecclesiastici, massime ai Prelati, non piace dover prendere iniziative, sollevando polemiche sulla stampa e attirando l’attenzione dei Superiori. Quindi, se il Vescovo vorrà proprio proibire la Messa antica, dovranno farlo dopo che il Parroco sarà stato interpellato dai fedeli. Valuterà i pro e i contra e si muoverà di conseguenza.

Alla prima lettera di solito non viene dato seguito. Si vuol vedere se il coetus fidelium è veramente convinto e determinato. E infatti dopo alcune settimane giunge una seconda lettera, che non è più possibile ignorare. Viene quindi convocato in Curia il rappresentante del gruppo stabile. Giunto il giorno fatidico, ecco il nostro delegato, col vestito della festa, in anticamera. Una mezz’ora almeno di attesa serve sempre ad ricordargli che certi usi rinascimentali della Corte Papale vigono anche nel postconcilio. Finalmente il laico viene fatto entrare ed è accolto dal Vescovo in veste filettata, che di buon grado si lascia baciare l’anello, e che con sorrisi e gesti benevolenti fa accomodare l’intimidito interlocutore. Le domande iniziano vaghe e generiche: come sta il suo parroco, come va la famiglia, e tutto il repertorio dei convenevoli che preannunciano un terzo grado.

Si viene quindi sottoposti ad un fuoco di fila di domande incalzanti: chi siete? cosa volete? perché proprio adesso? in che rapporti siete con i lefebvriani? avete persone politicamente impegnate a destra nel vostro gruppo? Ovviamente il poveretto è semplicemente il primo firmatario della richiesta di altri semplici conoscenti, tutte persone normalissime, padri di famiglia, studenti, qualche persona anziana. E a queste domande il nostro delegato risponde imbarazzato, in modo impreciso e dicendo di non conoscere le idee politiche degli altri fedeli.
Errore: il coetus fidelium non è una associazione o un sodalizio, ma un semplicissimo gruppo stabile di persone con l’unico immediato interesse in comune di avere la celebrazione della Messa tridentina. Quindi non si è tenuti in alcun modo a fornire né elenchi di aderenti, né referenze, né patenti di irreprensibilità politica. Ma si suppone che effettivamente i membri del gruppo siano persone per bene, politicamente moderate e che non vogliono usare la Messa come alibi per altri scopi. Secondo alcuni pareri autorevoli, il gruppo può essere composto da pochi fedeli: tre o quattro persone possono bastare, ma quando si ha a che fare con chi cerca pretesti è più prudente raccogliere almeno una ventina di adesioni.

Altro caso: il delegato è in effetti  membro di un’associazione laicale e risponde dando referenze, indicazioni sui ruoli di ciascuno del gruppo, sul suo lavoro e via elencando.
Errore: una associazione laicale, a rigore, dovrebbe rivolgersi al proprio Cappellano, per analogia con quanto deve fare un normale fedele con il proprio Parroco, ossia con colui alla cui cura pastorale egli è affidato. Quindi si dovrà evitare meticolosamente di sovrapporre le cose: se una associazione chiede la Messa antica, le verrà assegnata probabilmente una chiesa non parrocchiale, dove i suoi membri potranno seguirla in quanto membri dell’associazione. Esattamente come i Carismatici, i Focolarini, i Ciellini, gli Alleantini ecc. Viceversa, se la Messa viene chiesta al Parroco dai suoi fedeli, i membri dell’associazione potranno rivolgersi ognuno nella propria chiesa, raccogliendo qualche conoscente, e moltiplicando esponenzialmente il numero di Messe richieste. Si tenga presente che – anche alla luce dell’esperienza di questi anni – molto spesso vi sono fedeli che scoprono quasi per caso l'usus antioquior vedendolo celebrare nella propria parrocchia, e quanti inziano ad assistervi magari per curiosità quasi sempre diventano assidui e partecipi a questo rito. Quindi è più che opportuno non considerare la Messa come appannaggio di un gruppo, ma al contrario favorirne la diffusione nel maggior numero di Parrocchie della Diocesi. E si dovrà fare in modo che i fedeli non si sentano membri coaptati di un’organizzazione particolare, ma semplicemente normali parrocchiani. La ghettizzazione è una tentazione cui cedono in molti: da un lato quanti mirano a separare i corpi estranei, i nostalgici del rito antico; da un altro proprio quegli strani, che con quella scusa possono far quel che credono, a dritto e a rovescio, confermando troppo spesso le riserve dei loro oppositori. Ogni Diocesi conta qualche eccentrico che smania di risponder cerimoniosamente Ad Deum, qui lætificat juventutem meam in veste e cotta, con enfatici salamelecchi e petulanti correzioni al povero inesperto celebrante, che si arabatta col foglietto non ancora mandato a memoria. Questa schiera di infelici è croce e delizia utriusque ritus, e pure i progressisti se li devono sorbire a declamare È parola di Dio arrampicati all'ambone o a vagare in presbiterio per sistemare i microfoni. E mentre la Messa in parrocchia consente anche ai chierichetti di conoscere i tesori dell’antica liturgia, la Messa di un’associazione rischia di diventare palcoscenico di stravaganti, esteti ed appassionati de’ begli arredi. Il tutto a discredito della buona causa e a vantaggio dei detrattori, ai quali viene offerta su un piatto d’argento la testa del povero sacerdote attorno al quale costoro dondolano il turibolo o intonano il Graduale.  

Il Vescovo non risponde mai immediatamente. Di solito la risposta si fa attendere parecchio, con la speranza che – al pari delle lezioni scolastiche – si arrivi abbastanza vicino alle ferie per poter rimandare tutto all’autunno successivo, o all’anno dopo. Certo è che, quando un Prelato risponde Vedremo ci si può già metter l’animo in pace, perché in linguaggio curiale questo è un No. Si deve tener conto che ogni decisione importante è preceduta da una consultazione dei notabili di Curia e, non di rado, dell’intero Presbiterio, ossia di tutti i sacerdoti della Diocesi, o quantomeno dei Parroci. Di questi chiari di luna, va da sé che su cento sacerdoti almeno novanta sono contrari al MP e faranno di tutto per significarlo a Sua Eccellenza. Anzi: quanto più il loro numero dovesse essere esiguo, tanto maggiore sarà lo strepito che faranno. I favorevoli o gli indifferenti, da bravi chierici, si guardano bene dal dirlo e tacciono come San Pietro nel cortile del Pretorio, ut videret finem, per vedere come va a finire.
Ecco un altro motivo per il quale non è opportuno rivolgersi al Vescovo: si permette una levata di scudi da parte degli oppositori del MP mentre, se si chiede la Messa al Parroco, questi verrebbero eventualmente coinvolti solo dopo, e a cose fatte. E non ci si lasci intimidire con l’accusa di organizzare colpi di mano: l’esercizio di un diritto non esclude di ricorrere ad una strategia che consenta, nei confini della liceità e della correttezza, di raggiungere lo scopo che ci si prefigge. Se si vuole invece fare una semplice battaglia di principio, ci si scontrerà inesorabilmente contro l’autorità dell’Ordinario – ancorché esercitata abusivamente – e non si otterrà l’applicazione del MP.

Alla fine la lettera del Vescovo arriva. Sulla carta pregiata campeggia lo stemma di Sua Eccellenza, col numero di protocollo e tutti i crismi di un documento di Curia, perfino il sigillo e la firma del Cancelliere. La prima eventualità è che l’Ordinario non accolga la richiesta: ed ecco confermato il motivo per cui non si deve chiedere il permesso di esercitare un diritto a chi non solo non è competente a concederlo – dal momento che un’Autorità a lui superiore l’ha già fatto – ma che, una volta interpellato, ha la possibilità de facto di negarlo. È proprio nel momento in cui ci si è rivolti al proprio Vescovo che gli si è riconosciuta la potestà di decidere, in deroga al dettato del MP.

La seconda eventualità è che temporeggi. Anche in questo caso, chiedendo al Parroco si sarebbero evitati questi problemi.

La terza eventualità è che Sua Eccellenza si degni acconsentire, destinando una chiesa non parrocchiale alla celebrazione della Messa, in determinate circostanze e a certi orari, per coloro che l’hanno chiesta. Una Messa festiva – o prefestiva con validità di precetto – magari ogni due domeniche. Nella più rosea delle ipotesi, Messa tutte le domeniche e feste comandate. Ed ecco i firmatari della petizione a gioire
anch’io festevole e a diramare comunicati stampa alla gazzetta locale e su tutti i siti tradizionalisti di internet. Una conquista per la Tradizione! Un gesto che rivela lo zelo pastorale del Vescovo!
Errore: la designazione di una chiesa non parrocchiale non è conforme al MP, ma all’Indulto che Giovanni Paolo II promulgò nel 1988 e che è stato abolito dalla Summorum Pontificum. L'Istruzione applicativa prevede la mera possibilità di questo, ma la via ordinaria è la richiesta al Parroco. Quindi chi crede di aver ottenuto qualcosa nel momento in cui gli viene accordata una riserva liturgica in cui godersi la Messa tridentina si sbaglia: viene ghettizzato, e si rende ben più difficile la diffusione di altre Messe nella Diocesi. Se infatti la Messa antica viene celebrata in una parrocchia per i suoi fedeli, si può coerentemente replicare anche nelle altre, in cui vi siano altri fedeli intenzionati ad avvalersi di quel diritto. Ma se ci si fa destinare una chiesa a parte, questa esaurirà quasi sicuramente ogni ulteriore richiesta, e qualsiasi fedele potrà esservi indirizzato. E si noti che questa ghettizzazione è quanto di più alieno possa esservi dallo spirito dell’antica liturgia, che è romana, cioè della Chiesa di Roma a cui apparteniamo, e non monopolio di un gruppo. Il Cattolico rifugge dalle sette, e giustamente: egli vuole solo la Messa, nella chiesa in cui è stato battezzato, in cui ha imparato il Catechismo, in cui si è sposato, in cui è conosciuto dal proprio Parroco, ma dove comunque non si sente escluso o separato dai suoi amici e conoscenti. Troppo tardi, a questo punto, chiedere che il Vescovo torni sui propri passi: l’errore iniziale ha compromesso tutto e se si protesta si verrà facilmente accusati di essere incontentabili, di avere troppe pretese, di non tener conto delle esigenze pastorali ecc.

Quando un Vescovo, senza che vi siano palesi violazioni delle condizioni previste dal MP, rifiuta di accordare la Messa tridentina, ci si può rivolgere alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, ora incorporata nel Sant’Uffizio – pardon – nella Congregazione per la Dottrina della Fede. Come sempre, il prestigio del Prelato è pari al suo peso dinanzi alla Commissione, per cui è raro che giugano intimazioni o ordini perentori a un Cardinale o un Arcivescovo. Di solito il primo passo è una telefonata di cortesia da parte di un qualche Monsignore, con cui si prega Sua Eccellenza di voler dar seguito alle richieste dei suoi fedeli. Se l’Ordinario è un porporato, lo chiamerà il Presidente della Commissione, anch’egli Cardinale e Prefetto di Congregazione. Quando le difficoltà aumentano, parte la lettera riservata. Raramente vengono prese misure ulteriori. Di per sé, essendo ora un organo del Sant’Uffizio, la Commissione opera come un Dicastero Papale, ma se un Vescovo disobbedisce apertamente al Papa, probabilmente non avrà scrupoli a disobbedire anche a chi parla a nome del Papa. In ogni caso non si scatena certo una guerra per quattro laici che vogliono l’antica liturgia. E intanto il tempo passa.

Ipotizziamo ora che i fedeli si accontentino di una chiesina del centro, in cui appagare il proprio bisogno di liturgia romana. Chi sarà il celebrante? Nove volte su dieci è un sacerdote che non celebra la Messa antica da quarant’anni, e forse non l’ha mai vista celebrare nemmeno da piccolo. Se non ha mai celebrato la forma straordinaria quand’era ordinaria, avrà imparato a celebrare alla bell'e meglio il Novus Ordo in italiano, senza alcuna formazione rituale e cerimoniale. Probabilmente non sa nemmeno il latino, e questo è un problema ulteriore e molto grave, poiché è indispensabile che il sacerdote capisca immediatamente ciò che legge sul Messale. Se invece è stato ordinato prima del Concilio, si ricorderà qualcosa, con le mille variazioni indotte dal nuovo rito. Chi vuole boicottare il MP si diverte un mondo a mettere in riga qualche pretino indocile, affidandogli questo ingrato incarico. Quindi sarà arduo insegnargli qualcosa, anche ammesso che si sia in grado di imparare.
Errore: non è compito dei fedeli insegnare al Clero come dir Messa secondo l’antico rito. Di per sé si dovrebbe pretendere dal Vescovo che dia indicazioni al celebrante affinché, prima di iniziare la celebrazione, la studi nei minimi dettagli e ne impari bene tutte quelle parti che si devono sapere sub gravi a memoria. Se poi, per spirito di collaborazione, c’è chi può aiutare in quest’opera di formazione liturgica, ben venga: ma si valuti attentamente che sia effettivamente una persona competente e di provata capacità, altrimenti si aggiunge errore a errore. In ogni caso, dovrebbe esser buona norma che fossero altri sacerdoti, magari di qualche Istituto legato alla liturgia tridentina, a farsi carico di insegnare al celebrante a dir Messa correttamente.  

Se si pensa alla sacralità del Santo Sacrificio, verrà naturale fare in modo che tutto il rito segua scrupolosamente le norme e le disposizioni della Chiesa. Eppure qualcuno, sotto l’influenza nefasta del libertinaggio rituale di gran moda, dirà che all’inizio si può esser tolleranti sul modo in cui viene celebrata la Messa antica. Fotocopie per le preghiere ai piedi dell’altare, inchini assenti, Canone letto ad alta voce, genuflessioni omesse, dita disgiunte dopo la Consacrazione e via elencando. Tutto tollerato – all’inizio, s’intende – come tutto è tollerato nella Messa riformata. 
Errore: gli adattamenti – in un senso come nell’altro – sono assolutamente arbitrari e non sono previsti dal MP, il quale ha riportato in vigore il rito del 1962, non quello di Pio XII né quella congerie di experimenta che si sono susseguiti fino al nuovo rito. Quindi sarà opportuno dotarsi di un manuale di liturgia aggiornato al 1962 e non dar libero sfogo alla propria creatività. E visto che tra gli zelatori del tempio abbondano coloro che vorrebbero pontificare anche la recita delle Preci Leonine, è il caso che ci si ricordi che è ben preferibile una decorosa Messa letta celebrata correttamente secondo le Rubriche, piuttosto di una Messa in terzo piena di pasticci e di abusi, non ultimo un laico a far da suddiacono con berretta e manipolo. Iniziare con la Messa letta permette al celebrante di prender sicurezza, per poi passare magari alla Messa cantata, e infine a quella solenne solo quando ci siano Ministri e inservienti preparati. Per i pontificali serve sempre un cerimoniere in sacris che conosca alla perfezione il rito in tutte le sue parti, oltre ad una serie cospicua di chierici esperti. E occorrono anche tutti i paramenti e le vesti prescritte, che una volta si chiedevano in Cattedrale e che oggi con ogni probabilità sono irreperibili o inutilizzabili. I laici addetti al servizio sono certamente lodevoli, e possono aiutare non poco nel limite delle proprie competenze. Ma non dovranno mai svolgere ruoli propri e specifici del Clero. E comuque si preferisca, specialmente nelle piccole comunità, la sobrietà di una Messa letta o dialogata agli sfarzi improvvisati che nulla hanno di romano. Anche nel senso opposto, si ricordi che la Messa inizia in sacrestia con la Præparatio, e che in sacrestia finisce con la Gratiarum actio, quindi non si aggiunga e non si tolga nulla a tutto quello che è indicato nelle Rubriche. E se ad esempio il Messale dice che il sacerdote deve uscire dalla sacrestia a capo coperto, nessuno è autorizzato ad abolire la berretta solo perché la deve indossare due minuti. Inutile dire che la veste talare è ancor oggi prescritta sub gravi nel senso che chi non la mette compie peccato mortale per l’amministrazione dei Sacramenti, quindi a fortiori si dovrà pretendere che il celebrante venga in veste e non in clergyman, anche se il camice copre tutto. La liturgia romana è scuola di stile, di disciplina e di contegno: spesso chi impara a celebrare il rito straordinario è portato spontaneamente ad una maggiore compostezza anche nel rito ordinario. Non si permetta che accada il contrario, e che le rilassatezze della liturgia moderna contaminimo anche l’antica.

In taluni casi l’Ordinario designerà un sacerdote che già conosce il rito antico, e questo semplificherà molto le cose. In altri casi, non volendo nominare un solo celebrante per evitargli l’infamante marchio di tradizionalista, il Vescovo darà questo incarico a cinque o dieci sacerdoti, che dovranno alternarsi nella celebrazione della forma straordinaria. Una scelta che potrebbe apparire positiva, perché in questo modo si avvicinano più chierici al rito antico; ma che di fatto è solo un altro modo per garantire una sostanziale ingestibilità all’iniziativa. Dovendo celebrare una volta ogni mese o addirittura ogni due o tre mesi, ogni sacerdote non fa in tempo ad imparare qualcosa che già la dimentica, e ad ogni Messa si dovrà quasi ricominciar daccapo. Inoltre, la presenza di più celebranti rende di fatto impossibile avere una continuità liturgica, per cui i responsabili del gruppo stabile finiranno per diventare gli unici referenti, col rischio di monopolizzare la chiesa in cui la Messa viene celebrata.
Errore: affidare l’organizzazione delle celebrazioni ad un gruppo o ad una associazione conferisce una caratterizzazione – non solo in senso liturgico – che non è assolutamente prevista dal MP. Infatti, se la Messa è celebrata in parrocchia, essa rimane parte della vita parrocchiale, senza creare divisioni, sotto il controllo del Parroco. Se invece i fedeli possono organizzarsi come meglio credono in una chiesa separata dalla parrocchia, andranno a costituire una comunità a sé stante, con tutti i rischi del caso. Primo fra tutti, lo svilupparsi di quelle dinamiche elitarie che portano a personalizzazioni del rito estranee allo spirito romano. Così l’incauto fedele che si avventura alla Messa festiva verrà squadrato dagli appartenenti del coetus come un corpo estraneo, riservandosi il diritto di accoglierlo o escluderlo dalla loro comunità sulla base di criteri a dir poco opinabili. Non è raro il caso di associazioni che considerano la Messa come una proprietà inviolabile, non fosse che per il fatto di averla ottenuta dal Vescovo, e che ritengono che chiunque vi si accosti debba in qualche modo aderire anche alle finalità che esse si prefiggono. Ma è ben chiaro che, posto il diritto di un fedele di avere la celebrazione nella forma straordinaria, tale diritto si può e si deve esercitare senza alcuna restrizione, specialmente se essa contraddice lo spirito del MP. Infine, la tanto decantata dimensione comunitaria della vita parocchiale viene meno, creando da una parte lo sparuto gruppo di ben identificabili integralisti, e dall’altra la ben più nutrita schiera dei normali. Un vero favore per chi non vuole la diffusione della Messa tridentina e al tempo stesso può additarne i sostenitori come dei settari.

Il fenomeno dei gestori della forma straordinaria è una piaga che non si finirà mai di deplorare: in nessuna epoca si è data una tale invasione del santuario da parte dei laici, e quello che certi tradizionalisti rimproverano ai Carismatici o ai Neocatecumenali si ripropone pedissequamente anche sul campo opposto con danni incalcolabili per la causa della Tradizione. Al di là dell’autonomia di cui godono gli Istituti di Diritto Pontificio – che come tali hanno tutto il diritto di avere una propria spiritualità – ci sono gruppi e gruppuscoli tradizionalisti che coltivano il proprio particulare con caparbietà, a colpi di pontificali e di Messe solennissime con annessa indulgenza plenaria. Ma quel che può esser legittimo in una comunità dotata di un proprio statuto non può e non deve diventare legge comune della Chiesa, costringendo chierici e laici a subire i diktat di presunti Gran Maestri di fantomatici ordini cavallereschi, che alla prova dei fatti risultano esser semplici presidenti di pii sodalizi. Intelligenti pauca.

Lo stesso dicasi per gli ubiqui di certe associazioni che oggi si impongono, senza alcuna investitura e nessun titolo, a mediatori della causa tradizionalista con le Curie e i Vescovi. Li si trova dovunque, sempre pronti ad intervenire per mediare, e non si capisce se costoro abbiano veramente a cuore la Messa tridentina o piuttosto assecondino un irrefrenabile desiderio di mettersi in mostra. I teorici del cosiddetto infiltrismo hanno dimostrato che, lungi dall’aver saputo svolgere una vera politica di occupazione delle casematte del potere ecclesiastico, si sono invece lasciati contaminare dallo spirito progressista, o piuttosto dalla mera ambizione, alla quale hanno asservito ogni propria azione. A causa di questi onnipresenti inframettitori, non è possibile alcuna iniziativa senza il loro placet, che giunge dall’alto come una grazia, dopo essersi imposti come non richiesti mediatori con Sua Eccellenza. E ci si chiede – non senza ragione – per quale motivo la reverenda Curia attribuisca loro un ruolo che nessuno ha mai accordato, se non per avvalersi dei loro servigi come quinta colonna. Ovviamente i singoli fedeli, alieni alle meschine lotte di potere interne ai movimenti cosiddetti tradizionalisti, sopportano queste ingerenze come un fatto ineluttabile.
Errore: a nessuno, laico o chierico, il MP accorda ruoli preminenti. Anzi si dovrebbe pretendere che il coetus fidelium previsto dal documento papale non venga subdolamente identificato con organizzazioni ed associazioni, dando potere decisionale a figure intermedie che a nessun titolo sono previste. Se esiste un portavoce dinanzi alla Curia (o, più correttamente, dinanzi al Parroco), questi dev’esserlo solo ed esclusivamente come esponente del gruppo stabile che chiede la Messa in forma straordinaria; e se un’associazione intende avvalersi del MP, lo farà a titolo personale e senza interferire con la normale applicazione della Summorum Pontificum nelle parrocchie.

Laddove la chiesa sia sprovvista di suppellettili e paramenti, si provveda a farla dotare di tutto il necessario. Anche in questo caso si dovrà chiedere per tempo al Vescovo di dare disposizioni in merito, evitando ai laici di dover integrare a proprie spese ciò che certamente è già disponibile in qualche chiesa della Diocesi. Non spetta ai laici farsi carico della parte logistica delle funzioni, che sono di stretta spettanza del Clero: al massimo si potrà pretendere che essa si adegui alle Rubriche, senza adattamenti arbitrari.

Può accadere che il gruppo stabile, anziché rivolgersi al Vescovo, chieda direttamente al proprio Parroco la celebrazione della Messa e che questa venga accordata di buon grado. In questo caso il MP è seguito alla lettera, e in teoria non dovrebbero esserci problemi. Se non che la notizia giunge al Vescovo, il quale, esercitando abusivamente un potere che non gli è assolutamente riconosciuto dal diritto, vieta al Parroco di celebrare la Messa tridentina. E il Parroco, intimidito, obbedisce.
Errore: il divieto imposto dall’Ordinario è nullo, e come tale non vincola il celebrante. Il quale potrà comunicare al Vescovo, in via informale, che avendo il Papa autorizzato ogni sacerdote cattolico a celebrare nella forma straordinaria, ed ogni fedele cattolico ad aver celebrata la Messa in questo rito, non può obbedirgli, perché disobbedirebbe al Pontefice Romano.

Purtroppo la pavidità del Clero, o la minaccia di un trasferimento nella più remota pieve della Diocesi, fanno sì che la Messa venga sospesa. Alla richiesta di scrivere a Roma, il Parroco temporeggia, e solo raramente dà prova di coraggio affrontando di petto le irricevibili richieste del proprio Vescovo.

Se il Vescovo permette la Messa, non di rado insiste su un elemento che, a chi conosce la liturgia romana, pare a dir poco scontato: la comprensibilità dei riti da parte dei fedeli. In particolare, si chiederà che le letture vengano proclamate in lingua vernacolare e non in latino. Si giungerà addirittura a chiedere che l’omelia sia tenuta in italiano.
Errore: la proclamazione in lingua volgare dell’Epistola e del Vangelo non deve sostituire quella in latino, ma può accompagnarsi ad essa o, limitatamente alla Messa letta, può sostituirla (Istruzione Universæ Ecclesiæ, n. 26). Il motivo è più che evidente: la liturgia romana, in quanto azione pubblica ed ufficiale della Chiesa, si esprime nella lingua sacra, specialmente nella sua forma solenne e pontificale. Sarebbe inimmaginabile, oltreché ridicolo, cantare l’Epistola in volgare. In una società multietnica, in cui in ogni città si trovano ormai fedeli di diverse lingue, sarebbe oltretutto inutile imporre le letture in una lingua nazionale a discapito del latino, rendendo ancor più caotica la comprensione. Inoltre, a sfatare uno dei tanti miti diffusi sull’antico rito, non è fuori luogo ricordare che sin dagli anni Quaranta del Novecento, è invalso l’uso del Messalino per i fedeli, in cui tutte le parti dell’Ordinario e del Proprio del Messale sono riportate in latino con la traduzione in italiano a fronte, accompagnata da commenti e spiegazioni di natura pratica, pastorale e spirituale, cosa che viceversa è praticamente scomparsa, con grave danno, nel nuovo rito. Non è quindi indispensabile tradurre le letture, se i fedeli le possono leggere nella propria lingua. Ma se proprio lo si vuol fare, che questo avvenga a parte, finito il Vangelo e prima dell’omelia, come si faceva un tempo.
Sappiano i critici dell’usus antiquior che mai, in alcuna comunità del mondo, si è tenuta la predica in lingua latina, visto che il Concilio di Trento l’ha resa obbligatoria proprio per istruire il popolo. Fino al Vaticano II vi erano anzi comunità, specialmente rurali, in cui era normale che la predica fosse tenuta nel dialetto locale: un esempio che dovrebbe esser tenuto in considerazione da quanti, nella liturgia vernacolare, infarciscono le proprie omelie di dimensione escatologica, soteriologia, eucologia ed altre espressioni incomprensibili a più. 

In altri casi qualcuno ricorre a pretesti o ad accuse: il tal sacerdote celebrerebbe i riti della Settimana Santa secondo il rito precedente alla riforma di Pio XII, o si reciterebbe il secondo Confiteor prima della Comunione, o ancora si consacrerebbero le Sacre Specie per i fedeli presenti, anziché distribuire la riserva eucaristica presente nel tabernacolo (e presumibilmente consacrata nel corso di una Messa riformata). Dinanzi a tali accuse, ogni abuso da parte della Curia troverebbe giustificazione. Ed in un certo senso non ci si potrebbe lamentare: il MP prevede esclusivamente l’applicazione del rito del 1962, e non autorizza nessuno a forme di libero esame liturgico. Ci si guardi bene dal dare adito ad accuse, adottando forme di celebrazione non conformi alle Rubriche; ed anche se tutti sanno che il discutibilissimo Ordo Hebdomadæ Sanctæ è parto degli stessi a cui si deve la successiva riforma liturgica, non si può e non si deve utilizzare il rito precedente. Quanto al Confiteor, si potrebbe teoricamente tollerarlo come consuetudine, ma è preferibile adeguarsi di buon grado al rito di Giovanni XXIII anziché prestare il fianco a critiche da parte di chi non aspetta altro che un nostro errore.

Per quanto riguarda la questione della riserva eucaristica, andrebbe aperto invece un discorso più ampio. I progressisti sono i primi a consacrare le ostie necessarie ai fedeli presenti, perché le loro convinzioni moderniste sono vicine a quelle dei Luterani, per i quali il pane eucaristico si benedice e si consuma nella santa cena. I Cattolici invece credono che la Presenza Reale si mantenga anche dopo la consacrazione, e per questo conservano nel tabernacolo un numero di ostie sufficiente ad amministrare la Comunione fuori della Messa, o per portare il Santo Viatico ai moribondi. Così per un sacerdote è più che naturale consacrare solo l’ostia della Messa, e prendere la pisside col Santissimo per comunicare i fedeli. Ma qui sorge il problema. Alcuni temono che l’intentio di chi, nel corso di una Messa riformata, consacra le Specie Eucaristiche possa esser messa in dubbio: così sostengono pochi temerari. Ma sarebbe un errore gravissimo dar seguito a simili congetture, a meno che non ci sia la certezza assoluta che chi ha consacrato le ostie riposte nel tabernacolo sia un sacerdote eretico: caso quantomai raro, fortunatamente. Si deve quindi ritenere che le Sacre Specie nel tabernacolo siano effettivamente tali, e non c’è alcun bisogno di consacrare delle ostie per i fedeli della Messa, a meno che la riserva non sia assente – cosa peraltro non rara in certe chiese. Non si dimentichi che i novatori, tanto larghi di maniche con i più sfrontati abusi nel nuovo rito, sanno essere più implacabili di un inquisitore domenicano allorché si tratta di far le pulci ai tradizionalisti, dei quali conoscono benissimo i lati vulnerabili. Se nella celebrazione eucaristica è permessa ogni stravaganza, nella forma straordinaria si moltiplicano i controlli, per aver il pretesto di interdirla. E non ci si stupisca se certe informazioni tendenziose vengono riferite in Curia proprio da chi, all’interno del gruppo stabile, si è sentito esautorato e ritiene di poter fare le proprie vendette improvvisandosi delatore. Così gli sforzi lodevoli per aver la Messa tridentina sono frustrati da sciocchi errori che danno modo al Vescovo di intervenire con una severità a dir poco sconcertante, non fosse che per la propria unilateralità.      

Un’altra stravaganza riscontrabile nelle comunità in cui si celebra la liturgia antica è la suscettibilità di alcuni nei confronti della partecipazione al Santo Sacrificio da parte di altri. Se ad una Messa interviene un laico che prima frequentava la Fraternità San Pio X, ecco levarsi il solito censore – di norma amministratore unico del gruppo stabile – a fulminare scomuniche a destra e a manca, ad interdire l’accesso in chiesa al reprobo, a denunziarlo dinanzi al sinedrio dei suoi degni sodali. Non mancano episodi in cui tali forme di intolleranza sono rivolte ad una persona con la quale si sono avuti dissensi personali, o che i pettegoli del gruppo hanno preso di mira per meschine rivalità. Come osa costui ad assistere alla nostra Messa? Chi gliene dà il diritto? Che sia scacciato con ignominia dal tempio!
Errore: a nessuno, per nessun motivo, è consentito stabilire chi abbia o meno diritto di assistere alla celebrazione di una Messa cattolica, in qualsiasi rito e in qualsiasi forma, a meno che non sia stata pronunziata contro di esso una pubblica sentenza di condanna ed egli non sia stato dichiarato scomunicato vitandus. In quel caso – ma pare che dai tempi di Loisy non vada più di moda – la celebrazione dovrebbe proseguire in forma di Messa letta e con due sole candele sull’altare. Come si vede, si tratta di un caso estremo, la cui valutazione è comunque riservata al celebrante, e non certo a un laico petulante in vena di revanchismi. Ecco un’altra ragione per cui non si può assolutamente tollerare che un laico diventi arbitro delle celebrazioni. In questo i sacerdoti dovrebbero essere estremamente severi, dal momento che la Messa è un atto pubblico della Chiesa, al quale ha diritto di assistere ogni battezzato non impedito dal Diritto. E quando si dice che la Messa è un atto pubblico si intende esattamente questo: nessuno si azzardi a farne l’espressione di una parte, di un gruppo, di un movimento. Anche la Messa detta privata è tale solo perché il celebrante la celebra senza fedeli che vi assistano, ma è comunque pubblica e diversamente non potrebbe essere. Lasciamo ai Neocatecumenali le proprie indecorose liturgie, cui sono pervicacemente abbarbiccati nonostante i decreti papali, nel corso delle quali si asserragliano nel tempio come adepti di una setta. Noi Cattolici Romani siamo orgogliosi di poter assistere alla luce del sole alle nostre liturgie, senza atteggiamenti da iniziati.

A tal proposito, andrebbe ricordato che in taluni casi l’Ordinario ritiene che la Messa in forma straordinaria non meriti di esser celebrata su un altare in chiesa, ma vada confinata nel più oscuro sacello, per cui il fedele che volesse assistervi è costretto a vagolare per le navate e le cappelle, finché non si decide ad andare in sacrestia, dove scopre il nascondiglio. Che strana combinazione! Anche la più disertata Messa riformata feriale merita l’altar maggiore, nei rigori dell’inverno più nero, ma la Messa antica dev’essere occultata e segregata, con la scusa di favorire il raccoglimento.
Errore: se una Messa può esser celebrata, non spetta al Vescovo stabilire l’altare o il luogo specifico all’interno della chiesa, né decidere se si possono dare i segnali di campane, o suonare l’organo, o in che forma possa esser detta. Quindi, se vi è servizio preparato e sufficiente, si potrà celebrare la Messa cantata o solenne, sempre che si rispettino le Rubriche. Se poi si vorrà invitare un Prelato, si dovrà darne notizia – per cortesia, non per averne approvazione – alla Curia. Nel caso dei Cardinali di Santa Romana Chiesa, è buona norma invitare l’Ordinario, il quale dovrà presenziare, eventualmente assieme al Capitolo, per rispetto ad un membro del Senato del Papa. In teoria un Cardinale ha il diritto di usare la cattedra del Vescovo, ma al giorno d’oggi è preferibile evitare di imporre un pontificale tridentino in Cattedrale. L’importante è che ci si attenga scrupolosamente alle prescrizioni dei libri liturgici in vigore nel 1962 e che, per non suscitare le ire di certi progressisti, si faccia in modo di limitare al massimo quanto è lasciato alla discrezionalità del giudizio: cappemagne e galeri possono apparire come una provocazione, e non è il caso di forzare le cose per assecondare le stravaganze di qualcuno. Non si dimentichi infine che il rispetto verso il Prelato che si invita impone che gli si evitino situazioni imbarazzanti, non ultima il dover riesumare impacciati famigli in ferraiolo in una Diocesi in cui il Vescovo veste abitualmente in clergyman con la croce pettorale nel taschino.

Se poi gli organizzatori del coetus desiderano invitare il proprio Vescovo ad una Messa in forma straordinaria, e questi accetterà, si dovrà fare in modo che tutto si svolga perfettamente. Non si lasci nulla al caso, e se Sua Eccellenza non conosce il rito antico, si preferisca farlo assistere in trono, come previsto dal Cæremoniale Episcoporum. Sarebbe controproducente, oltreché scortese, imporre al Prelato una celebrazione piena di errori e improvvisazioni, solo per togliersi la soddisfazione di vedergli indossare le chiroteche o una pianeta preziosa. E sarebbe un gesto altrettanto scortese voler presentare il proprio Ordinario, dinanzi all’opinione pubblica, come un paladino della Tradizione, laddove siano ben note le sue posizioni in materia. Basta la semplice assistenza per testimoniare la piena comunione esistente tra i fedeli di differente sensibilità liturgica e il loro Vescovo. Anzi, in punta di diritto non vi è alcun bisogno che il Vescovo prenda parte alle celebrazioni in forma straordinaria, dal momento che le permette il Papa. È tuttavia innegabile che, sotto un profilo politico, un simile gesto aiuterebbe i più timorosi.

Un’altra particolarità delle Messe celebrate in forma straordinaria è data dalla predilezione degli organizzatori per una fraintesa solennità. Contagiati dall’uso della forma ordinaria, alcuni solgono improvvisare la Messa cantata o addirittura solenne, omettendo tutto il Proprio e limitandosi all’Ordinario, ossia Kyrie, Gloria, Credo ecc. L’introito, il graduale, l’Alleluja, l’Offertorio e il Communio sono omessi o sostituiti arbitrariamente da altri canti o inni. E quasi sempre si ricorre alla ormai abusata Missa De Angelis, per il semplice fatto che la san tutti.
Errore: se si vuol cantare la Messa, vanno cantate tutte le parti prescritte, anche quelle del sacerdote e dei Sacri Ministri. Se il sacerdote non sa cantare, o se non ci sono cantori che conoscono il Proprio, che celebri la Messa letta. Non c’è niente di peggio che dar prova di improvvisazione, tagliando qua e là le parti che il rito prescrive in canto. Questa non è solennità, ma fatua presunzione, a scapito della santità della Messa e del rispetto per le norme liturgiche. A dispetto dell’uso monocorde del Kyriale Romanum, non sarà superfluo ricordare che ci sono molte Messe, alcune di rara bellezza, e che se i progressi possono apparire inizialmente lenti, col passare degli anni i fedeli imparano volentieri altre Messe. L’importante è avere alcuni cantori che possano accompagnare le funzioni. Ed esistono anche edizioni più semplici del Proprio, che si possono usare nelle chiese minori (ad esempio: Chants abrégés des Graduels, des Alleluias et des Traits pour toute l'année, Desclée, 1930).

In senso opposto, non mancano coloro che, ahimé contagiati dal nuovo rito, si credono concelebranti e, forti del loro messalino, affiancano il sacerdote nelle parti di sua spettanza, talora addirittura anticipandolo con stentorei Aufer a nobis, Unde et memores, Nobis quoque e via elencando. Sono gli stessi che alla Messa in vernacolo rispondono ostinatamente Et cum spiritu tuo, come se intorno ad essi il mondo non esistesse. Quelli che, durante la Messa cantata, si inginocchiano come alla Messa letta, prescindendo da quanto avviene intorno a loro. Finché non disturbano più di tanto la celebrazione, si può portar pazienza e tollerare le loro intemperanze; ma se dovessero seriamente distrarre il raccoglimento degli altri fedeli, sarà il caso che il Parroco li riporti caritatevolmente al silenzio, se non alla realtà.

Questi sono i nostri suggerimenti. Se poi qualche tradizionalista vorrà far naufragare miseramente ogni tentativo di diffondere la venereanda liturgia romana, sarà sufficiente che segua questi consigli al contrario: vedrà quanto può essere semplice boicottare l’usus antiquior con scelte opinabili, iniziative arbitrarie, eccessi evitabili.
 
Baronio

UNICUIQUE SUUM



You are (not) my shepherd. È il grido di ribellione che appare sul grande schermo, sovrapposto all'immagine del Volto di Cristo di Antonello da Messina. Tu (non) sei il mio pastore. Con quelle parentesi in cui si svela l'ipocrisia più fastidiosa dello spettacolo di Romeo Castellucci, incapace di assumersi il ruolo di reprobo tout court. Fa parte di quella scelesta turba che schiamazza Regnare Christum nolumus, ma con riserva. Tra parentesi. Così in alcune versioni estere si vedono dei bambini che scagliano delle granate contro quel Cristo inerme, mentre a Parigi l'empito sacrilego deve fare i conti con le proteste dei Cattolici, e la performance prudentemente si modera, giusto per non dare troppi argomenti agli integralisti, prontamente sbeffeggiati dall'opinione pubblica. E come ci sono Cattolici pavidi – anche mitrati – che tacciono dinanzi alla bestemmia, così ci sono bestemmiatori pavidi che la dicono e non la dicono, che camuffano, che la usano per far scalpore, ma poi la annacquano – ammesso che si possa annacquare una bestemmia – per non esser presi a secchiate di letame dai lefebvriani.

Tu non sei il mio pastore. Queste empie parole richiamano quelle del Divin Maestro: Ego sum pastor bonus (Giov. X, 11). Si prenda nota per il Giorno del Giudizio: Romeo Castellucci, a sinistra. Poi avrà modo di vomitar bestemmie per l'eternità, ben lontano da quel Nazareno che tanto detesta.

D'altra parte, con questa Gerarchia eunuca e questi cattolici lobotomizzati dal Concilio in poi, si fa presto a farsi una nomea di libero pensatore o di artista provocatore che difende la libertà di espressione. Guarda caso non si tocca né la Sinagoga né la Moschea, la prima per il riverenziale timore che circonda l'Olocausto a solo vantaggio dei sopravissuti, la seconda per la scarsa propensione al dialogo dimostrata a più riprese dai figli della Mezzaluna. I quali, beati loro, non hanno avuto un deprecato Concilio che ne stravolgesse il credo e la morale, e credono ancor oggi che la loro sia l'unica vera religione. Così come ne sono persuasi, forse più elitariamente, anche quei fratelli maggiori, per i quali soltanto si schiude ad accoglierli il seno di Abramo. Così Ebrei e Mussulmani si godono un paradiso senza scomodi intrusi di altre fedi, mentre i bagarini del paradiso cattolico svendono biglietti di platea e palchi di primo rango a quelli che la dottrina comune spediva tra le fauci di Lucifero. Avanti, c'è posto. Il Circo Woityla ha aggiunto al variopinto repertorio di ex scismatici, ex eretici, ex idolatri ed ex deicidi anche un numero di equilibrismo per ex animisti. Ora in cartellone propongono la Cattedra dei Gentili: un'altra prova da saltimbanchi con doppio salto mortale. I nani e le ballerine, che pure avevano avuto il loro momento di gloria con il domatore e coreuta liturgico Piero Marini, oggi sono in aspettativa. In questo desolante panorama attaccare i Cattolici è talmente facile, che quasi quasi non c'è più gusto.

Va detto che questa presunta arte non si smentisce mai, e che gli autori si cimentano con feci e urina con la perizia con cui Caravaggio usava i colori sulla tela, o Cellini i metalli preziosi. Ognuno, d'altra parte, maneggia ciò per cui è portato: lasciamo le deiezioni agli amanti del genere, convinti che si tratti di arte e non di una patologia psichiatrica. Unicuique suum. Ma ci sia almeno consentito provare schifo e disgusto per uno spettacolo in cui gli escrementi finiscono per essere la cifra distintiva e il marchio del presunto genio creativo di Castellucci, il quale trova un epigono altrettanto sacrilego in Andres Serrano e nelle sue rivoltanti creazioni urinarie. Uno degno dell'altro, non c'è che dire, ed entrambi compendiati e risucchiati nella cloaca da Rodrigo Garcia, in cui ricorre ancora una volta il leit motif dell'elemento scattologico. Che bella gara di civiltà! Che gloriosa eredità di cultura da tramandare ai posteri! Che fulgido esempio per le generazioni future! Se si pensa che queste provocazioni sono parto – anzi, aborto – di italiani e spagnoli, e che tutta l'Europa cristiana si contende le loro opere, c'è da chiedersi in quali famiglie siano scresciuti costoro; in quali scuole abbiano studiato l'amore per il sapere, il rispetto per il Bello; chi siano stati i loro maestri, i loro educatori, i loro mentori. E come mai, nei passati decenni, nessun pastore d'anime abbia mai ritenuto doveroso lanciare un allarme sugli inquietanti segnali dell'imminente rovina. Andava tutto bene, e ci si beava delle messe yé yé, in cui vecchi preti ignoranti e démodé prostituivano la Religione e contaminavano il culto di Dio pur di raccattare i giovani, dai quali erano sempre e comunque considerati con disprezzo e commiserazione. Pifferai magici muniti di chitarre, di ciarpame ideologico, prime vittime di quei meschini tentativi di aggiornamento.
 
Sulle rovine della Civiltà Cristiana si sono edificati dei postriboli e dei letamai. Et pour cause: quella Marianna col cappello frigio che doveva rappresentare l'ideale rivoluzionario era una bagascia, perfetta rappresentante di principii tanto abbietti, e deliberato contraltare della Pulzella d'Orléans. L'apostasia delle Nazioni: esito di una politica di compromessi e di mediazioni a tutto vantaggio dei manipolatori di escrementi, reali e metaforici. È fisiologico che chi ha tanta dimestichezza con la fogna si senta così alieno dal Vero e dal Bene, che lo rifiuti, che lo disprezzi, che lo oltraggi.
 
Qualcuno, con l'idiota e colpevole ingenuità degli irresponsabili, credeva che il disprezzo verso chi professa il credo cattolico non sarebbe giunto a bestemmiare la Madonna e Iddio stesso. Offesa e vilipesa la Vergine (ancora all'epoca di Je vous saloue Marie di Godard, negli anni Ottanta, ma ancora prima con Mistero buffo di Dario Fo), sperava che si risparmiasse almeno Gesù Cristo. Bestemmiato anche Nostro Signore (a partire da L'ultima tentazione di Cristo di Scorsese del 1988), costoro immaginano ora che ci si fermi almeno dinanzi al vago concetto della Divinità, condiviso pure dai non Cristiani. Macché: il sabba ecumenico aveva dimenticato gli esponenti delle sette sataniche, che a quanto pare reclamano pari diritti di qualsiasi altra religione. E se la liturgia cattolica si permette di insultare quel povero diavolo di Satana con appellativi quali immondissimo spirito, perché la liturgia satanica non dovrebbe fare altrettanto con l'odiato nemico? Le anime belle del postconcilio adesso trasecolano per le campagne denigratorie contro la Chiesa: ma chi ha iniziato quelle campagne, se non quel santo subito che nel delirio di onnipotenza mediatica precedente l'alzeimer si profondeva in grotteschi mea culpa sulle vere o presunte atrocità delle Crociate e dell'Inquisizione?
 
Ci si scandalizza per uno spettacolo irriverente e blasfemo, dimenticando che Sul concetto del volto del Figlio di Dio è stato messo in scena a Roma già la scorsa stagione, e che è in tournée in molte altre città, dopo Milano. Un Comitato risponde con un appello alla protesta speriamo non sia destinato all'insuccesso, non fosse che per la modestia dell'apparato organizzativo e dei mezzi di sensibilizzazione. E forse questo non è tra gli spettacoli più blasfemi che vanno moltiplicandosi di giorno in giorno e che presto arriveranno in Italia, dopo Spagna e Francia. Perché meno blasfemo di altri? Perché, con il procedere astuto che ne svela la matrice e la mente perversa, l'opera di Castellucci insinua sì concetti blasfemi, ma si presta ad interpretazioni diverse; e in talune circostanze ricorre a scene che poi altrove ipocritamente tralascia, avendo comunque ottenuto il successo mediatico già dalle performances precedenti. Rimane l'intento dichiarato dallo stesso autore: prescindere dalla Divinità di Cristo che gli riconosce la Religione, per guardare a Lui come semplice uomo, dinanzi al Quale si ribella l'umanità stessa, oppressa dal confronto con le miserie della malattia e della vecchiaia. Un vecchio incontinente, coperto di deiezioni, è la pietra dello scandalo per il figlio in crisi. Prendere nota per gli anni a venire: passare dal vecchio Castellucci e fargli assaporare dal vivo il brivido scatologico in cui oggi si cimenta nella finzione.
 
Ben di peggio avvenne nel corso della Biennale di Venezia di alcuni anni fa, quando andò in scena una parodia orgiastica dell'Ultima Cena. Ma l'allora Patriarca Scola tacque, ancorché si fossero levate voci scandalizzate anche da parte della Comunità Israelitica, dei Luterani e degli Islamici. E si scoprì che uno dei palazzi veneziani di proprietà della Compagnia delle Opere era stato affittato alla Biennale, palesando un equivoco conflitto di interessi in cui difficilmente la Curia avrebbe potuto attaccare coloro ai quali aveva messo a disposizione, pro pretio, e mezzi e spazi. Ora quell'Eminentissimo governa il gregge ambrosiano, e dovrebbe levar la voce per censurare una pièce teatrale che è ben meno blasfema di quella che pure lasciò andar in scena a Venezia? Da manager e politico – visto che in questi termini egli esplica il proprio munus di Pastore – valuterà le conseguenze economiche e diplomatiche di un suo intervento. Se questo consoliderà il suo potere a Milano e i suoi sostenitori a Roma, probabilmente farà uscire un breve comunicato della Curia, con cui deplorerà ed auspicherà. Parole da usare: radici cristiane, tolleranza, dialogo, rispetto, solidarietà, diritti umani, libertà di espressione. Parole da evitare: sacrilegio, bestemmia, oltraggio, vilipendio, collera divina, riparazione pubblica. Viceversa, se Scola riterrà inutile pronunciarsi – soprattutto laddove il Vicariato non si sia fatto sentire all'epoca della messa in scena romana – egli potrà in buona coscienza tacere. Lo so bene, caro amico: viviamo in tempi terribili! Ma in questi casi è più prudente tacere, per non dar enfasi a questo spettacolo, e lasciare che tutto finisca il prima possibile e con la minore eco sulla stampa. Proprio il modo di procedere di Nostro Signore, dei Martiri, dei Padri della Chiesa e di quel Sant'Ambrogio che non si chiedeva certo se la distruzione dei templi pagani e il rovesciamento degli idoli fossero politicamente opportuni e favorissero la sua carriera.
 
Viviamo in un mondo in cui la Chiesa di Roma ha abdicato al ruolo di maestra delle genti. Anzi: possiamo dire che la responsabilità ultima di questa ribellione a Dio e a Nostro Signore è proprio di quegli impostori che, in Roma, hanno deposto la tiara papale e con essa hanno tolto la corona a Cristo Re. Quei fanatici del dialogo a tutti i costi, che osarono chiamare profeti di sventura quanti vedono oggi avverarsi – nel modo più crudo e coerente – i foschi presagi che allora si potevano intuire. Quei pavidi intrisi di invidie piccolo borghesi, tanto lesti a rottamare la vecchia Chiesa, quanto pronti a tener discorsi nel sinedrio della nuova religione mondiale, farneticando di libertà, uguaglianza e fraternità. Quei fautori dell'indifferentismo religioso che, dopo aver lasciato sgozzar polli sugli altari e adorar idoli sui tabernacoli, dopo aver baciato Corani e ricevuto il marchio di Shiva in fronte, si scusavano quasi di dover concludere quelle indecorose ammucchiate recitando la particina che il Prefetto del Sant'Uffizio aveva fatto mandare a memoria per non cadere illico et immeditate nella sede vacante. Quei traditori che, nelle più alte sfere della Curia, maneggiavano per far togliere la Religione di Stato dalle Costituzioni delle Nazioni, in nome della Dignitatis humanæ e del laicismo.
 
Oggi che il secolo applica alla lettera quel laicismo, dopo aver ceduto talora obtorto collo ai moniti dei Nunzi e alle raccomandazioni delle Conferenze Episcopali, ecco levarsi timida e titubante qualche testa mitrata, per richiamare le radici cristiane dell'Europa. Ma che albero è quello che, affondando le radici nei secoli rinnegati dalla stessa Chiesa romana, dovrebbe oggi fiorire nella società civile, dopo esser stato colpito alla base dalla mannaia conciliare? A quali radici si riferiscono costoro, se le fronde robuste e rigogliose di quell'albero sono state segate impietosamente dagli artefici di un'assise che ha fornito le basi ideologiche per dare nuova linfa all'apostasia odierna? E vorremmo quasi dire: come osano, tutti questi timidi revisionisti della débâcle conciliare, chieder rispetto per quell'immagine di Cristo, che essi per primi hanno umiliato al rango dei più disprezzabili idoli ad Assisi?
 
Da qualche anno è diventato di moda, negli ambienti più moderati, parlare di ermeneutica della continuità, contro la ermeneutica della rottura che viceversa andava di moda negli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Un'opera invero assai ardua: dimostrare che i deliberati equivoci pastorali, le volontarie omissioni dottrinali, le penose notæ præviæ e le mostruosità della riforma liturgica – per tacere del resto – sarebbero in perfetta armonia con il Magistero della Chiesa Cattolica precedente al Concilio. Ma chi propone una soluzione di questo genere o si limita ad una mera petizione di principio senza pratiche possibilità di realizzazione (non fosse che in ossequio al principio di non contraddizione); oppure, pur identificando la sintomatologia dell'augusta paziente, dimostra di non aver chiara la patologia e di non poter quindi formulare una diagnosi né adottare una terapia idonea. La vegliarda tossisce: è una tosse passeggera. Un po' di riposo e si riprenderà. In realtà la poveretta ha un cancro e muore lentamente. Finché non si dirà a chiare lettere che l'ideologia conciliare è il cancro della Chiesa, nessun rimedio potrà mai essere efficace. E non vi è alcuna continuità tra salute e malattia, se non nel fatto che la persona oggi moribonda, è la stessa che fino a ieri era sana e vigorosa. Continuità del soggetto, rottura dello stato di salute.
 
Contro questi scandali che gridano vendetta a Dio e che attirano la collera divina su questa società empia e ribelle, la protesta dei buoni è giusta e lodevole, e dev'esserci. Non è un caso se l'iniziativa è partita da quella parte di fedeli e sacerdoti che, facendo riferimento alla Fraternità San Pio X, è de facto e in re ipsa ben conscia della cancrena che sta uccidendo la Chiesa dal suo interno. Ma si tratta di una parte minima, che non rappresenta né la Gerarchia né l'élite intellettuale cattolica. 

La Storia ci sta impartendo in questi anni la sua lezione più severa: quanto possa essere invivibile, odioso, empio, detestabile, folle, disonesto, infido, ipocrita, inumano, crudele, violento e tirannico il mondo in cui i popoli e le Nazioni si sono ribellati alla santa Legge di Dio. Ma i singoli, almeno, hanno la via di fuga della morte, che abbrevia queste pene e permette di sperare nella gloria futura. Invece all'inferno i principi rivoluzionari, massonici, conciliari ed ecumenici tormenteranno i dannati per l'eternità. You are (not) my shepherd. Eccovi serviti.

Baronio

IL BRACCIO SECOLARE

Mons. Ignazio Sanna

Da ormai quarant’anni ci siamo abituati ad un radicale mutamento dei chierici e dei Prelati: quelli che ieri erano segregati dal mondo, oggi si sono fatti sedurre dallo spirito del mondo; quelli che ieri erano i successori degli Apostoli e i difensori della Fede, oggi sgomitano per farsi vedere à la page e fan di tutto per nascondere la propria dignità, o meglio: per nascondere la dignità che essi indegnamente ricoprono; quelli che soli si ergevano a difendere i diritti di Dio e della Chiesa, oggi mendicano tolleranza; quelli che fino a ieri erano i Re dei Re ed i Signori dei Signori, in quanto Vicari di Cristo, hanno fatto a gara per deporre le loro corone e le insegne del loro Sommo Sacerdozio, e si son abbassati a baciar Corani e a stringersi in inbarazzanti amplessi con Rabbini e Muftì.

L’agiografia preconciliare ricordava l’esempio di San Pio X. Dovendo intraprendere un viaggio in treno, l’allora Patriarca di Venezia saliva in prima classe, viaggiava in terza e riscendeva dalla prima, per mantenere il decoro della Sacra Porpora dinanzi al secolo. Indossava una splendida croce pettorale di gemme false, avendo donato ai poveri quelle preziose. Oggi viceversa i Prelati salgono in seconda, viaggiano in prima e scendono dalla seconda. Le loro croci pettorali sembrano povere e quasi indegne di un Vescovo, ma sono in platino e materiali costosissimi. Così rifuggono il presunto fasto della veste prelatizia per preferire un clergyman di sartoria, ma si compiacciono di presenziare alle inaugurazioni, ai convegni, alle prime. Rifiutano con ostentazione il bacio dell’anello, ma non dispiace loro che le Autorità civili si inchinino reverenti, che i Carabinieri si mettano sull’attenti, che ci sia sempre una poltrona dorata e foderata di damasco rosso per Sua Eccellenza. E sempre per questa strana umiltà non usano gli antichi e preziosi paramenti custoditi nelle sacrestie della Cattedrale, ma  ordinano orride vesti ai più costosi sarti ecclesiastici. Lasciano nella polvere del Museo Diocesano il calice d’oro tempestato di pietre e perle, e commissionano un gotto da osteria in legno grezzo o in ceramica al più famoso artista. Gettano negli scantinati i quadri, gli arazzi e il trono del Palazzo episcopale, e acquistano i più moderni computer, le scrivanie di design, le poltrone ergonomiche, l’iPad. Più in alto, nascondono la sedia gestatoria in un sottoscala, e portano a spasso il Papa su un carrettino o una ridicola autovettura. Si stracciano le vesti per una tiara, ma si compiacciono di un fonte battesimale in oro massiccio. Perché la Chiesa deve apparire povera. Non Chiesa povera, ma povera Chiesa!

Che i conventi siano vuoti, al pari dei seminari, non importa: li si usano come foresterie, beneficiando della esenzione dell’ICI sugli immobili ecclesiastici. Che le chiese siano deserte, non conta: le vendono per farne sale conferenze. Che le vocazioni siano al lumicino, non li preoccupa: accorpano quattro parrocchie e non riescono nemmeno a riempire i primi banchi di una chiesa alla Messa domenicale. Che i Battesimi e i Matrimoni cattolici siano diminuiti vertiginosamente non li mette in crisi: il regime concordatario accorda loro lauti proventi anche se alla questua di Natale raccolgono venti euro, e la società per loro rimane cattolica.

Questo Clero ha un concetto di umiltà e di povertà che non sembra ispirato alla virtù, ma dettato altresì dal desiderio di compiacere il secolo. Quello a cui i novelli pauperisti hanno rinunziato negli ultimi decenni è stato tolto alla dignità sacerdotale, episcopale, cardinalizia, papale. A Cristo e alla Chiesa. Quel che rimane o è stato addirittura aggiunto, è geloso appannaggio degli uomini rivestiti di quelle funzioni. Appare la persona, scompare il Ministro di Cristo. Anche sull’altare, ovviamente.

E in questa smania di piacere al mondo, che pare aver contagiato moltissimi ecclesiastici, alcuni ritengono di dover quotidianamente dar prova di fedeltà, di dover pagare il tributo a Cesare, di dover dimostrare ad ogni pié sospinto che essi sono sempre in prima fila, sono sempre i più bravi della classe, sono sempre i più zelanti. Così nella Lettera Pastorale per la Quaresima parlano di diritti umani, di accoglienza e di multiculturalità, e omettono di parlare di Nostro Signore, del digiuno, della penitenza; dialogano con i Gentili, e rinunziano al proprio munus docendi di Sacri Pastori; regalano le tessere di Sky e le sigarette ai carcerati, ma non sono capaci di far loro recitare nemmeno il primo articolo del Catechismo; fanno erigere templi satanici e massonici ad architetti atei e comunisti, ma non esitano a divellere altari secolari dalle loro chiese; leggono Repubblica, citano registi sacrileghi e filosofi ebrei, ma si guardan bene dal levare la voce quando si oltraggia Nostro Signore, che a quanto pare non è più il loro.

L’unico aspetto positivo di questa rivoltante sequela di attacchi blasfemi e di pavidi silenzi è l’aver dimostrato inequivocabilmente quali siano i due schieramenti, e chi ne faccia parte. Qui non est mecum, contra me est. Da un lato, giovani laici cattolici e alcuni sacerdoti del basso Clero; dall’altro, la turba degli empi e la maggior parte della Gerarchia postconciliare. Lo si temeva già prima, ma oggi non vi è più possibilità di errore. Nolite arbitrari quia pacem venerim mittere in terram: non veni pacem mittere sed gladium. Più chiaro di così: Non pensate che sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma la spada: sono venuto infatti a dividere il figlio dal padre e la figlia dalla madre e la nuora dalla suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Conforta vedere con quale slancio ci sia chi affronta il rischio del carcere per impedire che sia oltraggiato il Suo Signore: Quando vi tradurranno dinanzi alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non vi preoccupate del modo di difendervi, né di ciò che dovete dire... E ancora: Chiunque mi riconoscerà davanti a gli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio. Ci pensino, sin che sono in tempo, coloro che con il loro silenzio rinnegano Gesù Cristo e non lo riconoscono.

Poi qualcuno si stanca. E nello sdegno per il colpevole silenzio della Gerarchia, gli occhi cadono su un’omelia in cui Monsignor Ignazio Sanna – punto com – non pare particolarmente offeso dalla pièce di Castellucci, e dovendo pagar tributo al secolo, cita le sue parole, tratte da un articolo apparso non sul Bollettino Diocesano, ma su Repubblica, che come ognun sa è uno dei quotidiani più cattolici in edicola. D’altra parte, è oltremodo difficile trovare citazioni edificanti su argomenti teologici o morali sui Novissimi o i Suffragi, per cui si deve ricorrere per forza ad autori profani, estrapolando le loro parole e addirittura capovolgendone il senso rispetto alla mens di chi le aveva scritte. Sua Eccellenza Sanna – punto com – non può far riferimento, in una predica per la Commemorazione dei Defunti, agli scritti dei Santi Padri? a quel che insegnano i Concili e il Magistero? Certo che no: quelli sono argomenti vecchi, ed oggi occorre far vedere di essere moderni, aggiornati, al passo coi tempi. E se chi ascoltava le sue parole capiva da dove erano prese, tanto meglio: il messaggio sarebbe stato recepito come più autorevole proprio perché sfrondato dal solito trito repertorio del Dies iræ.

Questo accadeva il 2 Novembre, quando lo spettacolo di Castellucci era già stato messo in scena a Roma. Quando né la Conferenza Episcopale né il Vicariato avevano ritenuto opportuno levar la voce. Poi, dopo lo scandalo in Francia, eccolo di nuovo in cartellone a Milano. Altri silenzi, tra cui quello di Mons. Sanna – punto com – che, proprio per la sua attenzione al Volto del Figlio di Dio avrebbe dovuto sentirsi chiamato in causa, per deplorare e condannare una simile bestemmia. Macchè: silenzio. Un silenzio rotto solo quando, dopo un articolo di Francesco Colafemmina, egli si è sentito diffamato ed offeso. Come osa questo Colafemmina ad offendere e diffamare nientemeno che Ignazio Sanna, per accidens Arcivescovo Metropolita di Oristano? Quale mancanza di rispetto anima questo laico, per puntare il dito contro Ignazio Sanna? Non sa Colafemmina che l’Arcivescovo ha «dovuto dare mandato al suo legale di difendere la sua persona e la sua reputazione»? Non quella del Sacro Pastore, del Successore degli Apostoli, del Difensore della Fede: quelle son questioni che non lo riguardano, così come non pare stargli molto a cuore Colui del quale egli è Ministro. Ma della sua reputazione, quella sì. La reputazione di Ignazio Sanna – punto com – che non esita a ricorrere al braccio secolare per mettere a tacere l’insolente, il perfido, il diffamatore. Ad metalla!

Non tace più, Eccellenza? Ora che si è ritenuto diffamato, solo ora, leva la voce? Ah certo, dimenticavamo: dopo esser stato chiamato in causa da Colafemmina, nel comunicato in cui annuncia la querela è riuscito ad infilare, en passant, una frasetta di circostanza: «l’Arcivescovo dichiara di condannare apertamente e decisamente ogni rappresentazione teatrale che oltraggi l’immagine di Gesù e ferisca la sensibilità dei fedeli». Ma se Ella condanna apertamente e decisamente, perché non l’ha fatto anche lo scorso 2 Novembre, quando non si peritava di citare Castellucci in un’omelia in cui viceversa ometteva ogni allusione a Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso, pescando a piene mani negli scritti di Rosenzweig, Pascal, Heidegger, Lutero? Non era il caso di precisare che Castellucci getta granate ed escrementi contro quel Volto? che Rosenzweig è un filosofo ebreo? che Heidegger era un nazista eretico? Che l’eresiarca Lutero è morto suicida dopo una notte di sfrenatezze? Già che c'era, poteva citare anche De Sade: una frasetta che facesse al caso Suo l’avrebbe potuta trovare anche nell’edificante Dialogo tra un prete e un moribondo.

E se non ha ritenuto di dar mandato al Suo legale per difendere Nostro Signore – che Ella si ostina a chiamare semplicemente Gesù, togliendoGli anche l’attributo di Cristo – cosa La spinge oggi alla querela? Forse il fatto che questa volta è Lei, Ignazio Sanna – punto com – che si è osato toccare con quello che il suo comunicato stampa definisce un attacco indecente? Lesa maestà! Quale orgoglio monstre, per un Vescovo del Postconcilio! Attacco indecente quello di Colafemmina? Se ci è consentito, siamo allo sprezzo del ridicolo.

E sì che Vostra Eccellenza non è stato gratificato dei lanci riservati da Castellucci a Gesù Cristo, ma solo di qualche riga di un cattolico esasperato e scandalizzato, verso il quale dovrebbe valere non solo l’attenuante della buona fede, ma anche l’esercizio della Carità. Ed Ella – teologo, filosofo e canonista – saprà certamente che, mentre possiamo e dobbiamo perdonare le offese rivolte nei nostri confronti, come insegna l’Aquinate, non possiamo e non dobbiamo perdonare e tollerare le offese contro Dio. Ma questa è la dottrina di quella Chiesa che il Concilio ha sepolto. A Vostra Eccellenza interessano Rosenzweig, Heidegger, Lutero.

La cristologia antropologica di p. Karl Rahner. Appunti di antropologia. L’uomo via fondamentale della Chiesa. Trattato di antropologia teologica. Dalla parte dell’uomo. La Chiesa e i valori umani. Teologia come esperienza di Dio. La prospettiva cristologica di Karl Rahner. L’antropologia cristiana tra modernità e postmodernità. L’identità aperta. Il cristiano e la questione antropologica. Li riconosce? sono tutti Suoi libri: antropologia, uomo. Di Cristo – del Cristo cattolico, non di quello di Rahner – nemmeno l’ombra.


Baronio

giovedì 17 marzo 2011

Amo l'Italia

di Francesco Agnoli

In questi tempi, finalmente, dopo tanta retorica ufficiale, qualcuno sta raccontando veramente cosa fu il nostro Risorgimento. Questo dà fastidio a molti. Non che si possa negare che il mitico Mazzini era un settario, un proto-terrorista, come lo ha definito lo storico Pierre Milza, che glorificava il pugnale, l’assassinio come ordinaria modalità politica. Neppure è possibile smentire che Cavour fu un machiavellico, un cinico, disposto a tutto pur di realizzare l’espansione del regno di Sardegna, a danno degli altri stati italiani e degli stessi piemontesi, costretti a guerre su guerre, dalla Crimea al sud Italia. Difficile, poi, oggi, presentare ancora il pirata Garibaldi, devastatore del Meridione, avventuriero senza scrupoli, sciupafemmine incallito, come un eroe. No, la retorica ufficiale è rimasta bagaglio di pochi: Benigni, un comico, si può permettere di spararle grosse, di ergersi a storico ufficiale dell’Italia unita, 150 anni dopo, inventandosi un Garibaldi ed un Cavour che non sono mai esistiti, proprio perché nessuno persona seria che conosca quei fatti ha più il coraggio di dire certe amenità. Solo pochi decenni fa un giornalista e uomo politico importante come Giovanni Spadolini, poteva ancora scrivere le agiografie dei padri della patria, commuovendosi e trasfigurando i briganti in eroi, i ladri in benefattori. Poteva mettere aureole a destra e a manca, senza tema di grandi lamentele.

Oggi, lo ripeto, non è più possibile. Come mettere da parte, infatti, quello che hanno scritto i Verga, i Pirandello, i Tommasi di Lampedusa, i Carlo Alianello, e poi una generazione di storici accademici e di storici amatori, da Giacinto de Sivo a Pucci Cipriani, da Massimo Viglione a Gigi Di Fiore, da Paolo Mieli a Gilberto Oneto, da Giordano Bruno Guerri ad Angela Pellicciari, da Silvio Vitale a Massimo de Leonardis ecc., che hanno definitivamente revisionato la mitologia risorgimentale?

Cosa dicono, allora, i critici riguardo a coloro che rintracciano nel Risorgimento l’origine delle divisioni italiane, del profondo divario Nord Sud, della oppressione centralistica dello stato, del nazionalismo guerrafondaio, della mancanza di senso civico e di patriottismo vero ecc? Dicono, semplicemente, senza prendersi la briga di confutare documentalmente, chè sanno di non poterlo fare, che sarebbero dei "disfattisti", che non amano la loro patria, che non amano l’Italia.

Dicono, i Napolitano, i Bersani e quant’altri, che l’Italia è nata da Mazzini, da Garibaldi, e che questa Italia va celebrata. Costoro, si badi bene, appartengono a quella tradizione che fa capo a Gramsci, il quale criticava il Risorgimento come opera di pochi a danni dei molti, dei ricchi a danno dei poveri, dei Savoia a danno degli altri italiani. Tradizione che continuò con Togliatti, anch’egli sulle posizioni gramsciane, finché non gli fece comodo, ad un certo punto, trasformarsi in un "garibaldino", per apparire- lui filo-sovietico, obbediente a Mosca, internazionalista- patriottardo!

Ma chi sono i veri innamorati dell’Italia? Qui bisogna chiarirsi: di Italie ne esistono ancora più d’una.

I risorgimentali, di ogni tempo, sono coloro che per primi hanno voluto dividere il paese. Basti pensare al termine che hanno imposto per definire, appunto, il loro processo di unificazione: Risorgimento. Un termine fortissimo, quasi religioso, dicotomico, che segna una cesura. Hanno detto, costoro, che prima di Garibaldi, Mazzini, Cavour, e Napoleone III, l’Italia era morta.

Che loro hanno resuscitato un cadavere. Hanno così buttato a mare la storia, le radici, la cultura dell’Italia precedente, per sostituirli con la loro visione del paese. Questo è stato il Risorgimento: non solo l’unificazione politica - ché questa la volevano anche Pio IX, Rosmini e tanti altri, sebbene auspicassero un’Italia unita pacificamente, senza rivoluzioni, non dalle sette, federale e non giacobina-, ma anche il tentativo di creare una nuova Italia, archiviando l’Italia di prima.

Quale l’Italia da dimenticare? Anzitutto quella cattolica. Per Mazzini e Garibaldi il più grande nemico era la Chiesa, e con lei il popolo cristiano, i contadini e le donne, "servi dei preti", incapaci di comprendere le idee rivoluzionarie. Per questo il Risorgimento fu guerra alla Chiesa: sequestro di beni, imprigionamento e uccisione di vescovi e sacerdoti. Ma fu anche guerra ai popoli: non furono i veneti né, più tardi, i trentini a voler essere "liberati", chè nell’impero di Francesco Giuseppe non stavano affatto male. Neppure i meridionali poterono gioire dell’unificazione: è grazie al cosiddetto Risorgimento che il Meridione ha vissuto fucilazioni e saccheggi, la legge marziale, l’occupazione militare, la piemontesizzazione, interi villaggi bruciati, 15 milioni di persone costrette all’emigrazione, l’esplosione di fenomeni prima ben diversi e ben più marginali, come la mafia e la camorra ecc… Là dove c’erano le cattedrali e i palazzi stupendi di Noto, Ragusa, Scicli, Modica ecc. oggi rimangono, a testimonianza che risorgimento non fu, rovine e incuria…

E subito dopo il 1861? Le fucilazioni dei siciliani riuniti nei Fasci, da parte del garibaldino siciliano Francesco Crispi; l’imperialismo straccione ed il nazionalismo dello stesso Crispi, vero precursore del fascismo; il cannoneggiamento sulla folla di Bava Beccaris, col consenso del re, nel 1898; il nazionalismo ottuso di color che ci buttarono nella I guerra mondiale perché desiderosi di "compiere il Risorgimento" e di eliminare definitivamente il vecchio nemico, l’Impero asburgico, multinazionale e cattolico...

Ecco, allora, come stanno le cose: ci sono più Italie.

Per Adriano Prosperi, nemico acerrimo del pensiero cristiano, come in genere gli intellettuali del quotidiano "Repubblica", sull’Italia si può sputare ogni giorno: paese cattolico, e perciò "arretrato", che non ha avuto, purtroppo, la Riforma protestante; che invece ha ancora, purtroppo, i papi; che non ha compreso, ahimè, Machiavelli…

Anche un altro intellettuale di sinistra, Ermanno Rea, fresco autore de "La fabbrica dell’obbedienza", ha la sua Italia. Rea disprezza "i secoli bui" (ahi l’ignoranza e i luoghi comuni!), l’Italia cattolica, che non ebbe la Riforma ("quella mancata riforma che ha tolto ogni vigore agli italiani"), che visse "gli orrori della Controriforma"; al contrario elogia ed ama l’Italia di Gramsci, del PCI, cui egli aderì in gioventù, della Resistenza, che a suo dire produsse "verità e coscienza" (avrà mai letto qualcosa di Claudio Pavone, di Gianpaolo Pansa ecc?).

Rea divide gli italiani "degni" da quelli "indegni": i degni sono sempre i rivoluzionari, i nemici della Chiesa e della Tradizione, i giacobini "afrancesati"; gli indegni di ieri i cattolici e la Chiesa, quelli di oggi gli italiani "di centro destra", etichettati in massa come "servi", o quantomeno stupidi, corrotti ed ottusi.

Ad ognuno, dunque, la sua Italia. Al sottoscritto, al contrario, piace l’Italia di Dante e di san Francesco, di san Tommaso e di Giotto, di Simone Martini e del beato Angelico, di Petrarca e di Tasso, di Raffaello, di Michelangelo, di Caravaggio, di Colombo e di Vespucci, delle cattedrali romaniche e barocche, del melodramma e della lirica, dei papi che sorressero le università, finanziarono gli ospedali, pagarono gli artisti…

Amo l’Italia che ha dato al mondo i comuni, Genova e Venezia, le prime università del mondo, le prime banche, i primi e migliori ospedali, tantissima cultura ed arte, buona parte della medicina e della scienza moderna… Questa Italia non aveva bisogno alcuno di risorgere.

Questa Italia non doveva aspettare Garibaldi, che parlava meglio il francese né Mazzini, né tanto meno il Pci, che parlava russo, di Rea o Repubblica di Prosperi

All’Italia di Rea e di Prosperi, all’Italia azionista di Mauro e di Ciampi, preferisco l’Italia che non si esaltò per la I guerra mondiale, ma la definì un’ "inutile strage"; l’Italia di Gedda e di Guareschi, cattolica ed anticomunista, che nel 1948 sconfisse il Fronte popolare (il cui simbolo era la faccia di Garibaldi), che voleva trasformarci in un paese satellite di Mosca, con tanto di gulag, partito unico, eliminazione della libertà, povertà materiale e spirituale garantita per tutti.

Ai presunti "orrori della controriforma" – la Controriforma del Tasso e del Bernini, di san Giuseppe Calsanzio, fondatore della scuola moderna e di san Camillo de Lellis, iniziatore dell’ospedale moderno-, contrappongo i veri "orrori del comunismo", delle brigate garibaldine a Porzus, del triangolo della morte resistenziale, delle foibe e delle Brigate rosse…

All’Italia radical-comunista di Bresso, Bonino e Vendola, preferisco l’Italia di Cota, Formigoni e Polverini. Io ho la mia Italia, Rea e Prosperi la loro. Loro festeggiano perché sono nati il 17 marzo 1861, mentre per tanti altri l’Italia, benedetta e bellissima Italia! , esiste da oltre 20 secoli: l’Italia cuore dell’Impero di Roma, ponte tra la cultura latina e quella greca, capitale della cultura cristiana, non solo nazionale, ma mondiale. L’Italia che avrebbe potuto venir unita in altro modo, e da persone ben più degne dei carbonari, dei Savoia, e degli avventurieri. L’Italia che ora amiamo così come è, anche se i Prosperi, i Rea e mille altri cercano sempre di tagliarne le radici, di delegittimarne la storia, di creare ghetti per i "non degni", di separare "secoli bui" e epoche, presunte, luminose.