Bene fecerunt

Eh sì, bisogna ammetterlo: ci eravamo sbagliati. L'idea della tiara è stata un errore grossolano, una dimostrazione di ingenuità degna di un abatino idealista.

Dobbiamo riconoscerlo con franchezza e lealtà: bene ha fatto la Segreteria di Stato a intervenire presso la Prefettura della Casa Pontificia, perché cose del genere sono davvero improponibili e al limite della sovversione. A nostra parziale giustificazione, possiamo addurre di non esserci ancora abituati al novus ordo che regna in Vaticano da qualche decennio, e continuiamo ostinatamente a pensare che, in una società monarchica come la Chiesa, sia il Monarca a governare, e i sudditi a obbedire. E invece dovevamo tenere a mente che c'è la collegialità, che il governo è in mano alle commissioni, ai consigli, agli uffici e, soprattutto, ad un manipolo di personaggi influenti che non appaiono quasi mai in pubblico.

Chi ha donato lo stemma papale di Benedetto XVI ornato di tiara ha pensato che non fosse poi un'idea così peregrina, visto che sono ormai tre anni che questo stemma è ricamato sui paramenti del Papa, e da ancor più tempo esso campeggia in bella vista nei giardini vaticani. E chi, nei Sacri Palazzi, ha accolto con entusiasmo questo dono per il Pontefice ha certamente creduto di far cosa gradita alla Santità di Nostro Signore, senza mettere in crisi la Curia romana.

Il delirio dell'ingenuità ha conosciuto il proprio apice allorché, dalle pagine di un blog conservatore, si è lanciata la proposta di donare al Santo Padre una tiara, come se fosse anche solo ipotizzabile che la indossi. O meglio: che gliela lascino indossare. Già che ci siamo, doniamo al Papa anche la sedia gestatoria, i flabelli, il baldacchino a otto aste... Di tiare, nel tesoro della sacristia papale, ce ne sono parecchie, ivi compresa quella che un gruppo di ungheresi ha donato a Giovanni Paolo II, con la stessa disarmante ingenuità di vedergliela in capo. E ci sono anche le sedie gestatorie e tutto il resto.

Il punto è un altro, e conviene che ciascuno di noi se ne faccia una ragione: il Papa non porta più la tiara perché c'è chi gliel'ha usurpata, e ci tiene ad innalzarla orgogliosamente sul proprio stemma. Guardate sulla carta intestata della Segreteria di Stato: la tiara con le chiavi decussate è rimasta immutata – nihil innovetur! ammonirebbe Gianni Cardinale  nonostante lo stesso Pontefice ne sia stato privato. E quella triplice corona, segno del governo sovrano sulla Chiesa, ormai appartiene esclusivamente alla Segreteria di Stato, che ci tiene a rivendicarne la proprietà, proprio perché sa bene cosa essa rappresenti. Vi diamo una notizia: non è la tiara ad esser stata abolita: si è abolito piuttosto chi avrebbe diritto di portarla: il Papa Re.

Bene ha fatto quindi chi, nei filoni degli zelatori di quel complesso Dicastero, si è sentito esautorato da un Benedetto XVI qualsiasi, che de facto non dovrebbe essere più considerato – nelle loro intenzioni – il sovrano del Vaticano né il capo supremo della Chiesa. Essi possono concedere al massimo che egli ne sia il presidente, il rappresentante, e colui contro cui la stampa si scatena a fasi alterne. Per questo sullo stemma del Papa la mitria è quasi ridondante, e vi è chi vorrebbe vedervi al massimo un galero a due fiocchi. Poiché è evidente che vi sono Eminentissimi ed Eccellentissimi che si credono ben al di sopra del Pontefice, e non fanno nulla per nasconderlo, anzi ne menan vanto, confidando che la loro insubordinazione valga loro le patenti di progressismo, indispensabili per far carriera proprio là dove la tiara si usa ancora. 

Ma una volta che si è insinuato il principio in base al quale il Papa usa la mitria perché se ne vuole enfatizzare il ruolo di Pastore al pari degli altri Vescovi, piuttosto di quello di unico e supremo Pastore al quale devono obbedienza anche i Vescovi: cosa impedirà agli autori di questa visione democratica del Papato di suggerire che il Pontefice rinunzi alla veste bianca? O che vada adabitare al Laterano, come Vescovo di Roma, rinunciando al Palazzo Aposolico? E perché conservare nello stemma le chiavi decussate, visto che i Vescovi non le hanno nel proprio? Perché non far pubblicare le Encicliche da qualche Dicastero o da un comitato di Cardinali, anziché riservarne la promulgazione al Papa?

Ovviamente sono proprio quelli che si stanno dando daffare per raggiungere questo scopo che interverranno immeditamente per tranquillizzarci e dire che siamo profeti di sventura. Proprio come fecero con la riforma liturgica: il latino – pontificavano – rimarrà nella liturgia. E poi: la Messa è in volgare, ma il Canone sarà sempre detto in latino. E poi: il Canone è in vernacolo, ma la Consacrazione rimarrà in latino. E alla fine ci troviamo un pro multis tradotto in per tutti, e di latino non se ne vede l'ombra, a parte rarissime eccezioni. Profeti di sventura?
A noi incurabili cultori del Papato vien nostalgia dei tempi in cui comportamenti del genere avrebbero meritato qualche mese a Castel Sant'Angelo, senza troppe cerimonie. O di un meno rinascimentale ma pur sempre efficace amoveatur, magari in quel di Teheran, dove si mandavano i reprobi, e donde oggi vengono i loro degni sostituti. N'est-ca pas, Monseigneur? 


Via la tiara dunque! Lasciamola a chi, finalmente senza ipocrisie, ci ha fatto capire – papale papale – chi comanda. Ma ci si lasci dire che sul capo di costoro, il triregno appare ridicolo né più né meno del copricapo del mago Otelma. Ci vuole ben altra levatura, ben altra classe e ben altro carisma per saperla portare. 

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