Curiose incoerenze

Facciamo un po' il punto della situazione. 

Il latino? Non serve a nulla, il popolo deve capire la liturgia, è un retaggio del medioevo, l'importante è la fede, alla fine la Messa è sempre la stessa, la actuosa participatio, le istanze ecumeniche, la comunità di Taizé ecc. E poi: c'è stato un Concilio. 

Il canto gregoriano? Vecchiume, roba da monaci, nelle parrocchie si devono cantare inni in italiano, così il popolo partecipa, capisce ecc. E poi: c'è stato un Concilio. 

La veste talare? Non è importante, il sacerdote è uno di noi, il nero è roba da vecchi, allontana i giovani ecc. E poi: c'è stato un Concilio. 

La tiara papale? Paolo VI l'ha abolita, era un segno di trionfalismo, il Papa è un uomo come noi, non dimentichiamo l'Africa, e la collegialità, il primus inter pares ecc. E poi: c'è stato un Concilio. 

La divina Regalità di Nostro Signore sui singoli, sulle società, sulle nazioni? La conversione delle genti all'unica vera Fede? Retaggio di un passato oscuro, Torquemada, roba che oggi è improponibile, dobbiamo aggiornarci, il Sillabo andava bene nell'Ottocento, le libertà inviolabili, l'ecumenismo, i diritti dell'uomo, la laicità dello Stato ecc. E poi: c'è stato un Concilio. 

Questo noioso refrain, litanicamente ripetuto ad ogni pié sospinto, ha ormai fatto il suo tempo, sa di stantio, di minestra riscaldata. Ma è a dir poco curioso che, all'epoca in cui andavano di moda i pantaloni a zampa d'elefante, quand'era ora di sfrondare, eliminare, togliere, falcidiare, tutte le obiezioni si infrangessero nella tranquillizzante risposta dei novatori: “Sono solo cose marginali, senza importanza sostanziale, non è cambiato nulla, alla fine a qualcosa dobbiamo pur rinunciare, se non vogliamo farci compatire!”. 

Tutte modifiche marginali? Sarebbe da dimostrare. Ma è ancor più curioso che, non appena qualche incauto si azzarda a chiedere la celebrazione di una Messa in rito straordinario, o di cantare in gregoriano un Kyrie; se un sacerdote osa farsi vedere in Curia con la talare; se dal balcone del Palazzo Apostolico compare lo stemma papale con la tiara, ecco che quegli stessi disinvolti potatori gridano allo scandalo e si danno un gran daffare per precisare che nulla è comunque cambiato, limitare la portata della violazione (assolutamente episodica, ben inteso) e contenere il danno sui media con comunicati stampa ed autorevoli interventi. 

Ma come? Non ci avevate raccontato che tutte le cose che avete eliminato, distrutto, cestinato, annullato, deriso e storpiato erano solo marginali e di nessuna importanza? Allora, se erano davvero così poco importanti, perché vi scaldate tanto se vengono ripristinate? Cosa vi allarma, cosa vi preoccupa? E - ci chiediamo - cosa preoccupa tanto Gianni Cardinale e Avvenire, al punto da farsi l'uno portavoce del Santo Padre e l'altro organo ufficiale della Santa Sede? Da quando il quotidiano della CEI anticipa gli atti dell'Osservatore Romano, quasi a dettare la linea da tenere? Chi ha deciso che lo stratum papale verrà usato ‘una tantum’, dopo avervi fatto applicare il nuovo stemma? Ah sì: la Segreteria di Stato. Già: non Sua Eminenza X o Sua Eccellenza Y, non Monsignor Tizio o Padre Caio, ma l'anonima, imperscrutabile, impersonale Segreteria di Stato. Il che, com'è noto, equivale a zero, almeno finché gli atti ufficiali di questo Dicastero non recheranno la firma dell'istituzione anziché quella delle persone che vi lavorano. 

Questo zelo - che oggi pare sinceramente fuori posto - ricorda tanto i giudizi inappellabili di altri eccellentissimi potatori, che alla vigilia della promulgazione del Motu Proprio Summorum Pontificum davano per assolutamente improponibile l'equiparazione della liturgia romana a quella riformata. Vi era chi, abituato a farsi intervistare da proni e compiacenti gazzettieri, pareva parlare ex cathedra dando per certo che mai e poi mai la Messa antica avrebbe avuto diritto di cittadinanza nelle Chiese cattoliche. E pontificava, terribile: “Tornare indietro non si può”, proprio quando anche l'ultimo degli uscieri in Vaticano aveva avuto tra le mani le copie del Motu Proprio, allora in fase di traduzione, e sapeva benissimo che si stava proprio tornando indietro, e in cuor suo se ne rallegrava. 

E se ci si deve attenere oggi all'intimazione «Nihil innovetur» che chiude l'articolessa di Avvenire, ci piacerebbe tanto sapere in virtù di quale oscuro arcano non si sia ritenuto doveroso fare altrettanto in precedenza, quando la parola d'ordine era di segno opposto, e la tiara si poteva togliere senza scrupoli, sostituendola con la mitria, sin dal pontificato di Giovanni Paolo II. Chi si è trovato a passare vicino a Porta Angelica avrà visto lo stemma di quel Papa far bella mostra di sé, fuso nel bronzo proprio sopra un portale del Vaticano, senza quella tiara che pure faceva parte della versione ufficiale; lo stesso dicasi per l'altro stemma, intarsiato di marmi policromi, che campeggia al centro della Cappella del Battistero nella Basilica Vaticana: anche in quel caso il nihil innovetur è stato ignorato senza troppe cerimonie, e senza che Avvenire sentisse il bisogno di richiamare all'ordine l'indisciplinato sfrondatore di tiare.

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