Domus mea domus orationis



Pur senza aver meritato l'onore della cronaca nazionale, su alcuni siti è apparsa una notizia che ha destato non poco stupore, più che altro per la sua brutale banalità. Alcuni giorni or sono, un rifugiato politico di origine somala ha ballato sull'altar maggiore del duomo di Firenze, accennando con spavalderia alcuni passi di break-dance. Buon senso vorrebbe che un rifugiato, transfuga da remote plaghe in cui sono conculcati i diritti umani, cerchi di rispettare il popolo che lo accoglie, la sua cultura, la sua Fede: se non per convinzione, almeno per opportunismo. Ma queste sono considerazioni che ci meriterebbero lo scherno dei benpensanti di oggi.

La disinvoltura del profanatore – e presumibilmente l'assenza di una punzione conseguente a questo gesto – è stata colta con enfasi dai soliti professionisti dell'indignatio: alcuni hanno gridato al sacrilegio, altri hanno deplorato la disparità di trattamento tra gli atti vandalici perpetrati nei luoghi di culto cattolici e quelli che hanno luogo nelle sinagoghe o nelle moschee.

Ci permettiamo di esprimere qualche perplessità, forse perché nostro malgrado ci stiamo abituando al moltiplicarsi di sacrilegi e profanazioni. La nostra perplessità ci viene dalla considerazione del clima culturale in cui questi episodi maturano, e dalla reazione che essi suscitano. E, senza nulla togliere alle geremiadi degli zelatori del tempio, ci piacerebbe far presente che è difficile inculcare il rispetto per le cose sante, laddove questo rispetto non traspaia anzitutto in coloro che dovrebbero essere addetti al servizio dell'altare.

Guardando il video, si vede una specie di tavolo marmoreo privo di tovaglia, di candelieri, di Croce, di paliotto. E non si tratta dell'altare nudo e spoglio del Venerdì Santo, ma nientemeno che dell'altar maggiore della Basilica Cattedrale di Firenze in un normalissimo giorno dell'anno. L'antico altare, che nel progetto originale faceva tutt'uno con il Crocifisso di Benedetto da Maiano, fu spostato in epoca montiniana al centro del presbiterio, e tra questo e quello fu eretta la sede del celebrante. Non una lampada ardente, non un fiore, non un tappeto. I chierici che vi passano davanti accennano di malavoglia un inchino, spesso lo omettono per fretta o per non apparire troppo cerimoniosi.

La Cattedrale di Santa Maria in Fiore fagocita quotidianamente migliaia di orridi turisti malvestiti, gentaglia che parla sguaiatamente idiomi oscuri come se fosse nella piazza del mercato, straccioni con la gomma da masticare, la fotocamera e le infradito: una babele di ignoranti e ineducati che trascinano i piedi cercando l'ascensore per salire sulla cupola, pagando l'obolo alla Reverenda Fabbrica del Duomo. Non minore irriverenza si può vedere a San Marco a Venezia, o in San Pietro a Roma; ancor peggiore è la costante stransumanza nella Cappella Sistina, talmente straripante di turisti da appestarne l'aria peggio che in una stalla. Spelunca latronum con visita guidata.

Per un seguace della Mezzaluna sarebbe difficile credere che i Cattolici possano tributare così scarso onore all'altare su cui si celebra il Santo Sacrificio e potrebbe facilmente chiederci perché i nostri sacerdoti trascurano in questo modo il Santo dei Santi, e come possiamo sperare che egli riconosca la verità della Rivelazione Divina, se certi ministri del Dio dei Cristiani sembrano più solleciti verso il proprio cellulare che per il Santissimo Sacramento. Forse troverebbe qualche progressista che non esiterebbe a raccomandargli di rimanere nell'Islam, in nome del dialogo ecumenico e farneticando di presunti germi della salvezza presenti nelle altre religioni. Peccato che la Chiesa possegga in toto la salvezza, e alle altre religioni rimangano solo i germi...

In un tale contesto, non stupisce che un selvaggio tra i tanti possa ritenersi autorizzato a dare spettacolo, venendo interrotto da un custode solo dopo alcuni minuti di penoso cimento coreutico. Quel che lascia allibiti non è l'empito sacrilego, la furia iconoclasta, la rabbia satanica: è l'assoluta noncuranza e la persuasione che in una chiesa cattolica si possa salire indisturbati su un altare a calpestare quel che di più santo vi è nell'edificio sacro. D'altra parte, le danze scomposte non sono appannaggio degli esagitati o degli esibizionisti, ma paiono esser entrate a far parte a pieno titolo dei vari ad libitum della liturgia riformata, dalla Basilica Vaticana alle meno importanti ma non meno degne Cattedrali di tutto il mondo. A Milano, sotto lo sguardo compiaciuto dell'ecumenico Arcivescovo Tettamanzi, le danze tribali sono elemento integrante del pontificale dell'Epifania, così come lo furono dei pontificali dell'egrotante Giovanni Paolo II e del suo Maestro delle Celebrazioni le discinte performances di figuranti di colore all'epoca del Giubileo.

E come dimenticare i democratici bivacchi nel tempio, tanto cari ai corifei del populismo cattocomunista? Madri che cambiano il pannolino ai loro mocciosi sui banchi delle navate; vecchie intente a rimestar la zuppa in calderoni approntati sulle balaustre; uomini che fanno il pediluvio o prendono la doccia nelle cappelle laterali; coppie che cercano intimità nei confessionali... tutte cose che com'è noto mandano in sollucchero certi ecclesiastici à la page ma che non ispirano certo il santo timor di Dio ed il rispetto per la Sua dimora.

Ma mentre l'episodio fiorentino rimane una deplorevole eccezione, altre profanazioni non meritano nemmeno un trafiletto nella cronaca locale. Il minus habens che ha creduto di fare una bravata è l'ultima tessera di un domino che ormai ha trascinato con sé il senso del sacro, dopo aver fatto delle chiese sale da concerto, luoghi di comizio o templi in cui eretici e adoratori degli idoli possono sentirsi a casa propria a sgozzar polli o ad offendere l'Altissimo con i loro riti blasfemi.

Duole ricordare che i primi artefici della temperie in cui si sviluppano simili episodi non siano gli empi – dai quali è logico attendersi irrisione e sacrilegi – ma proprio coloro cui è affidata la custodia delle cose sante, per i quali il mondo ed il suo Principe hanno evidentemente maggior appeal di Colui che non esitò ad intrecciare una frusta di corda per scacciare i mercanti dal tempio. Quelli si limitavano a vendere colombe e tortore per i sacrifici dell'Antica Legge, questi mercanteggiano le verità della Nuova Allenza in nome dell'ecumenismo o le tacciono colpevolmente per compiacere il secolo. Et vos fecistis eam speluncam latronum.

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