Et exaltavit humiles


Su Palazzo Apostolico, Paolo Rodari dà conto delle reazioni alle recenti nomine al Conclave. Tra i censori delle scelte di Benedetto XVI, possiamo annoverare don Filippo Di Giacomo, editorialista dell'Unità. Egli giudica modesto il Concistoro, e modeste le personalità di Curia cui presto sarà imposto il Galero cardinalizio. 

Ci piace pensare che, viste le personalità di primo piano, forse quelle di secondo piano riserveranno qualche sorpresa: mons. Piacenza, ad esempio, o mons. Burke, e certamente mons. Ranjit. Tre Prelati di Curia che non fanno mistero della propria fedeltà al Magistero e dell'amore che nutrono per la Liturgia Romana. Tre persone modeste per lo spirito del mondo, ma che sono - per quanti hanno l'onore di conoscerle - dotate di grande spiritualità, di salda dottrina, di vero amore per la Chiesa. E che, proprio per quella modestia, rifuggono le telecamere e non ricercano gli applausi.

Non così mons. Ravasi, del quale tutto si può dire, fuorché che sia modesto. Il Corriere della Sera giunge a tributargli onori così ridondanti, da apparire al limite della piaggeria: teologo erede di Ambrogio, cui avrebbero di diritto potuto aggiungere al suo nome l’epiteto di Crisostomo. Boccadoro: niente meno. Di certo mons. Ravasi è erede e pupillo del card. Martini, e tanto basta. Ci piacerebbe sapere se la capacità di incantare il pubblico decantata dal Corriere sia sufficiente per legittimare le dottrine eterodosse che professa o per render digeribile la sua prosa autocelebrativa. Ricordiamo en passant il suo approccio giudaizzante al Cristianesimo, il cortile dei gentili, le insinuazioni sulla realtà e storicità della Resurrezione di Cristo, e i suoi supponenti calembours etimologici tra ebraico, greco e latino, davanti ai quali il pubblico si lascia incantare, ma il dotto inorridisce.

L'orgoglio è peccato capitale: ben vengano i modesti, dunque. O, come sarebbe più giusto chiamarli, gli umili


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