Quod erat demonstrandum



Ecco confermate le parole dei profeti di sventura: l'immonda insegna è stata scucita, strappata, tagliata, rimossa anche dagli stemmi che ornavano il parato violaceo donato al Papa da un fedele marchigiano. Al suo posto campeggia il mitriregno, opera insigne di altissimo artigianato. Tanta sollecitudine è degna d'encomio, non c'è che dire. D'altra parte, siamo quasi a Natale, e un panettone non si nega a nessuno.

Gaudent Angeli, laetantur Archangeli, tripudiant Patriarchae atque Prophetae, exsultant justi. 



Commenti

  1. A me sembra del tutto demenziale procedere ad operazioni di 'cucito' come questa. Ma non tanto per il tema triregno si o no, ma perchè mi sembra uno svarione dalla linea "riforma della riforma" ed "ermeneutica della continuità". Mi piacerebbe che mons. Marini spiegasse perchè fa scolpire dei nuovi stemmi (con triregno) per sostituire gli originali alla sedia rossa che spesso utilizza per la Messa Papale e poi si dedica al Patchwork su di un piviale. Allora non lo si metta più in testa a San Pietro il 29 giugno; si scalpellino gli stemmi dalla facciate delle chiese; si tolga dalle mani degli angioletti sulla cima del baldacchino. La mia completa solidarietà al Conte Siffi! il suo zelo sia degno di miglior causa in futuro.

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  3. La solidarietà, più che al Conte Siffi, andrebbe al donatore, che non trova i soldi per strada e di certo ha fatto dei sacrifici per onorare il Santo Padre.

    Non credo che la responsabilità sia di mons. Marini, quanto piuttosto dei solerti personaggi senza nome della Segreteria di Stato, che hanno in odio la tiara per mille ragioni.

    Rimane la questione di bon ton: manomettere un dono non è delicato, e se non lo si ritiene confacente al Papa è a mio avviso preferibile rifiutarlo gentilmente, anziché accettarlo e poi modificarlo in un aspetto non marginale.

    Senza dire che affidare le modifiche alla concorrenza di Ars Regia è oltremodo scorretto, perché le consente di scoprire i segreti sartoriali e i modelli che ogni azienda gelosamente custodisce. Se proprio si dovevano modificare gli stemmi, si poteva affidarli a chi li ha fatti ricamare, specialmente sapendo bene che avrebbe provveduto senza alcuna spesa ulteriore.

    Mi pare che su Pietro Siffi gravi una sorta di ostracismo molto ipocrita, alimentato non tanto dai concorrenti oggi più in auge, quanto da alcuni meschini personaggi azzimati e démodé, che trascorrono il proprio tempo a denigrare la vita altrui, non avendone una propria. Ed è curioso che in Vaticano si presti fede a questi delatori, le cui accuse troppo spesso rispecchiano, più che le colpe altrui, le loro inveterate abitudini.

    La cosa sconcertante è che queste conventicole di teatranti organizzano pontificali in sedicesimo, dipanando metri e metri di seta marezzata tra il tinello e la camera da letto, e non si peritano di ostentare anche su internet tristissime camerucce debordanti di pizzi e merletti, mediocri salottini anni Venti con gli strapuntini, i tappetini, il quadretto del Duodecimo benedicente, un cappello prelatizio con fioccature da tenda, spille, gemelli fatti con i camei di mammina, occhiali d'oro, grammofoni e tutto il repertorio del trovarobato da amica di nonna Speranza.

    Se questi delirii degni della psicopatologia fossero sufficienti per tenerli lontani dall'umano consorzio, ce ne potremmo almeno consolare; ma la furia distruttiva, l'odio rancoroso da zitella, l'invidia per la normalità altrui li spingono ad uscire dai loro demenziali mondi virtuali e a sparger zizzania su chi ha l'unico torto di non esser altrettanto ipocrita e sleale.

    Credo che prima o poi Siffi o chi per lui si stancheranno di sopportare questi continui attacchi e inizieranno a render pan per focaccia - come si suol dire - sbugiardando una volta per tutte questi svirilizzati borghesucci senz'arte né parte, tanto ricchi di velleità snob quanto poveri di senso della misura. E sono certo che se si scoprissero certi altarini, se si portassero alla luce certe scomode verità, forse la finirebbero di dar noia al prossimo...

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  4. Se ci fosse stato il compianto Mons. Bruno B. Heim la penosa operazione iconoclasta di togliere la tiara al Romano Pontefice non sarebbe mai andata in porto. L'arcivescovo e nunzio Bruno B. Heim, araldista di ben quattro pontefici aveva l'autorità, il talento, la competenza e, soprattutto, il polso fermo per sbugiardare gli artefici di una scelta priva di motivazioni significative e davvero concrete. Togliere la tiara è stato solo un penoso "épater le bourgeois" comodo e a buon mercato. Peccato.

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