Da che pulpito!



Sulla querelle destata dall’annuncio del prossimo Incontro Interreligioso di Assisi ricomincia, come da copione, la serie di articolesse di questo o quel personaggio di spicco del progressismo italiano. Strano che Manlio Sodi ed Enzo Bianchi non abbiano ancora pontificato. Strano che Avvenire taccia, senza sventolare il suo nihil est innovandum, che oggi più che mai avremmo condiviso. Curioso il silenzio del valetudinario card. Martini, che dell’ecumenismo fu espertissimo propugnatore e divulgatore.

All’appello indirizzato da alcuni intellettuali cattolici al Santo Padre e pubblicato sul Foglio dello scorso 11 Gennaio, risponde con livore Alberto Melloni, sul Corriere del giorno dopo: Gli zelanti e irrispettosi cattolici che cercano di influenzare il papa.

Melloni tradisce il proprio disappunto perché nell’omologato panorama del Cattolicesimo italiano vi è chi ha osato dissentire, levando rispettosamente la voce ed esprimendo le proprie perplessità ed i propri timori per le conseguenze che potrebbero concretamente derivare da un fraintendimento della presenza del Santo Padre alla riunione di Assisi.

E dire che di solito il dissenso della base, in nome della libertà dei figli di Dio propagandata dai talebani del Vaticano II, dovrebbe esser ben accolto da chi, per formazione e per convinzione, non fa mistero del proprio progressismo democratico. Ma come? Non siete forse voi che dal Concilio in poi andate sbandierando come fatto positivo e necessario ogni rivolta, ogni dissenso, ogni critica, ogni insubordinazione all’autorità della Sacra Gerarchia, in nome della partecipazione dei fedeli al governo della Chiesa? Non siete voi che raccontate che il vostro Concilio era voluto dal popolo, che il popolo non capiva il latino e chiedeva con insistenza al Papa di dargli una liturgia finalmente comprensibile, nella lingua dei carrettieri e dei braccianti? Non siete voi, soloni di una chiesa moderna e democratica, che criticate apertamente il Pontefice, rammaricandovi con padre Ernesto Balducci1 e Severino Dianich2 per la mancata nascita di una chiesa popolare, che tragga la sua autorità dal basso? Non siete voi che concedete le vostre chiese e le aule dei Seminari per le conferenze dei teologi che Roma ha allontanato dagli Atenei Pontifici o di cui ha condannato le teorie? Che date spazio ai preti contestatori, ai preti operai, ai preti black block? Non siete voi che disobbedite apertamente al Papa in campo politico, proclamandovi presuntuosamente cattolici adulti, quasi fosse segno di maturità e motivo di vanto dichiararsi apertamente indocili al Magistero? E ancora: non siete voi che avete fermamente avversato il Santo Padre sul Motu Proprio, impartendogli petulanti lezioni di liturgia conciliare ed insinuando che con quel gesto si rendeva reo di leso Concilio? La vostra incoerenza vi sconfessa, e vi rivela per quello che siete.

Eppure non siete nuovi a bacchettare il Papa. Nel 1967, il Circolo Cattolico Maritain di Rimini scrisse a Paolo VI un appello che riportiamo nella sua interezza, richiamando l’attenzione anche sui modi in cui questi laici si rivolgono al Sommo Pontefice:

Il cardinale Spellman ha detto che «gli Stati Uniti stanno combattendo nel Nord Vietnam una guerra santa», e, rivolto alle armate statunitensi ha detto: «Voi non solo state servendo il vostro paese, ma state servendo la causa della giustizia, la causa della civiltà e la causa di Dio. Noi siamo tutti uniti nella preghiera e nel patriottismo in questo sforzo». Noi, cattolici di Rimini, siamo scandalizzati e sgomenti. È questa la Pacem in terris? È questa la nuova “età conciliare”? Siamo tornati alle crociate di infausta memoria e al patriottismo di cattiva lega con la benedizione delle armi e dei gagliardetti? Padre, Lei che così ansiosamente e paternamente non perde occasione per ammonire da “errori” e “deviazioni” e “pericoli” che si possono ravvisare negli scritti o nell’impegno di qualche sconosciuto membro di questo o quell’ordine religioso, e nell’attività di qualche “cenacolo” laico [chiaro il riferimento a Don Mazzi e Don Milani] non vorrà rimanere inerte di fronte a certe grossolane deviazioni, a certe scandalose negazioni della Pace, solo perché fanno capo ad un cardinale di S. R. Chiesa?3

La disobbedienza al Magistero e al Papa non è finita dopo il Sessantotto, ma in nome dello spirito del Concilio è proseguita inarrestabile, legittimando la ribellione. Come fecero le Comunità di Base, giunte a proclamare il proprio sostegno al teologo eretico Hans Kung, sospeso dall’insegnamento, e ad invocare

un cambiamento di una chiesa autoritaria e centralistica [...] consentendo così una reale autonomia delle chiese locali al cui interno si affermino libertà evangelica, democrazia, coscienza critica, uguaglianza, carismi, diritti umani.4

Come dimenticare la Dichiarazione di Colonia del 1989, cui seguirono “dichiarazioni” di intellettuali e teologi francesi5 e di sessantadue teologi spagnoli6, mentre si diffondevano costantemente nuovi appelli per il dialogo nella chiesa e segnali di dissenso da parte di esponenti di numerosissimi ordini religiosi? Tra i farneticamenti del documento di Colonia, si legge:

In tutto il mondo, in molti casi, viene negata a teologi e teologhe qualificati l’autorizzazione ecclesiastica all’insegnamento. Si tratta di un grave e pericoloso attentato alla libertà di ricerca e di insegnamento, oltre che alla struttura dialogica della conoscenza teologica, che il Concilio Vaticano II ha ribadito in molti testi. Il conferimento dell’autorizzazione ecclesiastica all’insegnamento viene indebitamente utilizzato come strumento disciplinare. Stiamo assistendo al tentativo, estremamente discutibile dal punto di vista teologico, di rafforzare ed estendere in modo indebito la competenza magisteriale del papa, oltre a quella giurisdizionale. […] L’apertura della chiesa cattolica alla collegialità tra papa e vescovi, che pure è stata una delle acquisizioni fondamentali del Concilio Vaticano II, viene soffocata da un nuovo centralismo romano. L’esercizio dell’autorità, quale trova espressione nelle recenti nomine episcopali, è in contrasto con la fraternità del Vangelo, con le esperienze positive dello sviluppo dei diritti di libertà e con la collegialità dei vescovi. La prassi attuale ostacola il processo ecumenico in punti essenziali. […] Non tutti gli insegnamenti della chiesa sono ugualmente certi e hanno un uguale peso dal punto di vista teologico. Noi ci opponiamo alla violazione di questa dottrina dei gradi della certezza teologica ovvero della “gerarchia delle verità” nella prassi del conferimento e della negazione dell’autorizzazione ecclesiastica all’insegnamento. Singole questioni etiche e dogmatiche di dettaglio non possono perciò venire contrabbandate arbitrariamente come atte a stabilire l’identità della fede.

I ribelli tedeschi attaccavano Giovanni Paolo II anche sulla morale sessuale, appellandosi – guarda caso – proprio alla Dignitatis humanæ:

[…] Recentemente, rivolgendosi a teologi e a vescovi, il papa ha collegato la dottrina della regolazione delle nascite - senza tener conto del grado di certezza e del diverso peso degli asserti ecclesiastici - con verità di fede fondamentali quali la santità di Dio e la redenzione a opera di Gesù Cristo, così che coloro i quali criticano l’insegnamento papale sulla regolazione delle nascite vengono accusati di “minare i pilastri fondamentali della dottrina cristiana”, anzi con il loro richiamarsi alla dignità della coscienza essi cadrebbero nell’errore di rendere “vana la croce di Cristo”, di “distruggere il mistero di Dio” e di negare la “dignità dell’uomo”. I concetti di “verità fondamentale” e di “rivelazione divina” vengono usati dal papa per sostenere una dottrina del tutto particolare, che non può essere giustificata in base alla Sacra Scrittura, nè in base alle tradizioni della chiesa (cfr. i discorsi del 15 ottobre e del 12 novembre 1988). […] Il Concilio Vaticano II afferma: «Nel mettere a confronto le dottrine si ricordino che esiste un ordine o “gerarchia” nelle verità della dottrina cattolica, essendo diverso il loro nesso col fondamento della fede cristiana» (Decreto sull’ecumenismo, n. 11).

E poi la stilettata:

L’obbedienza nei confronti del papa, che in tempi recenti viene sempre più spesso dichiarata e pretesa da vescovi e cardinali, ha l’aspetto di un’obbedienza cieca. L’obbedienza ecclesiale a servizio del Vangelo richiede la disponibilità a un’opposizione costruttiva ( cfr. Codex Iuris Canonici, can. 212, § 3). Invitiamo i vescovi a ricordarsi dell’esempio di Paolo, che è rimasto in comunione con Pietro pur “resistendogli in faccia” nella questione della missione tra i pagani (Gal 2,11)

con la minaccia, tutt’altro che laudativa:

Tuttavia i teologi, che stanno al servizio della chiesa, hanno anche il dovere di esercitare pubblicamente la critica se l’autorità ecclesiastica fa un uso sbagliato del suo potere, contraddicendo così le sue finalità, ostacolando il cammino verso l’ecumene, sconfessando le aperture del Concilio.

Si noti che per gli estensori della Dichiarazione l’«uso sbagliato» del potere da parte della Gerarchia si concretizza solo quando essa ostacola «il cammino verso l’ecumene», o sconfessa «le aperture del Concilio». Ecco di nuovo scoperto l’inganno: l’autorità vale se e solo se è utile alla causa modernista. Diversamente, perde ogni forza. Assistiamo qui ad un capovolgimento del concetto di autorità in cui, ferma restando l’impostazione cattolica tradizionale, se ne sovverte però il fine; l’autorità non è più ordinata alla Fede, ma alla demolizione della “vecchia religione” e all’instaurazione della nuova, profetica religione postconciliare. Si potrebbe dire che l’autorità rimane sempre ordinata alla fede, ma ad una fede diversa. Anche il ruolo del Pontefice Romano e dei Vescovi ha un senso finché difende e custodisce il depositum hæreseos della moderna teologia, e nel momento in cui dovesse insegnare alcunché di estraneo al «cammino verso l’ecumene» o alle «aperture del Concilio» immediatamente decade, proprio come decade in ambito cattolico l’autorità di colui che non custodisce il depositum fidei. Ancora una volta troviamo minata alla radice l’autorità della Chiesa, che è il vincolo della comunione cattolica.

La Congregazione per la Dottrina della Fede promugherà, a condanna della Dichiarazione e degli altri documenti analoghi, l’Istruzione sulla vocazione ecclesiale del teologo, emanata il 24 maggio 1990 dal Prefetto card. Joseph Ratzinger con l’approvazione di Giovanni Paolo II. Le Comunità di Base, per bocca di don Franco Barbero, dissero al cardinale Ratzinger di occuparsi non già dei teologi ribelli, ma piuttosto di quelli eccessivamente obbedienti. Intervenì ovviamente anche Martini e mons. Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea, intimò: «il magistero deve ascoltare di più il popolo di Dio»7. Come vediamo i nomi sono sempre gli stessi.

Tornando al velenoso articolo di Melloni, vi è uno scritto che a nostro avviso merita di non rimanere confinato nell’oblio del passato: è il famoso Documento “dei sessantatre” teologi italiani del 15 maggio 1989, che reca la firma, tra gli altri esponenti del dissenso, proprio dello stesso Alberto Melloni.8 Va ricordato che questo documento esprimeva sostegno e appoggio alla Dichiarazione di Colonia, segnalando con preoccupazione «l’impressione che la chiesa cattolica sia percorsa da forti spinte regressive»9.

Il Documento dei sessantatre merita di essere rispolverato per alcune proposizioni deliranti – sottroscritte dal Nostro – che però rivelano una certa incoerenza con l’ultimo suo articolo. Premesso che il Concilio Vaticano II costituirebbe una svolta radicale e irreversibile, nella comprensione della fede ecclesiale, il documento afferma che il Deposito della Fede custodito dalla Sede Apostolica non avrebbe valore in sè, nè valore assoluto, ma piuttosto lo otterrebbe per la sua connotazione pastorale, la sola che renderebbe possibile l’interpretazione fedele della verità dentro l’esistenza storica della comunità; che la natura gerarchica della Chiesa visibile dovrebbe lasciare il posto a una concezione della chiesa come comunione di chiese; che la funzione magisteriale del primato petrino non escluderebbe la varietà dei modi di intendere e di vivere la fede che lo Spirito suscita nelle diverse comunità; che la funzione del Magistero Pontificio nella chiesa delle origini non era riducibile alla funzione di guida della comunità e, pertanto, occorrerebbe ripensare tale funzione; che non si dovrebbe parlare di infallibilità del Magistero, anche di quello ordinario universale, ma della sua funzione pastorale; che il compito dei teologi non si svolge solo divulgando l’insegnamento del magistero e approfondendo le ragioni che ne giustificano le prese di posizione ma, piuttosto, quando raccolgono e propongono le domande nuove [...] o quando percorrono [...] sentieri inesplorati.

Leggere oggi questo sublimato di modernismo dimostra come, più di vent’anni or sono, si stessero gettando le basi per un cambiamento dottrinale non ancora scongiurato, ad iniziare dal ripensamento del Primato Petrino. E non stupisce che i sessantatre teologi, a tutt’oggi ancora insediati negli Atenei e negli Istituti di Scienze Religiose italiani, cerchino di privare il Magistero della sua infallibilità in nome della pastoralità, nel momento stesso in cui vogliono attribuire forza di superdogma al Vaticano II che si era invece dichiarato meramente pastorale.

Questi sedicenti teologi, dopo cinquant’anni di indottrinamento alla rivolta, di appoggio ideologico, mediatico, logistico ed economico ai più esagitati rappresentanti del progressismo barricadero, alzano il ditino ammonitore, e rivestono l’abito austero dell’inquisitore, per stigmatizzare ciò in cui essi per primi si sono dimostrati campioni. E lo fanno a sproposito, perché l’appello di Agnoli, De Mattei, Palmaro ed altri non ha né i toni né i contenuti dei diktat che sono invece usciti dalla penna di questi progressisti.

La ragione di tanto rancore è evidentissima: questo appello rischia di togliere il monopolio del dissenso ai soliti noti, e l’alibi democratico finisce per ritorcersi contro chi lo aveva partorito per servirsene a proprio piacimento, ma sempre e solo a senso unico. E sappiamo bene che è tipico degli artefici della Rivoluzione attribuire al popolo una volontà di cui essi per primi sono abili suggeritori; volontà che pesa come un macigno sui governanti, quando si tratta di trarne vantaggio per la causa, ma che per incanto volge in demagogia o deriva populista non appena si discosta dai propri progetti o addirittura osa invocare un ritorno al passato.

Vi è poi una presunzione monstre, nel ritenersi depositari di una nuova rivelazione che non ammette contraddittorio, e di cui questi teologi si credono esclusivi pontefici. Il loro magistero, che si esplicita né più né meno di quanto non facesse Bonifacio VIII, è per se infallibile e si pone al di fuori di qualsiasi possibilità di discussione. Si può metter in dubbio ogni dogma cattolico, ma nemmeno il Papa può permettersi di discutere sugli intangibili assunti del postconcilio. E difatti, basta che uno sparuto gruppo di intellettuali non allineati esprima il proprio pensiero, per sollevare le ire dei gran sacerdoti del progressismo, pronti a difendere i propri privilegi, usurpati in cinquant’anni di scientifica occupazione delle gramsciane casematte del potere. Non stupisce se sia stata accolta con tanta sufficienza la proposta papale, all’inizio del Pontificato, di rileggere in Concilio ed il Postconcilio alla luce dell’ermeneutica della continuità, e non dell’ermeneutica della rottura. Una vera eresia: perché la rottura è il postulato rivoluzionario grazie al quale si legittima il passaggio del potere gerarchico a questa gerarchia parallela, la sua autorità indiscussa, la sua infallibilità, la sua potestà magisteriale e disciplinare.

Ma siccome non si può ancora mandare a casa il Papa e tutta la Curia Romana, ci si deve infeudare in quella stessa Curia – direttamente o tramite personaggi influenti e di sicura fede modernista – per destabilizzarla dall’interno, proponendo con insistenza quel ripensamento del Primato Petrino, grazie al quale il Papato possa essere de facto spodestato, col solo scopo di sostituirgli un altro magistero, impaziente imporsi definitivamente già da decenni. Perché costoro sanno benissimo che la struttura gerarchica della Chiesa è perfetta, e che se si vuole veramente instaurare la nuova religione mondiale è indispensabile farlo utilizzando una sorta di clone gerarchico. Forse pensava a questo Leone XIII, quando profetizzò la persecuzione: «ubi sedes beatissimi Petri et cathedra veritatis ad lumen gentium constituta est, ibi thronum posuerunt abominationis et impietatis suæ, ut desctructo Pastore, et gregem disperdere valeant». I fautori della nuova chiesa vogliono quella cathedra, ben sapendo quale potere ne derivi a chi vi è assiso.

Entriamo nel merito dell’articolo di Melloni. Egli sentenzia: «L’obbedienza soprannaturale dovuta al Papa può essere offesa sia con la esplicita ribellione al suo ministero d’unità sia con quello zelo untuoso e cortigiano che cerca di impossessarsi di qualche brandello del suo magistero per bastonare coloro che la pensano diversamente». Parlando di esplicita ribellione, accenna forse a quella obbedienza che «richiede la disponibilità a un’opposizione costruttiva» di cui parlavano i teologi di Colonia? Perché poi usare un’espressione come zelo untuoso e cortigiano? Crede Melloni che parlare come figli ad un padre sia indice di cortigianeria? Pensa che dovremmo rivolgerci al Pontefice come gli esagitati delle Comunità di Base? Quanto al bastonare coloro che la pensano diversamente, ci sembra che finora certi medoti di rieducazione siano stati adottati da ben altri soggetti ecclesiali, più esperti nella persuasione dei refrattari: discriminazione metodica dei chierici e dei laici in odore di conservatorismo, il mobbing scientifico dei sacerdoti da parte dei Superiori e dei confratelli, l’ostracismo dai media e dagli Atenei dei docenti e degli intellettuali di solida dottrina e, non ultimi, il discredito e la calunnia.

È evidente che si sta concretizzando il timore che – non fosse che proprio in ragione dei modi rispettosi e pacati in cui è formulato l’appello – in Vaticano si finisca col prestare ascolto alle istanze di una parte del mondo cattolico non allineata con i novatori. La mentalità rivoluzionaria concepisce il mondo – e la Chiesa – per categorie, ma dividere a colpi d’accetta i buoni dai cattivi, il bianco dal nero è semplicistico. E qualcuno inizia a stancarsi di esser bollato come un fanatico o un retrogrado per il solo fatto di non condividere la crisi in cui versa la Chiesa da cinquant’anni. Non dimentichiamo che è proprio del metodo della Rivoluzione identificare il nemico, demonizzandolo e screditandolo, esasperandolo e mettendolo in una posizione di inferiorità. Se il nemico è serio, affidabile, colto, educato; se non lo si può accusare di nazismo o di estremismo, qualcuno gli potrebbe prestar fede, facendo venir meno il controllo sull’opinione pubblica omologata. Non per nulla Melloni osserva che «questa tentata intimidazione» potrebbe non essere «priva di qualche sponda interna alle congregazioni di curia». E meno male: sarebbe davvero sconsolante se tutta la Curia Romana si fosse lasciata lobotomizzare a colpi di spirito del Concilio e di spirito di Assisi. E già presagisce che i congiurati vogliano «ottenere un inciso del discorso papale, da usare ad nauseam come una sanzione contro coloro che detestano [...] dentro la Chiesa cattolica». Ad nauseam? Con che coraggio si sovverte la realtà, dopo averci rintronato col mantra conciliare in tutte le prediche, da tutte le cattedre, su tutti i periodici e i giornali? Con che coraggio accusa Agnoli e gli altri incontentabili tradizionalisti dei metodi di cui ha dato prova la falange progressista? Non è proprio grazie agli incisi che certi teologi hanno fatto dire al Concilio, a Paolo VI, a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI tutto ed il contrario di tutto?

In verità noi auspichiamo ben più di un inciso, perché non ci pare che il rischio di sincretismo sia poi così trascurabile. Puntualizza giustamente De Mattei: «L’appello è una domanda aperta. Non è un’accusa nei confronti di nessuno. Assisi, tra l’altro, non è un evento dottrinale ma è un esercizio di governo. Nel 1986 ero ad Assisi. Ricordo le chiese cattoliche divenute sede di riti animisti. L’evento fu talmente catastrofico che poi Ratzinger cercò di riparare. Non a caso la sua posizione ecumenica fu fortemente diversa da quella del cardinale Walter Kasper. È questa diversità che speriamo il Papa metta in campo ad Assisi. Perché la prima Assisi, quella del 1986, con tutto l’impatto mediatico che ebbe, fu un disastro»10.

Non crediamo che lappello di persone perbene del mondo cattolico italiano sia una «mossa audace e sbagliata»; di certo è meno audace e meno sbagliata di quel Documento dei sessantatre che Melloni ha sottoscritto assieme ad Alberigo, a Bianchi, a Turoldo. Scripta manent

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NOTE
 
1Cfr. Adista, anno XXV, n. 14, 15 Luglio 1990, pagg. 400-401
2Severino Dianich, Perchè il teologo dopo il Vaticano II è nell’occhio del ciclone?, in Famiglia cristiana, n. 30 del 1990
3Cfr. Lettera aperta al papa sulla “guerra santa” nel Vietnam, 1967. Citata anche in Storia dell’Italia repubblicana di Silvio Lanaro, Marsilio Editori, 1996
4Cfr. Il Regno - Attualità, anno XXXIV, n. 4, 15 Febbraio 1989, pagg. 71-74
5Cfr. Non possiamo più tacere. Documento di intellettuali cattolici francesi: vescovi e Vaticano uccidono la libertà, in Adista, anno XXIII, n. 27, 10/11/12-4-1989, pag. 5
6Cfr. Ibid., anno XXIII, n. 33, 4/5/6-5-1989, pagg. 11-12
7Luigi Bettazzi, Il magistero deve ascoltare di più il popolo di Dio, in Il risveglio popolare del 5 Luglio 1990
8L’elenco dei firmatari è il seguente: Attilio Agnoletto (Università Statale di Milano), Giuseppe Alberigo (Università di Bologna), Dario Antiseri (Università LUISS di Roma), Giuseppe Barbaccia (Università di Palermo), Giuseppe Barbaglio (Roma), Maria Cristina Bartolomei (Università di Milano), Giuseppe Battelli (Istituto per le Scienze Religiose Bologna), Fabio Bassi (Bruxelles), Edoardo Benvenuto (Università di Genova), Enzo Bianchi (Comunità di Bose), Bruna Bocchini (Università di Firenze), Giampiero Bof (Istituto Superiore di Scienze Religiose Urbino), Franco Bolgiani (Università di Torino), Gianantonio Borgonovo (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Franco Giulio Brambilla (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Remo Cacitti (Università di Milano), Pier Giorgio Camaiani (Università di Firenze), Giacomo Canobbio (Seminario di Cremona), Giovanni Cerei (Roma), Enrico Chiavacci (Studio teologico fiorentino), Settimio Cipriani (Facoltà teologica dell’Italia meridionale, Napoli), Tullio Citrino (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Pasquale Colella (Università di Salerno), Franco Conigliano (Università di Palermo), Eugenio Costa (Centro Teologico di Torino), Carlo d’Adda (Università di Bologna), Mario Degli Innocenti (Istituto per le Scienze Religiose Bologna), Luigi Della Torre (Direttore di "Servizio della parola", Roma), Roberto dell’Oro (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Severino Dianich (Studio Teologico Fiorentino), Achille Erba (Comunità San Dalmazzo, Torino), Rinaldo Fabris (Seminario di Udine), Giovanni Ferretti (Università di Macerata), Roberto Filippini (Studio teologico interdiocesano, Pisa), Alberto Gallas (Università del Sacro Cuore, Milano), Paolo Giannoni (Studio Teologico fiorentino), Rosino Gibellini (Direttore Editoriale Queriniana, Brescia), Réginald Grégoire (Università di Pavia), Giorgio Guala (Alessandria), Maurilio Guasco (Università di Torino), Giorgio Jossa (Università di Napoli), Siro Lombardini (Università di Torino), Italo Mancini (Università di Urbino), Luciano Martini (Università di Firenze), Alberto Melloni (Istituto per le Scienze Religiose, Bologna), Andrea Milano (Università della Basilicata), Carlo Molari (Roma), Dalmazio Mongillo (Roma), Mauro Nicolosi (Istituto di scienze religiose di Monreale, Palermo), Flavio Pajer (Istituto di liturgia pastorale, Padova), Giannino Piana (Seminario di Novara), Paolo Prodi (Università di Bologna), Armido Rizzi (Centro S. Apollinare, Fiesole), Giuseppe Ruggieri (Studio teologico S. Paolo, Catania), Giuliano Sansonetti (Università di Ferrara), Luigi Sartori (Seminario maggiore, Padova), Cosimo Scordato (Facoltà teologica sicula, Palermo), Mario Serenthà (Seminario arcivescovile di Venegono, Milano), Massimo Toschi (Lucca), Davide Maria Turoldo (Priorato S. Egidio, Sotto il Monte), Maria Vingiani (Segretariato attività ecumeniche, Roma), Francesco Zanchini (Università abbruzzese, Teramo), Giuseppe Zarone (Università di Salerno).
9Cfr. Lettera ai cristiani. Oggi nella chiesa..., in Il Regno - Attualità, anno XXXIV, n. 10, 15 Maggio 1989, pagg. 244-245
10Cfr. Risposta a Melloni, fratello censore. Firmatari dell’appello al Papa su Assisi replicano all’intimidazione, in il Foglio, 13 Gennaio 2011

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