In dubio abstine

Il Santo Padre ha annunciato ufficialmente la propria presenza al Quarto Incontro Interreligioso che si terrà ad Assisi il prossimo Ottobre. Una notizia che ha suscitato comprensibilmente reazioni discordi, e sulla quale vorremmo proporre alcune riflessioni. 


 

Quando si affrontano temi delicati, che coinvolgono ambiti diversi quali la dottrina e la politica, occorre a nostro avviso valutare la capacità di padroneggiare l’evento che si determina: non solo nella sua fase di progettazione ma anche nelle fasi successive, fino al risultato finale, al messaggio che di esso verrà recepito dalle masse, alla potenziale strumentalizzazione cui esso potrebbe prestarsi. La presenza del Papa rende qualsiasi evento ipso facto mediatico, o quantomeno potenzialmente tale: è allora evidente che non è solo il fatto in sé ad esser preso in esame, ma l’autorevolezza oggettiva che questo evento trae dalla partecipazione del Pontefice, dal ruolo che egli intende svolgere nel suo contesto. Oltre a ciò, merita attenta ponderazione il milieu in cui l’evento è stato concepito, la struttura che lo organizza, il messaggio che questa organizzazione confida di trarne, soprattutto in ragione della presenza del Capo della Chiesa di Roma. Ancora, sarebbe ingenuo non considerare le forze esterne che da questo evento possono voler ricavare un significato non necessariamente coerente con le intenzioni da un lato di chi lo vuole e dall’altro di chi vi partecipa, e che queste forze potrebbero avvalersi dei media per deformarne in parte o in toto la valenza simbolica, il messaggio che ne giungerà all’esterno.

Facciamo un esempio. Viene richiesto ad un Vescovo il permesso di concedere sepoltura cattolica ad una persona che ha fatto ricorso all’eutanasia, sospendendo l’alimentazione artificiale che la manteneva in vita. Di per sé, a determinate condizioni, si potrebbe derogare alla norma generale del Codice di Diritto Canonico – secondo cui i suicidi sono privati delle esequie ecclesiastiche – perché la persona è morta comunque con buone disposizioni. Che fare? Concedere le esequie in forma privata, celebrate senza Messa da un semplice sacerdote sembrerebbe la soluzione più prudente. Poi si scopre che gli amici del defunto sono sostenitori dell’eutanasia, e che iniziano a dare interviste ai giornali sostenendo il diritto ai funerali per i suicidi. La stampa si muove e genera il caso mediatico. Interviene il Grande Oriente per criticare la severità e l’anacronismo della Chiesa. Gli esponenti di altre religioni esprimono pareri discordanti. Si mette in moto la macchina dei programmi di approfondimento, in cui si intervistano laici, chierici progressisti, esponenti di movimenti tradizionalisti, un sacerdote sedevacantista, una donna parroco anglicana, un ateo convinto. Regna il caos. A questo punto il Vescovo – primo caso – revoca il permesso delle esequie, la Curia emana un comunicato ufficiale in cui si ribadisce la disciplina canonica e la cosa, con quale protesta, finisce lì. Oppure – secondo caso – il Vescovo in prima persona decide di celebrare i funerali solenni in Cattedrale, convinto di poter approfittare del momento di visibilità concesso dai media per mediare politicamente, ribadendo la dottrina cattolica da una parte, ma dall’altra dimostrandosi comprensivo verso la famiglia del defunto e sensibile alle istanze della modernità. Applausi. La stampa esulta, e con lei i sostenitori del diritto al suicidio, i movimenti favorevoli all’eutanasia, la Massoneria, i politici liberali e i partiti di sinistra, radicali in testa. Durante la predica il Vescovo afferma effettivamente che la legge della Chiesa vieta le esequie ai suicidi, e ricorda che il suicidio è un peccato gravissimo, e che nessuno può togliersi la vita. Afferma la dottrina tradizionale – anche su indicazione della Conferenza Episcopale, preventivamente consultata – e poi tiene un’omelia sul perdono, sulla misericordia di Dio, sulle imperscrutabili e misteriose vie del Signore. Da casa, durante i telegiornali della sera, viene ovviamente omessa la parte scomoda delle parole del Prelato e il messaggio che giunge alla gente comune è che la Chiesa ha ceduto su un altro punto, i suicidi non sono più scomunicati, ognuno può dare disposizioni sulla propria morte senza scrupoli di coscienza. Era quello che si voleva? Ovviamente no, quantomeno da parte della Curia. Ma l’autorevolezza del Vescovo presente ai funerali, le finalità che si proponevano gli organizzatori delle esequie, l’occasione di veicolare un messaggio diverso offerta ai media e alle forze esterne all’evento hanno determinato una serie di circostanze concomitanti che hanno sostanzialmente modificato il risultato finale. E dire che Sua Eccellenza era stata avvertita dal Vicario Generale circa i pericoli ai quali si stava esponendo, e che questi aveva insistito per evitare la celebrazione solenne in Duomo, proponendo la via più discreta delle esequie in forma privata, officiate di primo mattino dal Cappellano del Cimitero. Potremmo dire che il Vescovo del nostro esempio ha peccato contro la Prudenza, che è la virtù grazie alla quale siamo in grado di ordinare i mezzi al fine che ci prefiggiamo, o di astenerci dall’impiegare certi mezzi se siamo certi di non raggiungere quel determinato scopo. Ma ha peccato anche contro il proprio ruolo di Pastore, poiché si è prestato al rischio concreto di dare autorevolezza ad un messaggio contrario all’insegnamento cattolico. E ha peccato contro la Carità, che gli impone per amore di Dio e del gregge che gli è stato affidato di difendere la Verità e ricercare la salvezza delle anime. Così la Segreteria di Stato lo convoca a Roma e accetta le sue dimissioni. Al suo posto viene nominato il Vicario Generale, che da quel momento non autorizza più funerali cattolici ai suicidi. Ma dopo qualche anno, gli si presenta la stessa situazione: un altro fedele, costretto danni a terapie dolorosissime, ha chiesto il suicidio assistito e la sua famiglia chiede le esequie in Cattedrale. Sua Eccellenza accondiscende, annunciando dal pulpito che sarà lui stesso ad accompagnare all’ultima dimora il suicida. Tutti rimangono stupiti: i sostenitori del suicidio assistito e i difensori della linea tradizionale. Cosa succederà? Come andrà a finire?

Torniamo ora al caso in questione e analizziamolo in questa luce. L’incontro interreligioso di Assisi è un evento che sotto un profilo dottrinale suscita a dir poco perplessità. La sua natura, per come ha avuto modo di esplicitarsi nel ripetersi degli eventi precedenti, ripugna con il Magistero tradizionale della Chiesa, ed incorre nelle condanne di Leone XIII e di Pio XI. La Mortalium animos non dà adito ad alcuna deroga, perché ha come oggetto della propria condanna non solo la communicatio in sacris – cui pure abbiamo assistito ed assistiamo annualmente in tutte le Diocesi del globo senza che la Santa Sede intervenga – ma anche «congressi, riunioni, conferenze, con largo intervento di pubblico, ai quali sono invitati promiscuamente tutti a discutere: infedeli di ogni gradazione, cristiani, e persino coloro che apostatarono da Cristo o che con ostinata pertinacia negano la divinità della sua Persona e della sua missione». E vi sono anche documenti del Sant’Uffizio più recenti, emanati sotto il Pontificato di Pio XII, aventi medesimo tenore e pari severità di giudizio. La questione quindi non può essere posta sotto un profilo dottrinale, altrimenti si rischierebbe di trarne le conclusioni che giustificarono, secondo quanto affermò pubblicamente il Card. Stickler, l’ipotesi di deporre Giovanni Paolo II; ipotesi presa in seria considerazione da un gruppo di porporati e scartata solo per la prospettiva concreta di uno scisma in seno alla Chiesa.

Se dobbiamo evitare l’aspetto teologico, possiamo ricercare una qualche plausibilità all’incontro collocandolo un un’ottica politica, in cui la Chiesa accetta di confrontarsi col secolo senza coinvolgere la propria dottrina, ma solo in maniera – per così dire – informale e diplomatica. Ci piacerebbe sapere quando mai Nostro Signore, gli Apostoli, i Martiri, i Santi Padri preferirono la diplomazia alla testimonianza coraggiosa della Fede. Le parole con cui San Pietro ammonisce gli Ebrei nel tempio a riconoscere che Gesù Cristo è il Messia e che è il Figlio di Dio, riportate negli Atti degli Apostoli, sono tutt’altro che diplomatiche e informali: il suo scopo era convertire, non parlare di pace e di libertà religiosa, anche se la persecuzione dei Cristiani era già in atto e avrebbe potuto addurre le stesse ragioni che si avanzano oggi in nome della pace. Ad ogni modo, ammettiamo pure che si possa prescindere dalla finalità di convertire le genti, che è intrinseca della Chiesa, e mettersi a dialogare senza voler persuadere gli altri interlocutori. Un pour parler atipico, ma che per le menti ottenebrate del secondo Millennio potrebbe rappresentare un primo passo verso l’esposizione della Fede a chi non crede, o quantomeno l’accettazione che vi possa essere qualche Cattolico che desidera almeno parlare di quello in cui crede, senza obbligare nessuno a convertirsi. Anche qui ci sarebbero dei bei distinguo da fare, visto che la Verità ha il diritto innato di affermarsi sull’errore, e che l’errore non ha alcuna cittadinanza, e che la nostra mente è capace di cogliere gli argomenti di credibilità (poter credere) e di credentità (dover credere) che solo la nostra Religione offre in modo sovrabbondante. Ma anche in questo caso siamo nella mera speculazione razionale, e non possiamo non tener conto della confusione generale in cui si trovano i nostri contemporanei.

Un pour parler, dicevamo; un confronto diplomatico sulla pace e sul diritto alla libertà di religione. Quale pace? La pace o la semplice non belligeranza? È vera pace quella che ci dà il mondo, o lo è piuttosto quella che ci viene da Cristo? Sembrerebbe che nelle intenzioni degli organizzatori dell’incontro ecumenico vi sia la rassegnazione ad esser tornati ai primi secoli dell’Era Cristiana, quando i Padri della Chiesa e gli Apologisti dovevano chiedere a questo o a quel Cesare tolleranza per la propria Religione, se non altro in nome dell’indifferenza dell’autorità civile verso qualsiasi culto. Ma dimentichiamo che l’Impero Romano, e come esso anche altri non meno ecumenici regni, obbligavano i propri sudditi a riconoscere come dio il sovrano, e a tributargli culto latreutico. E questo i Cristiani di allora non potevano farlo: solo per questa ragione erano mandati a morte tra atroci tormenti; non si chiedeva loro di apostatare la propria Fede, ma di annettere al loro credo anche il dio che li governava. Per un pagano questo era assolutamente fattibile: lo avevano fatto in precedenza anche i Greci con Alessandro Magno, perché nell’Olimpo c’era posto per tutti. Pure i Giudei giunsero a preferire Cesare a Cristo, quando Pilato chiese loro se volevano crocifiggere Barabba o il loro Re: «Non habemus regem, nisi Cæsarem», anche se consideravano impuro il Pretorio e il Procuratore dovette affacciarsi sul lato esterno del palazzo per poter parlare alla folla, che non vi voleva entrare per non contaminarsi.

Oggi il nuovo Impero Mondiale chiede alla Chiesa la stessa cosa: annettere al proprio credo la libertà di culto e di religione, la triade massonica della fraternità, della libertà e dell’uguaglianza, l’idolo rivoluzionario del Novus Ordo Sæculorum. E a questo idolo si brucia l’incenso e si piega il ginocchio con incomprensibile leggerezza, come se non rappresentasse una inammissibile negazione dell’unicità salvifica della Chiesa di Cristo, una sconfessione della Sua divina Regalità, una rinuncia alla missione di convertire tutte le genti.

Quando Benedetto XVI fu eletto al Soglio, uno dei primi atti significativi del suo Pontificato fu di non presenziare all’incontro interreligioso di Assisi, delegando il Vescovo del luogo in sua vece: un gesto emblematico, che tutti colsero giustamente come un segno eloquente sulla opportunità di evitare equivoci su un tema tanto delicato come la preghiera comune per la pace, che nell’ultimo periodo era sconfinata addirittura in farsa, integrando all’ecumenismo irenista anche il rispetto dell’ambiente, con chiare derive panteiste. Fu un atto coraggioso che nessuno criticò più di tanto, poiché era evidente a tutti che il nuovo Pontefice era un fine teologo, che non amava le adunanze oceaniche e i gesti teatrali del predecessore. Tutti sapevano benissimo che certi eccessi si potevano far compiere ad un Papa volutamente négligé come Giovanni Paolo II, ma non certo all’ex Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. E i discorsi del Pontificato confermavano l’attenzione del Santo Padre contro il relativismo, il razionalismo, il laicismo.

Gli organizzatori degli incontri ecumenici proseguirono ovviamente nel loro cammino, aspettando acquattati e pazienti la fine del regno di Benedetto XVI e ripromettendosi di riproporre i propri eccessi al successore, che confidavano più incline allo spirito del Concilio e alle loro istanze pacifiste. La Provvidenza vuole che il Papa sia ben lungi dal raggiungere gli altri predecessori delle Cripte Vaticane: il venticinquesimo anniversario del Pantheon di Assisi era un’occasione ghiotta per rifarsi di tante frustrazioni subite in questi anni, e di certo in Segreteria di Stato si sono trovati autorevoli personaggi che possono aver persuaso il Santo Padre a cedere alle insistenti richieste dei movimenti progressisti e pacifisti. Benedetto XVI avrà fatto le proprie valutazioni, si sarà consultato con i propri consiglieri, ed avrà infine ceduto, non senza riservarsi – com’è nel suo stile – una correzione di rotta; lo ha fatto con la geniale trovata dell’ermeneutica della continuità, che ha spiazzato i talebani del Concilio e del Postconcilio: c’è da credere che lo rifarà anche in questa occasione. E non potrebbe essere altrimenti: se Giovanni Paolo II poteva esser in qualche modo scusato per la sua esuberanza – che pare gli sia valsa anche gli onori degli altari –, l’attuale Pontefice parrebbe in contraddizione con se stesso, se facesse proprie le tesi estreme che muovono la macchina ecumenica di Assisi. Non solo: ritornare ad Assisi dopo aver disertato platealmente gli incontri precedenti risulterebbe paradossalmente più grave che se egli avesse semplicemente seguito fin dal principio le orme del predecessore. E suonerebbe come un ritorno a Canossa del Papa, ad aspettare nella neve il perdono dei novatori per il suo intollerabile radicalismo.

Ora, sappiamo benissimo che la Comunità di Sant’Egidio, organizzatrice dell’evento, non ha assolutamente le stesse finalità del Santo Padre: al di là dei clamorosi precedenti, ne abbiamo conferma leggendo tutti gli interventi delle varie associazioni che si rifanno al cosiddetto spirito di Assisi, espressione mutuata dal non dissimile spirito del Concilio e che è quantomai indicativa. Questi movimenti fanno memoria – che in gergo teologico è un sinonimo di celebrano, anzi più precisamente rendono nuovamente attuale – del venticinquesimo anniversario «della storico incontro del 27 ottobre 1986, quando Giovanni Paolo II invitò tutti i capi delle religioni in Assisi per invocare insieme come credenti il dono della pace». Ma chi invocano le altre religioni, se i loro dei sono falsi o se le loro preghiere sono sgradite al Vero Dio perché giungono da ministri di culti che ai Suoi occhi sono delle abominazioni? Non basta che sia il Vicario di Cristo a pregare per la pace, e con lui l’intero Corpo Mistico? Chi meglio del Papa – che è Pontefice, ossia elemento di unione tra cielo e terra – ha diritto di elevare al Signore le preghiere a nome della Chiesa? Qui c’è un errore di fondo, che è dato come postulato dagli organizzatori dell’incontro: non importa come ogni credente chiama il suo dio, non importa se lo crede unico Dio in tre Persone uguali e distinte o se vede in lui lo spirito della folgore: l’importante è unirsi per invocare la pace. Questo si chiama indifferentismo, non c’è niente da fare. Un Cattolico non può unirsi nella preghiera con chi non condivide la medesima fede nella comunione con la Sede Apostolica. Tra l’altro, questo embrassons-nous suona poco convincente, specialmente se paragonato con l’atteggiamento da legulei di quei sedicenti teologi progressisti che, pretestuosamente, facevano notare che non si può assistere alle Messe della Fraternità San Pio X perché i suoi ministri erano scomunicati. Non sono scomunicati gli scismatici d’Oriente? Non sono eretici i Luterani, i Calvinisti, gli Anglicani? Figuriamoci quanto possono essere lontani i Maomettani, gli Ebrei, gli Induisti, gli Scintoisti, gli adoratori del Sole. Eppure costoro vogliono riunirsi come credenti, ossia per il solo fatto di credere a qualcosa. Allora invitiamo anche i Satanisti, che nella liberale America vantano anche i propri cappellani militari: anch’essi sono credenti, e sotto certi aspetti hanno più punti in comune con i Cattolici, visto che credono nello stesso Dio, che odiano e di cui adorano l’Avversario. Il tutto considerando la Basilica di San Francesco come «l’altare del mondo» e propogandando assurdità inaudite, «perché Francesco in ogni istante ha vissuto, predicato e promosso la tolleranza». Un concetto che per un uomo del Medioevo, e vieppiù per un Santo di solida dottrina e spiritualità come San Francesco, era non solo inconcepibile, ma assolutamente inaccettabile come blasfemo e sacrilego.

Alla finalità dei movimenti ecumenici si affianca la finalità dichiarata del Papa: «rinnovare solennemente l’impegno dei credenti di ogni religione a vivere la propria fede religiosa come servizio per la causa della pace». Si nota già la correzione di rotta: non si prega insieme, ma ci si impegna a vivere la propria fede, qualunque essa sia, per favorire la pace. Potrebbe essere un modo efficace per costringere i fanatici che insanguinano il mondo a non utilizzare la propria religione come alibi per giustificare le proprie violenze. Però dobbiamo riconoscere che a questo incontro non partecipano i Talebani, né gli altri integralisti di varia denominazione ai qiamono al momento responsabili di alcuna guerra religiosa, né di efferati delitti compiuti in nome della religione. Vi sono invece cruente persecuzioni contro i Cristiani che si consumano a tutt’oggi in nome della Mezzaluna e di altre fedi. Crediamo quindi che lo scopo del Santo Padre sia quello di utilizzare lo spirito di Assisi per chiedere sì la pace, ma la pace anche e soprattutto per i Cristiani perseguitati. Dice il Papa: «Di fronte a un mondo lacerato da conflitti, dove talora si giustifica la violenza in nome di Dio, è importante ribadire che mai le religioni possono diventare veicoli di odio; mai, invocando il nome di Dio, si può arrivare a giustificare il male e la violenza. Al contrario, le religioni possono e devono offrire preziose risorse per costruire un’umanità pacifica, perché parlano di pace al cuore dell’uomo». In un certo qual modo, Benedetto XVI usa con maestria e vera abilità diplomatica il totem ecumenico: «Dite di volere la pace? Allora iniziate a lasciare in pace i Cristiani. Dite di volere la libertà di religione? Allora lasciate che anche i Cristiani siano liberi di professare la propria Fede senza esser per questo uccisi, torturati, rinchiusi in prigione, discriminati». Fatta astrazione dal discorso teologico, sarebbe comunque una mossa magistrale sotto un profilo puramente sociale e politico. Purtroppo, a scorrere i commenti della stampa all’intervento papale con cui ha annunciato la propria presenza, possiamo renderci conto fin d’ora del totale travisamento delle sue parole, specialmente quando leggiamo farneticamenti come questo: «Quando si è sotto lo sguardo di Dio, non contano le diverse parole o i diversi gesti con i quali gli uomini Gli danno culto, ma il coraggio di quegli uomini di essere nel mondo, diversamente eppure insieme, l’anima di Dio». La quintessenza dell’eresia modernista, e il tradimento della volontà del Pontefice, al punto che vi è chi ha affermato che questo incontro «è un segnale di continuità importante con Giovanni Paolo II e il solco da lui tracciato che, peraltro, l’allora cardinale Ratzinger aveva contribuito per parte sua a individuare». Eppure credevamo che Ratzinger avesse provato a scongiurarlo. Il solco tracciato da Giovanni Paolo II dovrebbe essere invece abbandonato, per tornare a quello più sicuro e certamente meno temerario della Tradizione.

Il terzo soggetto che intende trarre vantaggio da Assisi è la Massoneria e in genere chi predica la religione dell’umanitarismo mondialista. Essi si sentono cor unum con gli organizzatori dell’incontro, che hanno sostanzialmente acquisito alla propria causa, pur lasciandoli compiere il loro lavoro di quinta colonna in seno alla Chiesa. Però essi non vogliono assolutamente che il messaggio papale recepito dalle masse sia diverso da quello del suo predecessore, o meglio: da quel capolavoro di equivoci e di omissioni che sono riusciti a ricavarne, nonostante le glosse e i distinguo cui Giovanni Paolo II non poté sottrarsi, in quanto Papa: uno tra tutti, quello sforzo sovrumano nel dover ricordare che, come Capo della Chiesa, credeva ancora, nonostante tutto, in Gesù Cristo Salvatore. Ovviamente a tutti i presenti quelle parole suonarono come una banalità che avrebbe potuto evitare, ma essendo il padrone di casa gliela si perdonò, facendo finta di niente. E poi erano un’ottima arma contro i soliti tradizionalisti: «Avete sentito? il Papa ha detto che l’unico Salvatore è Gesù Cristo, quindi anche se hanno usato il Suo tabernacolo come poggiapiedi di Buddha o schizzato il Suo altare col sangue dei polli, non veniteci a dire che Giovanni Paolo II ha dato scandalo». Il rischio che le parole di Benedetto XVI finiscano tra gli omissis nelle cronache dei media è più che concreto, e visto che l’evento è anzitutto mediatico, sarebbe da sprovveduti non tenerne conto. Si dovrà quindi fare in modo che il concetto sia ben chiaro: questo incontro non può e non deve essere il remake, la replica pedissequa, né tantomeno l’evoluzione in peggio del Pantheon del 1986 e delle puntate seguenti. Se così fosse – ma non abbiamo motivo di supporre che il Santo Padre cadrà in questa imboscata – si aprirebbero tante e tali questioni, da motivare ampiamente gli argomenti dei sedevacantisti, non fosse che in nome degli stessi scrupoli del cardinal Stickler. Di sicuro in questi mesi il Papa avrà modo di incontrare molti Presuli che non mancheranno di renderlo edotto delle loro più che legittime preoccupazioni.

Vi è poi un quarto soggetto che potrebbe trarre da questo raduno ecumenico un altro messaggio: si tratta del movimento tradizionalista e dell’ala conservatrice del mondo cattolico. Già in questi giorni si sono levate voci perplesse e fortemente sconcertate. È invero innegabile che la decisione del Pontefice di presenziare all’Incontro Interreligioso ha spiazzato quanti credevano che i sacrilegi del passato avessero dato prova della pericolosità e dell’ingovernabilità di quelle sciagurate riunioni. Eppure le visite papali in moschee e sinagoghe non sono finite con Giovanni Paolo II, e quanto si è detto anche in quelle circostanze non è poi molto diverso da quello che si potrà dire ad Assisi il prossimo Ottobre: un reiterato appello alla pace, alla concordia tra i popoli, a non fare guerre sante. Ma la dottrina cattolica insegna che la guerra non è sempre ingiusta, e che in nome di Dio è non solo lecito ma talvolta anche doveroso impugnare la spada, come hanno insegnato i Santi Guerrieri del passato. Di nuovo, appena ci si avvicina appena alla teologia, alla morale, o anche solo alla storia della Chiesa ci si trova in conflitto con lo spirito di Assisi, che piace al secolo ma non ha nulla di cattolico. Pax Christi in regno Christi non è solo il motto di Pio XI, ma una verità sacrosanta: non vi è pace dove si rifiuta Gesù Cristo e Sua Madre. E dove non c’è posto per Nostro Signore e Nostra Signora, la presenza dei Cattolici e massime del loro Supremo Pastore è inutile, fuorviante, equivoca. A meno che – sull’esempio del Salvatore, che sedeva a tavola coi pubblicani e coi peccatori – non ci sia un chiaro intento apostolico e di conversione, cosa che pare esclusa fin dalle premesse. Il movimento tradizionalista si troverebbe sconfessato dal messaggio di Assisi, e alcune frange di esso potrebbero anche avvalersi di quanto diranno i media, per attribuire al Papa un intento che egli non ha. E questo rappresenterebbe un motivo di ulteriore scompiglio nel popolo cristiano, perché vanificherebbe il dialogo con la Fraternità San Pio X e allontanerebbe non pochi fedeli da quel rinnovato affetto filiale verso la persona del Pontefice, lasciandolo ancor più solo a combattere la battaglia interna contro i progressisti che assediano la Curia Romana. Mi pare un punto da non sottovalutare: non è escluso che questo sia proprio uno degli scopi principali che si pongono gli artefici della riunione ecumenica perché, oltre a riaffermare mediaticamente l’ineluttabilità del nuovo corso postconciliare, farebbero arretrare quanti riponevano speranze in questo Papa per una composizione del doloroso scisma della Fraternità di mons. Lefebvre e per una interpretazione del Concilio nel solco della Tradizione. Una bella vittoria per i novatori, amplificata da giornali e televisioni di tutto il mondo; e una cocente sconfitta per i conservatori vicini al Pontefice, emarginati e sconfessati – nei fatti se non nelle parole – da colui che avevano imparato a considerare invece un pur prudente alleato. La portata simbolica dell’incontro di Assisi avrebbe anche ripercussioni in quella parte della Gerarchia che, talvolta con vero coraggio, si è schierata dalla parte del Pontefice contro le correnti progressiste dell’Episcopato e della Curia. Ci piacerebbe sapere a tal proposito come reagirebbero eminenti personalità ecclesiali, quali il card. Ranjit, il card. Burke, o mons. Oliveri, che sono ben lungi dall’esser contaminati dalla moda ecumenica e dallo spirito di Assisi.

Paolo Rodari ha riportato una riflessione che facciamo nostra: «Filippo Di Giacomo scrive sull’Unità e firmerebbe l’appello del Foglio. Dice: “E’ difficile capire perché il Papa vada ad Assisi. Senz’altro c’è una struttura dialogica ufficiale nella chiesa che sente il bisogno d’essere visibile tramite la realizzazione di gesti del genere. Ma la domanda di fondo resta una: a cosa servono questi incontri? Cosa lasciano? Oltre al rischio che vi sia chi, anche nella chiesa, pensi che Dio sia uno e abbia un nome che cambia a seconda della religione che professa, c’è un elemento molto concreto da non sottovalutare. Ed è il fatto che incontri come quello di Assisi mostrano agli occhi dei fedeli di altre religioni un cattolicesimo debole, gentile, che fa domandare: non è che tutta questa fioritura di martiri cristiani sia un frutto perverso di questa stagione dialogante?”». Il Cattolicesimo debole e dialogante è quello del Concilio, che non voleva formulare condanne contro il secolo. Quello delle librerie sedicenti cattoliche che vendono il Corano e il Talmud ma non tengono più il Catechismo di San Pio X. Quello dei missionari che considerano la Chiesa la crocerossina dell’umanità, salvando molte vite ma poche anime. Quello dei Vescovi che celebrano le esequie di un pubblico concubinario divorziato ma rifiutano ostinatamente un altare a chi chiede la Messa tridentina. Quello di chi confonde la falsa pace del mondo che uccide i bambini nel ventre materno e i vecchi nel letto d’ospedale, con la vera pace di Cristo, che non si può avere se non dove regna Cristo.

Forse dovremmo essere orgogliosi delle persecuzioni che affliggono la Chiesa, e viverle come una benedizione: sono un segno che, nonostante il Concilio, Cristo rimane sempre segno di contraddizione, e che ci concede ancora oggi di dare la vita per testimoniare la vera Fede, bagnando col sangue dei Martiri una nuova generazione di Cristiani. Dove la Chiesa non fosse perseguitata, vorrebbe dire che non c’è più bisogno di combatterla perché la si è vinta. Ma noi sappiamo che il vessillo della vittoria appartiene a Cristo: «Ego vici mundum». 
 

Commenti

  1. Bello, bellissimo.
    Speriamo davvero che Benedetto sappia sorprenderci ancora una volta.

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