Sicut incensum in conspectu tuo

Commento ad un articolo di Alberto Melloni, apparso sul Corriere della Sera del 2 gennaio. 



Veder Melloni turificare Sodi e Toniolo non ha nulla di nuovo: i loro reciproci salamelecchi, le volute d'incenso che sprecano l'un con l'altro, gli articoli di uno a sostegno del compagno sono cose viste e riviste, al pari della loro faccia di bronzo nello spacciarsi come veri difensori della Tradizione, e al tempo stesso fautori delle più scientifiche istanze conciliari. L'autoreferenzialità che contraddistingue la setta di questi personaggi non si perita di dar patenti di serietà e di autorevolezza all'amico, al collega, financo al Papa, pur di arruolarlo nelle sparute schiere dei démodé.

Ricordiamo gli sproloqui di Melloni e Sodi all'indomani della promulgazione del Motu Proprio, i tentativi di limitarne i danni, di deviarne l'interpretazione, di dare istruzioni e pretesti pseudogiuridici all'Episcopato. E tutto questo spiegamento di forze era stato concordato nel corso di una riunione carbonara, organizzata sotto la supervisione dell'ineffabile Arcivescovo titolare di Martirano, già Maestro delle Celebrazioni dalla fervida e fantasia liturgica. Proprio quel mons. Piero Marini che, da Londra, presentando un suo libello sulla Nobilis pulchritudo aveva detto chiaro e tondo "indietro non si torna", proprio alla vigilia del Summorum Pontificum.

L'approccio pseudoscientifico alle fonti liturgiche ricorda una certa esegesi biblica negatrice della divina ispirazione delle Scritture, e par voler privare anche la Liturgia di quella forza soprannaturale che non ha nulla a che spartire con le frequenze, i contesti e le occorrenze. Non si può smembrare il canto della Sposa per lo Sposo divino, con mezzi che puzzano di strutturalismo marxista: è un lavoro privo di anima, privo di spiritualità, teso a considerare il culto pubblico della Chiesa come il prodotto di una serie di superfetazioni - guardacaso tutte addebitate all'odiato secondo millennio della Cristianità - da purificare, sfrondare, riportare ad una presunta purezza originale che ricade, come l'archeologismo, sotto la condanna della Mediator Dei.

Fortunatamente questi tronfi baroni degli Atenei romani - e i loro emuli patavini e ambrosiani - veleggiano troppo in alto, assieme all'eminentissimo Ravasi con i suoi delirii esegetici: noi poveri mortali ci accontentiamo, come prova della santità della Liturgia Romana, di quell'esperienza del sacro tanto cara ai nostri avversari modernisti - e che noi Cattolici chiamiamo sensus Ecclesiae - che fa affiorare le lacrime e un nodo alla gola solo a cantare una strofa del Veni Sancte Spiritus, mentre suscita la nausea o la cefalea dinanzi a certe concelebrazioni oceaniche sulle note in stile Morricone del maestro Frisina. 

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Il sensus Ecclesiæ è quella particolare virtù del buon Cattolico che gli fa riconoscere quasi istintivamente ciò che fa parte della propria Religione e ciò che ad essa ripugna. Più che nei dotti e nei sapienti, esso rifulge nei fanciulli e nei semplici, ai quali la Provvidenza di Dio ha concesso di penetrare i Misteri della nostra Fede anche senza avere le conoscenze di un teologo.

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