FACTA LEGE INVENTA FRAUDE (Come non lasciarsi boicottare il Mutu Proprio)

Fatta la legge, trovato l’inganno. Questo adagio compendia l’opera di chi non intende sottomettersi alla mens, cioè allo spirito della legge, ma simula una farisaica obbedienza alla lettera. Talvolta l’obbedienza è soltanto apparente, e nei fatti la legge è sostanzialmente infranta. Non fanno eccezione le leggi della Chiesa, specialmente quelle che obbligano e vincolano il reverendo Clero: non è un caso se in passato la saggezza dei Pastori accompagnava i sacri canoni con le pene per chi li avesse infranti: ad esempio, il chierico che partecipava al Carnevale era colpito da scomunica, e da una ammenda in denaro. Così, o per sacro timor di Dio, o per non dover pagar la multa, la disciplina era praticata dai più. D’altra parte, nullum jus sine poena: promulgare una norma che non preveda una sanzione equivale a non darle forza cogente. Per questo motivo, quando Giovanni Paolo II promulgò una legge che obbligava i sacerdoti all’uso dell’abito ecclesiastico, il card. Oddi ebbe a dirgli che, non essendo prevista alcuna sanzione canonica comminata ai trasgressori, difficilmente avrebbe trovato pronta esecuzione. E difatti oggi è raro veder sacerdoti e prelati in clergyman, ancor più raro in veste talare.

Anche il Motu Proprio è una legge della Chiesa, promulgata con tutte le caratteristiche di un documento in cui si esprime il Magistero Apostolico del Sommo Pontefice. Ciò dovrebbe essere sufficiente per portare ogni chierico, in uno spontaneo slancio di fedeltà al Vicario di Cristo in terra, ad obbedirvi senza esitazione, sapendo cogliere l’intenzione dell’augusto Legislatore. Se non fosse che l’autorità del Papa e dei Vescovi è messa in discussione da chiunque, non appena si discosta di un et dal superdogma conciliare ed ecumenico. E mentre non si esita a tramutare in articoli de fide anche le opinioni private e personalissime del Papa se le si trova di proprio gusto – e questo, occorre dirlo, è un atteggiamento assolutamente bipartisan – ecco che anche un atto del Supremo Magistero viene fatto oggetto di mille distinguo, o completamente ignorato, se non addirittura pubblicamente contestato, quando non coincide con le proprie convinzioni.

Ad ogni modo, premesso che l’obbedienza dei chierici secolari non è mai stata una delle virtù in cui amassero cimentarsi, non stupisce che anche il Motu Proprio si sia dovuto infrangere quasi sempre contro la pertinacia dei suoi avversari. I più dichiarati non simulano nemmeno di obbedire, e affermano ore rotundo di non avere alcuna intenzione di applicarlo: i casi sono noti a tutti e finiscono per sortire effetti controproducenti. Infatti, se un Vescovo fa strame della Summorum Pontificum e vieta la Messa Romana in tutte le chiese della propria Diocesi, la Commissione Ecclesia Dei non può esimersi dall’intervenire, con maggiore o minore diplomazia. In ogni caso, la lettera in cui la Santità di Nostro Signore accetta le dimissioni di quel Prelato per raggiunti limiti di età è già pronta sul Sacro Tavolo. Chi fa la voce grossa serve soprattutto a chi si guarda bene dall’emularlo mettendosi in mostra: al massimo si potrà deplorare con qualche confratello – sorbendo il caffé dopo una riunione dell’Episcopato – il clima di epurazione e di intimidazione di questo Pontificato.

I più astuti, invece, si mostrano a parole tra i più accondiscendenti, salvo poi imporre la propria volontà contro la volontà sovrana del Papa, a cui pure sono immediatamente soggetti. Arriva dunque il giorno che il segretario particolare, con aria imbarazzata, porge al Presule la lettera, regolarmente protocollata dalla Cancelleria, in cui un gruppo stabile di fedeli, ai sensi e per gli effetti degli articoli tale e talaltro del Motu Proprio Summorum Pontificum, chiede all’Ecc.mo Ordinario la celebrazione della Messa secondo l’edizione del Missale Romanum del 1962 promulgato dal beato Giovanni XXIII.
Errore: non ci si deve MAI rivolgere all’Ordinario, ma al proprio Parroco. In primo luogo perché così stabilisce il MP; in secondo luogo perché si dimostra di conoscere i propri diritti, e si dà la possibilità al Parroco di acconsentire generosamente senza che l’ordine gli venga dall’alto. Il Parroco non deve chiedere nessun permesso al Vescovo, visto che la celebrazione della Messa tridentina è un diritto del fedele. Ed ancor meno dovrà chiedere il permesso per celebrarla privatamente, dal momento che anch’esso è un diritto riconosciuto dal Papa a tutti i sacerdoti. Quindi all’Ordinario non si deve chiedere alcunché. Al massimo lo si potrà informare, a cose fatte, ammesso che non ne sia già al corrente grazie alla rete di informatori di cui dispone. Che se poi vorrà intervenire, con un abuso, impedendo l’esercizio di tale diritto, dovrà farlo autonomamente, e senza trovarsi nella condizione di potersi organizzare preventivamente dissuadendo, temporeggiando, intimidendo, cercando scuse. Agli ecclesiastici, massime ai Prelati, non piace dover prendere iniziative, sollevando polemiche sulla stampa e attirando l’attenzione dei Superiori. Quindi, se il Vescovo vorrà proprio proibire la Messa antica, dovranno farlo dopo che il Parroco sarà stato interpellato dai fedeli. Valuterà i pro e i contra e si muoverà di conseguenza.

Alla prima lettera di solito non viene dato seguito. Si vuol vedere se il coetus fidelium è veramente convinto e determinato. E infatti dopo alcune settimane giunge una seconda lettera, che non è più possibile ignorare. Viene quindi convocato in Curia il rappresentante del gruppo stabile. Giunto il giorno fatidico, ecco il nostro delegato, col vestito della festa, in anticamera. Una mezz’ora almeno di attesa serve sempre ad ricordargli che certi usi rinascimentali della Corte Papale vigono anche nel postconcilio. Finalmente il laico viene fatto entrare ed è accolto dal Vescovo in veste filettata, che di buon grado si lascia baciare l’anello, e che con sorrisi e gesti benevolenti fa accomodare l’intimidito interlocutore. Le domande iniziano vaghe e generiche: come sta il suo parroco, come va la famiglia, e tutto il repertorio dei convenevoli che preannunciano un terzo grado.

Si viene quindi sottoposti ad un fuoco di fila di domande incalzanti: chi siete? cosa volete? perché proprio adesso? in che rapporti siete con i lefebvriani? avete persone politicamente impegnate a destra nel vostro gruppo? Ovviamente il poveretto è semplicemente il primo firmatario della richiesta di altri semplici conoscenti, tutte persone normalissime, padri di famiglia, studenti, qualche persona anziana. E a queste domande il nostro delegato risponde imbarazzato, in modo impreciso e dicendo di non conoscere le idee politiche degli altri fedeli.
Errore: il coetus fidelium non è una associazione o un sodalizio, ma un semplicissimo gruppo stabile di persone con l’unico immediato interesse in comune di avere la celebrazione della Messa tridentina. Quindi non si è tenuti in alcun modo a fornire né elenchi di aderenti, né referenze, né patenti di irreprensibilità politica. Ma si suppone che effettivamente i membri del gruppo siano persone per bene, politicamente moderate e che non vogliono usare la Messa come alibi per altri scopi. Secondo alcuni pareri autorevoli, il gruppo può essere composto da pochi fedeli: tre o quattro persone possono bastare, ma quando si ha a che fare con chi cerca pretesti è più prudente raccogliere almeno una ventina di adesioni.

Altro caso: il delegato è in effetti  membro di un’associazione laicale e risponde dando referenze, indicazioni sui ruoli di ciascuno del gruppo, sul suo lavoro e via elencando.
Errore: una associazione laicale, a rigore, dovrebbe rivolgersi al proprio Cappellano, per analogia con quanto deve fare un normale fedele con il proprio Parroco, ossia con colui alla cui cura pastorale egli è affidato. Quindi si dovrà evitare meticolosamente di sovrapporre le cose: se una associazione chiede la Messa antica, le verrà assegnata probabilmente una chiesa non parrocchiale, dove i suoi membri potranno seguirla in quanto membri dell’associazione. Esattamente come i Carismatici, i Focolarini, i Ciellini, gli Alleantini ecc. Viceversa, se la Messa viene chiesta al Parroco dai suoi fedeli, i membri dell’associazione potranno rivolgersi ognuno nella propria chiesa, raccogliendo qualche conoscente, e moltiplicando esponenzialmente il numero di Messe richieste. Si tenga presente che – anche alla luce dell’esperienza di questi anni – molto spesso vi sono fedeli che scoprono quasi per caso l'usus antioquior vedendolo celebrare nella propria parrocchia, e quanti inziano ad assistervi magari per curiosità quasi sempre diventano assidui e partecipi a questo rito. Quindi è più che opportuno non considerare la Messa come appannaggio di un gruppo, ma al contrario favorirne la diffusione nel maggior numero di Parrocchie della Diocesi. E si dovrà fare in modo che i fedeli non si sentano membri coaptati di un’organizzazione particolare, ma semplicemente normali parrocchiani. La ghettizzazione è una tentazione cui cedono in molti: da un lato quanti mirano a separare i corpi estranei, i nostalgici del rito antico; da un altro proprio quegli strani, che con quella scusa possono far quel che credono, a dritto e a rovescio, confermando troppo spesso le riserve dei loro oppositori. Ogni Diocesi conta qualche eccentrico che smania di risponder cerimoniosamente Ad Deum, qui lætificat juventutem meam in veste e cotta, con enfatici salamelecchi e petulanti correzioni al povero inesperto celebrante, che si arabatta col foglietto non ancora mandato a memoria. Questa schiera di infelici è croce e delizia utriusque ritus, e pure i progressisti se li devono sorbire a declamare È parola di Dio arrampicati all'ambone o a vagare in presbiterio per sistemare i microfoni. E mentre la Messa in parrocchia consente anche ai chierichetti di conoscere i tesori dell’antica liturgia, la Messa di un’associazione rischia di diventare palcoscenico di stravaganti, esteti ed appassionati de’ begli arredi. Il tutto a discredito della buona causa e a vantaggio dei detrattori, ai quali viene offerta su un piatto d’argento la testa del povero sacerdote attorno al quale costoro dondolano il turibolo o intonano il Graduale.  

Il Vescovo non risponde mai immediatamente. Di solito la risposta si fa attendere parecchio, con la speranza che – al pari delle lezioni scolastiche – si arrivi abbastanza vicino alle ferie per poter rimandare tutto all’autunno successivo, o all’anno dopo. Certo è che, quando un Prelato risponde Vedremo ci si può già metter l’animo in pace, perché in linguaggio curiale questo è un No. Si deve tener conto che ogni decisione importante è preceduta da una consultazione dei notabili di Curia e, non di rado, dell’intero Presbiterio, ossia di tutti i sacerdoti della Diocesi, o quantomeno dei Parroci. Di questi chiari di luna, va da sé che su cento sacerdoti almeno novanta sono contrari al MP e faranno di tutto per significarlo a Sua Eccellenza. Anzi: quanto più il loro numero dovesse essere esiguo, tanto maggiore sarà lo strepito che faranno. I favorevoli o gli indifferenti, da bravi chierici, si guardano bene dal dirlo e tacciono come San Pietro nel cortile del Pretorio, ut videret finem, per vedere come va a finire.
Ecco un altro motivo per il quale non è opportuno rivolgersi al Vescovo: si permette una levata di scudi da parte degli oppositori del MP mentre, se si chiede la Messa al Parroco, questi verrebbero eventualmente coinvolti solo dopo, e a cose fatte. E non ci si lasci intimidire con l’accusa di organizzare colpi di mano: l’esercizio di un diritto non esclude di ricorrere ad una strategia che consenta, nei confini della liceità e della correttezza, di raggiungere lo scopo che ci si prefigge. Se si vuole invece fare una semplice battaglia di principio, ci si scontrerà inesorabilmente contro l’autorità dell’Ordinario – ancorché esercitata abusivamente – e non si otterrà l’applicazione del MP.

Alla fine la lettera del Vescovo arriva. Sulla carta pregiata campeggia lo stemma di Sua Eccellenza, col numero di protocollo e tutti i crismi di un documento di Curia, perfino il sigillo e la firma del Cancelliere. La prima eventualità è che l’Ordinario non accolga la richiesta: ed ecco confermato il motivo per cui non si deve chiedere il permesso di esercitare un diritto a chi non solo non è competente a concederlo – dal momento che un’Autorità a lui superiore l’ha già fatto – ma che, una volta interpellato, ha la possibilità de facto di negarlo. È proprio nel momento in cui ci si è rivolti al proprio Vescovo che gli si è riconosciuta la potestà di decidere, in deroga al dettato del MP.

La seconda eventualità è che temporeggi. Anche in questo caso, chiedendo al Parroco si sarebbero evitati questi problemi.

La terza eventualità è che Sua Eccellenza si degni acconsentire, destinando una chiesa non parrocchiale alla celebrazione della Messa, in determinate circostanze e a certi orari, per coloro che l’hanno chiesta. Una Messa festiva – o prefestiva con validità di precetto – magari ogni due domeniche. Nella più rosea delle ipotesi, Messa tutte le domeniche e feste comandate. Ed ecco i firmatari della petizione a gioire
anch’io festevole e a diramare comunicati stampa alla gazzetta locale e su tutti i siti tradizionalisti di internet. Una conquista per la Tradizione! Un gesto che rivela lo zelo pastorale del Vescovo!
Errore: la designazione di una chiesa non parrocchiale non è conforme al MP, ma all’Indulto che Giovanni Paolo II promulgò nel 1988 e che è stato abolito dalla Summorum Pontificum. L'Istruzione applicativa prevede la mera possibilità di questo, ma la via ordinaria è la richiesta al Parroco. Quindi chi crede di aver ottenuto qualcosa nel momento in cui gli viene accordata una riserva liturgica in cui godersi la Messa tridentina si sbaglia: viene ghettizzato, e si rende ben più difficile la diffusione di altre Messe nella Diocesi. Se infatti la Messa antica viene celebrata in una parrocchia per i suoi fedeli, si può coerentemente replicare anche nelle altre, in cui vi siano altri fedeli intenzionati ad avvalersi di quel diritto. Ma se ci si fa destinare una chiesa a parte, questa esaurirà quasi sicuramente ogni ulteriore richiesta, e qualsiasi fedele potrà esservi indirizzato. E si noti che questa ghettizzazione è quanto di più alieno possa esservi dallo spirito dell’antica liturgia, che è romana, cioè della Chiesa di Roma a cui apparteniamo, e non monopolio di un gruppo. Il Cattolico rifugge dalle sette, e giustamente: egli vuole solo la Messa, nella chiesa in cui è stato battezzato, in cui ha imparato il Catechismo, in cui si è sposato, in cui è conosciuto dal proprio Parroco, ma dove comunque non si sente escluso o separato dai suoi amici e conoscenti. Troppo tardi, a questo punto, chiedere che il Vescovo torni sui propri passi: l’errore iniziale ha compromesso tutto e se si protesta si verrà facilmente accusati di essere incontentabili, di avere troppe pretese, di non tener conto delle esigenze pastorali ecc.

Quando un Vescovo, senza che vi siano palesi violazioni delle condizioni previste dal MP, rifiuta di accordare la Messa tridentina, ci si può rivolgere alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, ora incorporata nel Sant’Uffizio – pardon – nella Congregazione per la Dottrina della Fede. Come sempre, il prestigio del Prelato è pari al suo peso dinanzi alla Commissione, per cui è raro che giugano intimazioni o ordini perentori a un Cardinale o un Arcivescovo. Di solito il primo passo è una telefonata di cortesia da parte di un qualche Monsignore, con cui si prega Sua Eccellenza di voler dar seguito alle richieste dei suoi fedeli. Se l’Ordinario è un porporato, lo chiamerà il Presidente della Commissione, anch’egli Cardinale e Prefetto di Congregazione. Quando le difficoltà aumentano, parte la lettera riservata. Raramente vengono prese misure ulteriori. Di per sé, essendo ora un organo del Sant’Uffizio, la Commissione opera come un Dicastero Papale, ma se un Vescovo disobbedisce apertamente al Papa, probabilmente non avrà scrupoli a disobbedire anche a chi parla a nome del Papa. In ogni caso non si scatena certo una guerra per quattro laici che vogliono l’antica liturgia. E intanto il tempo passa.

Ipotizziamo ora che i fedeli si accontentino di una chiesina del centro, in cui appagare il proprio bisogno di liturgia romana. Chi sarà il celebrante? Nove volte su dieci è un sacerdote che non celebra la Messa antica da quarant’anni, e forse non l’ha mai vista celebrare nemmeno da piccolo. Se non ha mai celebrato la forma straordinaria quand’era ordinaria, avrà imparato a celebrare alla bell'e meglio il Novus Ordo in italiano, senza alcuna formazione rituale e cerimoniale. Probabilmente non sa nemmeno il latino, e questo è un problema ulteriore e molto grave, poiché è indispensabile che il sacerdote capisca immediatamente ciò che legge sul Messale. Se invece è stato ordinato prima del Concilio, si ricorderà qualcosa, con le mille variazioni indotte dal nuovo rito. Chi vuole boicottare il MP si diverte un mondo a mettere in riga qualche pretino indocile, affidandogli questo ingrato incarico. Quindi sarà arduo insegnargli qualcosa, anche ammesso che si sia in grado di imparare.
Errore: non è compito dei fedeli insegnare al Clero come dir Messa secondo l’antico rito. Di per sé si dovrebbe pretendere dal Vescovo che dia indicazioni al celebrante affinché, prima di iniziare la celebrazione, la studi nei minimi dettagli e ne impari bene tutte quelle parti che si devono sapere sub gravi a memoria. Se poi, per spirito di collaborazione, c’è chi può aiutare in quest’opera di formazione liturgica, ben venga: ma si valuti attentamente che sia effettivamente una persona competente e di provata capacità, altrimenti si aggiunge errore a errore. In ogni caso, dovrebbe esser buona norma che fossero altri sacerdoti, magari di qualche Istituto legato alla liturgia tridentina, a farsi carico di insegnare al celebrante a dir Messa correttamente.  

Se si pensa alla sacralità del Santo Sacrificio, verrà naturale fare in modo che tutto il rito segua scrupolosamente le norme e le disposizioni della Chiesa. Eppure qualcuno, sotto l’influenza nefasta del libertinaggio rituale di gran moda, dirà che all’inizio si può esser tolleranti sul modo in cui viene celebrata la Messa antica. Fotocopie per le preghiere ai piedi dell’altare, inchini assenti, Canone letto ad alta voce, genuflessioni omesse, dita disgiunte dopo la Consacrazione e via elencando. Tutto tollerato – all’inizio, s’intende – come tutto è tollerato nella Messa riformata. 
Errore: gli adattamenti – in un senso come nell’altro – sono assolutamente arbitrari e non sono previsti dal MP, il quale ha riportato in vigore il rito del 1962, non quello di Pio XII né quella congerie di experimenta che si sono susseguiti fino al nuovo rito. Quindi sarà opportuno dotarsi di un manuale di liturgia aggiornato al 1962 e non dar libero sfogo alla propria creatività. E visto che tra gli zelatori del tempio abbondano coloro che vorrebbero pontificare anche la recita delle Preci Leonine, è il caso che ci si ricordi che è ben preferibile una decorosa Messa letta celebrata correttamente secondo le Rubriche, piuttosto di una Messa in terzo piena di pasticci e di abusi, non ultimo un laico a far da suddiacono con berretta e manipolo. Iniziare con la Messa letta permette al celebrante di prender sicurezza, per poi passare magari alla Messa cantata, e infine a quella solenne solo quando ci siano Ministri e inservienti preparati. Per i pontificali serve sempre un cerimoniere in sacris che conosca alla perfezione il rito in tutte le sue parti, oltre ad una serie cospicua di chierici esperti. E occorrono anche tutti i paramenti e le vesti prescritte, che una volta si chiedevano in Cattedrale e che oggi con ogni probabilità sono irreperibili o inutilizzabili. I laici addetti al servizio sono certamente lodevoli, e possono aiutare non poco nel limite delle proprie competenze. Ma non dovranno mai svolgere ruoli propri e specifici del Clero. E comuque si preferisca, specialmente nelle piccole comunità, la sobrietà di una Messa letta o dialogata agli sfarzi improvvisati che nulla hanno di romano. Anche nel senso opposto, si ricordi che la Messa inizia in sacrestia con la Præparatio, e che in sacrestia finisce con la Gratiarum actio, quindi non si aggiunga e non si tolga nulla a tutto quello che è indicato nelle Rubriche. E se ad esempio il Messale dice che il sacerdote deve uscire dalla sacrestia a capo coperto, nessuno è autorizzato ad abolire la berretta solo perché la deve indossare due minuti. Inutile dire che la veste talare è ancor oggi prescritta sub gravi nel senso che chi non la mette compie peccato mortale per l’amministrazione dei Sacramenti, quindi a fortiori si dovrà pretendere che il celebrante venga in veste e non in clergyman, anche se il camice copre tutto. La liturgia romana è scuola di stile, di disciplina e di contegno: spesso chi impara a celebrare il rito straordinario è portato spontaneamente ad una maggiore compostezza anche nel rito ordinario. Non si permetta che accada il contrario, e che le rilassatezze della liturgia moderna contaminimo anche l’antica.

In taluni casi l’Ordinario designerà un sacerdote che già conosce il rito antico, e questo semplificherà molto le cose. In altri casi, non volendo nominare un solo celebrante per evitargli l’infamante marchio di tradizionalista, il Vescovo darà questo incarico a cinque o dieci sacerdoti, che dovranno alternarsi nella celebrazione della forma straordinaria. Una scelta che potrebbe apparire positiva, perché in questo modo si avvicinano più chierici al rito antico; ma che di fatto è solo un altro modo per garantire una sostanziale ingestibilità all’iniziativa. Dovendo celebrare una volta ogni mese o addirittura ogni due o tre mesi, ogni sacerdote non fa in tempo ad imparare qualcosa che già la dimentica, e ad ogni Messa si dovrà quasi ricominciar daccapo. Inoltre, la presenza di più celebranti rende di fatto impossibile avere una continuità liturgica, per cui i responsabili del gruppo stabile finiranno per diventare gli unici referenti, col rischio di monopolizzare la chiesa in cui la Messa viene celebrata.
Errore: affidare l’organizzazione delle celebrazioni ad un gruppo o ad una associazione conferisce una caratterizzazione – non solo in senso liturgico – che non è assolutamente prevista dal MP. Infatti, se la Messa è celebrata in parrocchia, essa rimane parte della vita parrocchiale, senza creare divisioni, sotto il controllo del Parroco. Se invece i fedeli possono organizzarsi come meglio credono in una chiesa separata dalla parrocchia, andranno a costituire una comunità a sé stante, con tutti i rischi del caso. Primo fra tutti, lo svilupparsi di quelle dinamiche elitarie che portano a personalizzazioni del rito estranee allo spirito romano. Così l’incauto fedele che si avventura alla Messa festiva verrà squadrato dagli appartenenti del coetus come un corpo estraneo, riservandosi il diritto di accoglierlo o escluderlo dalla loro comunità sulla base di criteri a dir poco opinabili. Non è raro il caso di associazioni che considerano la Messa come una proprietà inviolabile, non fosse che per il fatto di averla ottenuta dal Vescovo, e che ritengono che chiunque vi si accosti debba in qualche modo aderire anche alle finalità che esse si prefiggono. Ma è ben chiaro che, posto il diritto di un fedele di avere la celebrazione nella forma straordinaria, tale diritto si può e si deve esercitare senza alcuna restrizione, specialmente se essa contraddice lo spirito del MP. Infine, la tanto decantata dimensione comunitaria della vita parocchiale viene meno, creando da una parte lo sparuto gruppo di ben identificabili integralisti, e dall’altra la ben più nutrita schiera dei normali. Un vero favore per chi non vuole la diffusione della Messa tridentina e al tempo stesso può additarne i sostenitori come dei settari.

Il fenomeno dei gestori della forma straordinaria è una piaga che non si finirà mai di deplorare: in nessuna epoca si è data una tale invasione del santuario da parte dei laici, e quello che certi tradizionalisti rimproverano ai Carismatici o ai Neocatecumenali si ripropone pedissequamente anche sul campo opposto con danni incalcolabili per la causa della Tradizione. Al di là dell’autonomia di cui godono gli Istituti di Diritto Pontificio – che come tali hanno tutto il diritto di avere una propria spiritualità – ci sono gruppi e gruppuscoli tradizionalisti che coltivano il proprio particulare con caparbietà, a colpi di pontificali e di Messe solennissime con annessa indulgenza plenaria. Ma quel che può esser legittimo in una comunità dotata di un proprio statuto non può e non deve diventare legge comune della Chiesa, costringendo chierici e laici a subire i diktat di presunti Gran Maestri di fantomatici ordini cavallereschi, che alla prova dei fatti risultano esser semplici presidenti di pii sodalizi. Intelligenti pauca.

Lo stesso dicasi per gli ubiqui di certe associazioni che oggi si impongono, senza alcuna investitura e nessun titolo, a mediatori della causa tradizionalista con le Curie e i Vescovi. Li si trova dovunque, sempre pronti ad intervenire per mediare, e non si capisce se costoro abbiano veramente a cuore la Messa tridentina o piuttosto assecondino un irrefrenabile desiderio di mettersi in mostra. I teorici del cosiddetto infiltrismo hanno dimostrato che, lungi dall’aver saputo svolgere una vera politica di occupazione delle casematte del potere ecclesiastico, si sono invece lasciati contaminare dallo spirito progressista, o piuttosto dalla mera ambizione, alla quale hanno asservito ogni propria azione. A causa di questi onnipresenti inframettitori, non è possibile alcuna iniziativa senza il loro placet, che giunge dall’alto come una grazia, dopo essersi imposti come non richiesti mediatori con Sua Eccellenza. E ci si chiede – non senza ragione – per quale motivo la reverenda Curia attribuisca loro un ruolo che nessuno ha mai accordato, se non per avvalersi dei loro servigi come quinta colonna. Ovviamente i singoli fedeli, alieni alle meschine lotte di potere interne ai movimenti cosiddetti tradizionalisti, sopportano queste ingerenze come un fatto ineluttabile.
Errore: a nessuno, laico o chierico, il MP accorda ruoli preminenti. Anzi si dovrebbe pretendere che il coetus fidelium previsto dal documento papale non venga subdolamente identificato con organizzazioni ed associazioni, dando potere decisionale a figure intermedie che a nessun titolo sono previste. Se esiste un portavoce dinanzi alla Curia (o, più correttamente, dinanzi al Parroco), questi dev’esserlo solo ed esclusivamente come esponente del gruppo stabile che chiede la Messa in forma straordinaria; e se un’associazione intende avvalersi del MP, lo farà a titolo personale e senza interferire con la normale applicazione della Summorum Pontificum nelle parrocchie.

Laddove la chiesa sia sprovvista di suppellettili e paramenti, si provveda a farla dotare di tutto il necessario. Anche in questo caso si dovrà chiedere per tempo al Vescovo di dare disposizioni in merito, evitando ai laici di dover integrare a proprie spese ciò che certamente è già disponibile in qualche chiesa della Diocesi. Non spetta ai laici farsi carico della parte logistica delle funzioni, che sono di stretta spettanza del Clero: al massimo si potrà pretendere che essa si adegui alle Rubriche, senza adattamenti arbitrari.

Può accadere che il gruppo stabile, anziché rivolgersi al Vescovo, chieda direttamente al proprio Parroco la celebrazione della Messa e che questa venga accordata di buon grado. In questo caso il MP è seguito alla lettera, e in teoria non dovrebbero esserci problemi. Se non che la notizia giunge al Vescovo, il quale, esercitando abusivamente un potere che non gli è assolutamente riconosciuto dal diritto, vieta al Parroco di celebrare la Messa tridentina. E il Parroco, intimidito, obbedisce.
Errore: il divieto imposto dall’Ordinario è nullo, e come tale non vincola il celebrante. Il quale potrà comunicare al Vescovo, in via informale, che avendo il Papa autorizzato ogni sacerdote cattolico a celebrare nella forma straordinaria, ed ogni fedele cattolico ad aver celebrata la Messa in questo rito, non può obbedirgli, perché disobbedirebbe al Pontefice Romano.

Purtroppo la pavidità del Clero, o la minaccia di un trasferimento nella più remota pieve della Diocesi, fanno sì che la Messa venga sospesa. Alla richiesta di scrivere a Roma, il Parroco temporeggia, e solo raramente dà prova di coraggio affrontando di petto le irricevibili richieste del proprio Vescovo.

Se il Vescovo permette la Messa, non di rado insiste su un elemento che, a chi conosce la liturgia romana, pare a dir poco scontato: la comprensibilità dei riti da parte dei fedeli. In particolare, si chiederà che le letture vengano proclamate in lingua vernacolare e non in latino. Si giungerà addirittura a chiedere che l’omelia sia tenuta in italiano.
Errore: la proclamazione in lingua volgare dell’Epistola e del Vangelo non deve sostituire quella in latino, ma può accompagnarsi ad essa o, limitatamente alla Messa letta, può sostituirla (Istruzione Universæ Ecclesiæ, n. 26). Il motivo è più che evidente: la liturgia romana, in quanto azione pubblica ed ufficiale della Chiesa, si esprime nella lingua sacra, specialmente nella sua forma solenne e pontificale. Sarebbe inimmaginabile, oltreché ridicolo, cantare l’Epistola in volgare. In una società multietnica, in cui in ogni città si trovano ormai fedeli di diverse lingue, sarebbe oltretutto inutile imporre le letture in una lingua nazionale a discapito del latino, rendendo ancor più caotica la comprensione. Inoltre, a sfatare uno dei tanti miti diffusi sull’antico rito, non è fuori luogo ricordare che sin dagli anni Quaranta del Novecento, è invalso l’uso del Messalino per i fedeli, in cui tutte le parti dell’Ordinario e del Proprio del Messale sono riportate in latino con la traduzione in italiano a fronte, accompagnata da commenti e spiegazioni di natura pratica, pastorale e spirituale, cosa che viceversa è praticamente scomparsa, con grave danno, nel nuovo rito. Non è quindi indispensabile tradurre le letture, se i fedeli le possono leggere nella propria lingua. Ma se proprio lo si vuol fare, che questo avvenga a parte, finito il Vangelo e prima dell’omelia, come si faceva un tempo.
Sappiano i critici dell’usus antiquior che mai, in alcuna comunità del mondo, si è tenuta la predica in lingua latina, visto che il Concilio di Trento l’ha resa obbligatoria proprio per istruire il popolo. Fino al Vaticano II vi erano anzi comunità, specialmente rurali, in cui era normale che la predica fosse tenuta nel dialetto locale: un esempio che dovrebbe esser tenuto in considerazione da quanti, nella liturgia vernacolare, infarciscono le proprie omelie di dimensione escatologica, soteriologia, eucologia ed altre espressioni incomprensibili a più. 

In altri casi qualcuno ricorre a pretesti o ad accuse: il tal sacerdote celebrerebbe i riti della Settimana Santa secondo il rito precedente alla riforma di Pio XII, o si reciterebbe il secondo Confiteor prima della Comunione, o ancora si consacrerebbero le Sacre Specie per i fedeli presenti, anziché distribuire la riserva eucaristica presente nel tabernacolo (e presumibilmente consacrata nel corso di una Messa riformata). Dinanzi a tali accuse, ogni abuso da parte della Curia troverebbe giustificazione. Ed in un certo senso non ci si potrebbe lamentare: il MP prevede esclusivamente l’applicazione del rito del 1962, e non autorizza nessuno a forme di libero esame liturgico. Ci si guardi bene dal dare adito ad accuse, adottando forme di celebrazione non conformi alle Rubriche; ed anche se tutti sanno che il discutibilissimo Ordo Hebdomadæ Sanctæ è parto degli stessi a cui si deve la successiva riforma liturgica, non si può e non si deve utilizzare il rito precedente. Quanto al Confiteor, si potrebbe teoricamente tollerarlo come consuetudine, ma è preferibile adeguarsi di buon grado al rito di Giovanni XXIII anziché prestare il fianco a critiche da parte di chi non aspetta altro che un nostro errore.

Per quanto riguarda la questione della riserva eucaristica, andrebbe aperto invece un discorso più ampio. I progressisti sono i primi a consacrare le ostie necessarie ai fedeli presenti, perché le loro convinzioni moderniste sono vicine a quelle dei Luterani, per i quali il pane eucaristico si benedice e si consuma nella santa cena. I Cattolici invece credono che la Presenza Reale si mantenga anche dopo la consacrazione, e per questo conservano nel tabernacolo un numero di ostie sufficiente ad amministrare la Comunione fuori della Messa, o per portare il Santo Viatico ai moribondi. Così per un sacerdote è più che naturale consacrare solo l’ostia della Messa, e prendere la pisside col Santissimo per comunicare i fedeli. Ma qui sorge il problema. Alcuni temono che l’intentio di chi, nel corso di una Messa riformata, consacra le Specie Eucaristiche possa esser messa in dubbio: così sostengono pochi temerari. Ma sarebbe un errore gravissimo dar seguito a simili congetture, a meno che non ci sia la certezza assoluta che chi ha consacrato le ostie riposte nel tabernacolo sia un sacerdote eretico: caso quantomai raro, fortunatamente. Si deve quindi ritenere che le Sacre Specie nel tabernacolo siano effettivamente tali, e non c’è alcun bisogno di consacrare delle ostie per i fedeli della Messa, a meno che la riserva non sia assente – cosa peraltro non rara in certe chiese. Non si dimentichi che i novatori, tanto larghi di maniche con i più sfrontati abusi nel nuovo rito, sanno essere più implacabili di un inquisitore domenicano allorché si tratta di far le pulci ai tradizionalisti, dei quali conoscono benissimo i lati vulnerabili. Se nella celebrazione eucaristica è permessa ogni stravaganza, nella forma straordinaria si moltiplicano i controlli, per aver il pretesto di interdirla. E non ci si stupisca se certe informazioni tendenziose vengono riferite in Curia proprio da chi, all’interno del gruppo stabile, si è sentito esautorato e ritiene di poter fare le proprie vendette improvvisandosi delatore. Così gli sforzi lodevoli per aver la Messa tridentina sono frustrati da sciocchi errori che danno modo al Vescovo di intervenire con una severità a dir poco sconcertante, non fosse che per la propria unilateralità.      

Un’altra stravaganza riscontrabile nelle comunità in cui si celebra la liturgia antica è la suscettibilità di alcuni nei confronti della partecipazione al Santo Sacrificio da parte di altri. Se ad una Messa interviene un laico che prima frequentava la Fraternità San Pio X, ecco levarsi il solito censore – di norma amministratore unico del gruppo stabile – a fulminare scomuniche a destra e a manca, ad interdire l’accesso in chiesa al reprobo, a denunziarlo dinanzi al sinedrio dei suoi degni sodali. Non mancano episodi in cui tali forme di intolleranza sono rivolte ad una persona con la quale si sono avuti dissensi personali, o che i pettegoli del gruppo hanno preso di mira per meschine rivalità. Come osa costui ad assistere alla nostra Messa? Chi gliene dà il diritto? Che sia scacciato con ignominia dal tempio!
Errore: a nessuno, per nessun motivo, è consentito stabilire chi abbia o meno diritto di assistere alla celebrazione di una Messa cattolica, in qualsiasi rito e in qualsiasi forma, a meno che non sia stata pronunziata contro di esso una pubblica sentenza di condanna ed egli non sia stato dichiarato scomunicato vitandus. In quel caso – ma pare che dai tempi di Loisy non vada più di moda – la celebrazione dovrebbe proseguire in forma di Messa letta e con due sole candele sull’altare. Come si vede, si tratta di un caso estremo, la cui valutazione è comunque riservata al celebrante, e non certo a un laico petulante in vena di revanchismi. Ecco un’altra ragione per cui non si può assolutamente tollerare che un laico diventi arbitro delle celebrazioni. In questo i sacerdoti dovrebbero essere estremamente severi, dal momento che la Messa è un atto pubblico della Chiesa, al quale ha diritto di assistere ogni battezzato non impedito dal Diritto. E quando si dice che la Messa è un atto pubblico si intende esattamente questo: nessuno si azzardi a farne l’espressione di una parte, di un gruppo, di un movimento. Anche la Messa detta privata è tale solo perché il celebrante la celebra senza fedeli che vi assistano, ma è comunque pubblica e diversamente non potrebbe essere. Lasciamo ai Neocatecumenali le proprie indecorose liturgie, cui sono pervicacemente abbarbiccati nonostante i decreti papali, nel corso delle quali si asserragliano nel tempio come adepti di una setta. Noi Cattolici Romani siamo orgogliosi di poter assistere alla luce del sole alle nostre liturgie, senza atteggiamenti da iniziati.

A tal proposito, andrebbe ricordato che in taluni casi l’Ordinario ritiene che la Messa in forma straordinaria non meriti di esser celebrata su un altare in chiesa, ma vada confinata nel più oscuro sacello, per cui il fedele che volesse assistervi è costretto a vagolare per le navate e le cappelle, finché non si decide ad andare in sacrestia, dove scopre il nascondiglio. Che strana combinazione! Anche la più disertata Messa riformata feriale merita l’altar maggiore, nei rigori dell’inverno più nero, ma la Messa antica dev’essere occultata e segregata, con la scusa di favorire il raccoglimento.
Errore: se una Messa può esser celebrata, non spetta al Vescovo stabilire l’altare o il luogo specifico all’interno della chiesa, né decidere se si possono dare i segnali di campane, o suonare l’organo, o in che forma possa esser detta. Quindi, se vi è servizio preparato e sufficiente, si potrà celebrare la Messa cantata o solenne, sempre che si rispettino le Rubriche. Se poi si vorrà invitare un Prelato, si dovrà darne notizia – per cortesia, non per averne approvazione – alla Curia. Nel caso dei Cardinali di Santa Romana Chiesa, è buona norma invitare l’Ordinario, il quale dovrà presenziare, eventualmente assieme al Capitolo, per rispetto ad un membro del Senato del Papa. In teoria un Cardinale ha il diritto di usare la cattedra del Vescovo, ma al giorno d’oggi è preferibile evitare di imporre un pontificale tridentino in Cattedrale. L’importante è che ci si attenga scrupolosamente alle prescrizioni dei libri liturgici in vigore nel 1962 e che, per non suscitare le ire di certi progressisti, si faccia in modo di limitare al massimo quanto è lasciato alla discrezionalità del giudizio: cappemagne e galeri possono apparire come una provocazione, e non è il caso di forzare le cose per assecondare le stravaganze di qualcuno. Non si dimentichi infine che il rispetto verso il Prelato che si invita impone che gli si evitino situazioni imbarazzanti, non ultima il dover riesumare impacciati famigli in ferraiolo in una Diocesi in cui il Vescovo veste abitualmente in clergyman con la croce pettorale nel taschino.

Se poi gli organizzatori del coetus desiderano invitare il proprio Vescovo ad una Messa in forma straordinaria, e questi accetterà, si dovrà fare in modo che tutto si svolga perfettamente. Non si lasci nulla al caso, e se Sua Eccellenza non conosce il rito antico, si preferisca farlo assistere in trono, come previsto dal Cæremoniale Episcoporum. Sarebbe controproducente, oltreché scortese, imporre al Prelato una celebrazione piena di errori e improvvisazioni, solo per togliersi la soddisfazione di vedergli indossare le chiroteche o una pianeta preziosa. E sarebbe un gesto altrettanto scortese voler presentare il proprio Ordinario, dinanzi all’opinione pubblica, come un paladino della Tradizione, laddove siano ben note le sue posizioni in materia. Basta la semplice assistenza per testimoniare la piena comunione esistente tra i fedeli di differente sensibilità liturgica e il loro Vescovo. Anzi, in punta di diritto non vi è alcun bisogno che il Vescovo prenda parte alle celebrazioni in forma straordinaria, dal momento che le permette il Papa. È tuttavia innegabile che, sotto un profilo politico, un simile gesto aiuterebbe i più timorosi.

Un’altra particolarità delle Messe celebrate in forma straordinaria è data dalla predilezione degli organizzatori per una fraintesa solennità. Contagiati dall’uso della forma ordinaria, alcuni solgono improvvisare la Messa cantata o addirittura solenne, omettendo tutto il Proprio e limitandosi all’Ordinario, ossia Kyrie, Gloria, Credo ecc. L’introito, il graduale, l’Alleluja, l’Offertorio e il Communio sono omessi o sostituiti arbitrariamente da altri canti o inni. E quasi sempre si ricorre alla ormai abusata Missa De Angelis, per il semplice fatto che la san tutti.
Errore: se si vuol cantare la Messa, vanno cantate tutte le parti prescritte, anche quelle del sacerdote e dei Sacri Ministri. Se il sacerdote non sa cantare, o se non ci sono cantori che conoscono il Proprio, che celebri la Messa letta. Non c’è niente di peggio che dar prova di improvvisazione, tagliando qua e là le parti che il rito prescrive in canto. Questa non è solennità, ma fatua presunzione, a scapito della santità della Messa e del rispetto per le norme liturgiche. A dispetto dell’uso monocorde del Kyriale Romanum, non sarà superfluo ricordare che ci sono molte Messe, alcune di rara bellezza, e che se i progressi possono apparire inizialmente lenti, col passare degli anni i fedeli imparano volentieri altre Messe. L’importante è avere alcuni cantori che possano accompagnare le funzioni. Ed esistono anche edizioni più semplici del Proprio, che si possono usare nelle chiese minori (ad esempio: Chants abrégés des Graduels, des Alleluias et des Traits pour toute l'année, Desclée, 1930).

In senso opposto, non mancano coloro che, ahimé contagiati dal nuovo rito, si credono concelebranti e, forti del loro messalino, affiancano il sacerdote nelle parti di sua spettanza, talora addirittura anticipandolo con stentorei Aufer a nobis, Unde et memores, Nobis quoque e via elencando. Sono gli stessi che alla Messa in vernacolo rispondono ostinatamente Et cum spiritu tuo, come se intorno ad essi il mondo non esistesse. Quelli che, durante la Messa cantata, si inginocchiano come alla Messa letta, prescindendo da quanto avviene intorno a loro. Finché non disturbano più di tanto la celebrazione, si può portar pazienza e tollerare le loro intemperanze; ma se dovessero seriamente distrarre il raccoglimento degli altri fedeli, sarà il caso che il Parroco li riporti caritatevolmente al silenzio, se non alla realtà.

Questi sono i nostri suggerimenti. Se poi qualche tradizionalista vorrà far naufragare miseramente ogni tentativo di diffondere la venereanda liturgia romana, sarà sufficiente che segua questi consigli al contrario: vedrà quanto può essere semplice boicottare l’usus antiquior con scelte opinabili, iniziative arbitrarie, eccessi evitabili.
 
Baronio

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