IL BRACCIO SECOLARE

Mons. Ignazio Sanna

Da ormai quarant’anni ci siamo abituati ad un radicale mutamento dei chierici e dei Prelati: quelli che ieri erano segregati dal mondo, oggi si sono fatti sedurre dallo spirito del mondo; quelli che ieri erano i successori degli Apostoli e i difensori della Fede, oggi sgomitano per farsi vedere à la page e fan di tutto per nascondere la propria dignità, o meglio: per nascondere la dignità che essi indegnamente ricoprono; quelli che soli si ergevano a difendere i diritti di Dio e della Chiesa, oggi mendicano tolleranza; quelli che fino a ieri erano i Re dei Re ed i Signori dei Signori, in quanto Vicari di Cristo, hanno fatto a gara per deporre le loro corone e le insegne del loro Sommo Sacerdozio, e si son abbassati a baciar Corani e a stringersi in inbarazzanti amplessi con Rabbini e Muftì.

L’agiografia preconciliare ricordava l’esempio di San Pio X. Dovendo intraprendere un viaggio in treno, l’allora Patriarca di Venezia saliva in prima classe, viaggiava in terza e riscendeva dalla prima, per mantenere il decoro della Sacra Porpora dinanzi al secolo. Indossava una splendida croce pettorale di gemme false, avendo donato ai poveri quelle preziose. Oggi viceversa i Prelati salgono in seconda, viaggiano in prima e scendono dalla seconda. Le loro croci pettorali sembrano povere e quasi indegne di un Vescovo, ma sono in platino e materiali costosissimi. Così rifuggono il presunto fasto della veste prelatizia per preferire un clergyman di sartoria, ma si compiacciono di presenziare alle inaugurazioni, ai convegni, alle prime. Rifiutano con ostentazione il bacio dell’anello, ma non dispiace loro che le Autorità civili si inchinino reverenti, che i Carabinieri si mettano sull’attenti, che ci sia sempre una poltrona dorata e foderata di damasco rosso per Sua Eccellenza. E sempre per questa strana umiltà non usano gli antichi e preziosi paramenti custoditi nelle sacrestie della Cattedrale, ma  ordinano orride vesti ai più costosi sarti ecclesiastici. Lasciano nella polvere del Museo Diocesano il calice d’oro tempestato di pietre e perle, e commissionano un gotto da osteria in legno grezzo o in ceramica al più famoso artista. Gettano negli scantinati i quadri, gli arazzi e il trono del Palazzo episcopale, e acquistano i più moderni computer, le scrivanie di design, le poltrone ergonomiche, l’iPad. Più in alto, nascondono la sedia gestatoria in un sottoscala, e portano a spasso il Papa su un carrettino o una ridicola autovettura. Si stracciano le vesti per una tiara, ma si compiacciono di un fonte battesimale in oro massiccio. Perché la Chiesa deve apparire povera. Non Chiesa povera, ma povera Chiesa!

Che i conventi siano vuoti, al pari dei seminari, non importa: li si usano come foresterie, beneficiando della esenzione dell’ICI sugli immobili ecclesiastici. Che le chiese siano deserte, non conta: le vendono per farne sale conferenze. Che le vocazioni siano al lumicino, non li preoccupa: accorpano quattro parrocchie e non riescono nemmeno a riempire i primi banchi di una chiesa alla Messa domenicale. Che i Battesimi e i Matrimoni cattolici siano diminuiti vertiginosamente non li mette in crisi: il regime concordatario accorda loro lauti proventi anche se alla questua di Natale raccolgono venti euro, e la società per loro rimane cattolica.

Questo Clero ha un concetto di umiltà e di povertà che non sembra ispirato alla virtù, ma dettato altresì dal desiderio di compiacere il secolo. Quello a cui i novelli pauperisti hanno rinunziato negli ultimi decenni è stato tolto alla dignità sacerdotale, episcopale, cardinalizia, papale. A Cristo e alla Chiesa. Quel che rimane o è stato addirittura aggiunto, è geloso appannaggio degli uomini rivestiti di quelle funzioni. Appare la persona, scompare il Ministro di Cristo. Anche sull’altare, ovviamente.

E in questa smania di piacere al mondo, che pare aver contagiato moltissimi ecclesiastici, alcuni ritengono di dover quotidianamente dar prova di fedeltà, di dover pagare il tributo a Cesare, di dover dimostrare ad ogni pié sospinto che essi sono sempre in prima fila, sono sempre i più bravi della classe, sono sempre i più zelanti. Così nella Lettera Pastorale per la Quaresima parlano di diritti umani, di accoglienza e di multiculturalità, e omettono di parlare di Nostro Signore, del digiuno, della penitenza; dialogano con i Gentili, e rinunziano al proprio munus docendi di Sacri Pastori; regalano le tessere di Sky e le sigarette ai carcerati, ma non sono capaci di far loro recitare nemmeno il primo articolo del Catechismo; fanno erigere templi satanici e massonici ad architetti atei e comunisti, ma non esitano a divellere altari secolari dalle loro chiese; leggono Repubblica, citano registi sacrileghi e filosofi ebrei, ma si guardan bene dal levare la voce quando si oltraggia Nostro Signore, che a quanto pare non è più il loro.

L’unico aspetto positivo di questa rivoltante sequela di attacchi blasfemi e di pavidi silenzi è l’aver dimostrato inequivocabilmente quali siano i due schieramenti, e chi ne faccia parte. Qui non est mecum, contra me est. Da un lato, giovani laici cattolici e alcuni sacerdoti del basso Clero; dall’altro, la turba degli empi e la maggior parte della Gerarchia postconciliare. Lo si temeva già prima, ma oggi non vi è più possibilità di errore. Nolite arbitrari quia pacem venerim mittere in terram: non veni pacem mittere sed gladium. Più chiaro di così: Non pensate che sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma la spada: sono venuto infatti a dividere il figlio dal padre e la figlia dalla madre e la nuora dalla suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Conforta vedere con quale slancio ci sia chi affronta il rischio del carcere per impedire che sia oltraggiato il Suo Signore: Quando vi tradurranno dinanzi alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non vi preoccupate del modo di difendervi, né di ciò che dovete dire... E ancora: Chiunque mi riconoscerà davanti a gli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio. Ci pensino, sin che sono in tempo, coloro che con il loro silenzio rinnegano Gesù Cristo e non lo riconoscono.

Poi qualcuno si stanca. E nello sdegno per il colpevole silenzio della Gerarchia, gli occhi cadono su un’omelia in cui Monsignor Ignazio Sanna – punto com – non pare particolarmente offeso dalla pièce di Castellucci, e dovendo pagar tributo al secolo, cita le sue parole, tratte da un articolo apparso non sul Bollettino Diocesano, ma su Repubblica, che come ognun sa è uno dei quotidiani più cattolici in edicola. D’altra parte, è oltremodo difficile trovare citazioni edificanti su argomenti teologici o morali sui Novissimi o i Suffragi, per cui si deve ricorrere per forza ad autori profani, estrapolando le loro parole e addirittura capovolgendone il senso rispetto alla mens di chi le aveva scritte. Sua Eccellenza Sanna – punto com – non può far riferimento, in una predica per la Commemorazione dei Defunti, agli scritti dei Santi Padri? a quel che insegnano i Concili e il Magistero? Certo che no: quelli sono argomenti vecchi, ed oggi occorre far vedere di essere moderni, aggiornati, al passo coi tempi. E se chi ascoltava le sue parole capiva da dove erano prese, tanto meglio: il messaggio sarebbe stato recepito come più autorevole proprio perché sfrondato dal solito trito repertorio del Dies iræ.

Questo accadeva il 2 Novembre, quando lo spettacolo di Castellucci era già stato messo in scena a Roma. Quando né la Conferenza Episcopale né il Vicariato avevano ritenuto opportuno levar la voce. Poi, dopo lo scandalo in Francia, eccolo di nuovo in cartellone a Milano. Altri silenzi, tra cui quello di Mons. Sanna – punto com – che, proprio per la sua attenzione al Volto del Figlio di Dio avrebbe dovuto sentirsi chiamato in causa, per deplorare e condannare una simile bestemmia. Macchè: silenzio. Un silenzio rotto solo quando, dopo un articolo di Francesco Colafemmina, egli si è sentito diffamato ed offeso. Come osa questo Colafemmina ad offendere e diffamare nientemeno che Ignazio Sanna, per accidens Arcivescovo Metropolita di Oristano? Quale mancanza di rispetto anima questo laico, per puntare il dito contro Ignazio Sanna? Non sa Colafemmina che l’Arcivescovo ha «dovuto dare mandato al suo legale di difendere la sua persona e la sua reputazione»? Non quella del Sacro Pastore, del Successore degli Apostoli, del Difensore della Fede: quelle son questioni che non lo riguardano, così come non pare stargli molto a cuore Colui del quale egli è Ministro. Ma della sua reputazione, quella sì. La reputazione di Ignazio Sanna – punto com – che non esita a ricorrere al braccio secolare per mettere a tacere l’insolente, il perfido, il diffamatore. Ad metalla!

Non tace più, Eccellenza? Ora che si è ritenuto diffamato, solo ora, leva la voce? Ah certo, dimenticavamo: dopo esser stato chiamato in causa da Colafemmina, nel comunicato in cui annuncia la querela è riuscito ad infilare, en passant, una frasetta di circostanza: «l’Arcivescovo dichiara di condannare apertamente e decisamente ogni rappresentazione teatrale che oltraggi l’immagine di Gesù e ferisca la sensibilità dei fedeli». Ma se Ella condanna apertamente e decisamente, perché non l’ha fatto anche lo scorso 2 Novembre, quando non si peritava di citare Castellucci in un’omelia in cui viceversa ometteva ogni allusione a Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso, pescando a piene mani negli scritti di Rosenzweig, Pascal, Heidegger, Lutero? Non era il caso di precisare che Castellucci getta granate ed escrementi contro quel Volto? che Rosenzweig è un filosofo ebreo? che Heidegger era un nazista eretico? Che l’eresiarca Lutero è morto suicida dopo una notte di sfrenatezze? Già che c'era, poteva citare anche De Sade: una frasetta che facesse al caso Suo l’avrebbe potuta trovare anche nell’edificante Dialogo tra un prete e un moribondo.

E se non ha ritenuto di dar mandato al Suo legale per difendere Nostro Signore – che Ella si ostina a chiamare semplicemente Gesù, togliendoGli anche l’attributo di Cristo – cosa La spinge oggi alla querela? Forse il fatto che questa volta è Lei, Ignazio Sanna – punto com – che si è osato toccare con quello che il suo comunicato stampa definisce un attacco indecente? Lesa maestà! Quale orgoglio monstre, per un Vescovo del Postconcilio! Attacco indecente quello di Colafemmina? Se ci è consentito, siamo allo sprezzo del ridicolo.

E sì che Vostra Eccellenza non è stato gratificato dei lanci riservati da Castellucci a Gesù Cristo, ma solo di qualche riga di un cattolico esasperato e scandalizzato, verso il quale dovrebbe valere non solo l’attenuante della buona fede, ma anche l’esercizio della Carità. Ed Ella – teologo, filosofo e canonista – saprà certamente che, mentre possiamo e dobbiamo perdonare le offese rivolte nei nostri confronti, come insegna l’Aquinate, non possiamo e non dobbiamo perdonare e tollerare le offese contro Dio. Ma questa è la dottrina di quella Chiesa che il Concilio ha sepolto. A Vostra Eccellenza interessano Rosenzweig, Heidegger, Lutero.

La cristologia antropologica di p. Karl Rahner. Appunti di antropologia. L’uomo via fondamentale della Chiesa. Trattato di antropologia teologica. Dalla parte dell’uomo. La Chiesa e i valori umani. Teologia come esperienza di Dio. La prospettiva cristologica di Karl Rahner. L’antropologia cristiana tra modernità e postmodernità. L’identità aperta. Il cristiano e la questione antropologica. Li riconosce? sono tutti Suoi libri: antropologia, uomo. Di Cristo – del Cristo cattolico, non di quello di Rahner – nemmeno l’ombra.


Baronio

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