UNICUIQUE SUUM



You are (not) my shepherd. È il grido di ribellione che appare sul grande schermo, sovrapposto all'immagine del Volto di Cristo di Antonello da Messina. Tu (non) sei il mio pastore. Con quelle parentesi in cui si svela l'ipocrisia più fastidiosa dello spettacolo di Romeo Castellucci, incapace di assumersi il ruolo di reprobo tout court. Fa parte di quella scelesta turba che schiamazza Regnare Christum nolumus, ma con riserva. Tra parentesi. Così in alcune versioni estere si vedono dei bambini che scagliano delle granate contro quel Cristo inerme, mentre a Parigi l'empito sacrilego deve fare i conti con le proteste dei Cattolici, e la performance prudentemente si modera, giusto per non dare troppi argomenti agli integralisti, prontamente sbeffeggiati dall'opinione pubblica. E come ci sono Cattolici pavidi – anche mitrati – che tacciono dinanzi alla bestemmia, così ci sono bestemmiatori pavidi che la dicono e non la dicono, che camuffano, che la usano per far scalpore, ma poi la annacquano – ammesso che si possa annacquare una bestemmia – per non esser presi a secchiate di letame dai lefebvriani.

Tu non sei il mio pastore. Queste empie parole richiamano quelle del Divin Maestro: Ego sum pastor bonus (Giov. X, 11). Si prenda nota per il Giorno del Giudizio: Romeo Castellucci, a sinistra. Poi avrà modo di vomitar bestemmie per l'eternità, ben lontano da quel Nazareno che tanto detesta.

D'altra parte, con questa Gerarchia eunuca e questi cattolici lobotomizzati dal Concilio in poi, si fa presto a farsi una nomea di libero pensatore o di artista provocatore che difende la libertà di espressione. Guarda caso non si tocca né la Sinagoga né la Moschea, la prima per il riverenziale timore che circonda l'Olocausto a solo vantaggio dei sopravissuti, la seconda per la scarsa propensione al dialogo dimostrata a più riprese dai figli della Mezzaluna. I quali, beati loro, non hanno avuto un deprecato Concilio che ne stravolgesse il credo e la morale, e credono ancor oggi che la loro sia l'unica vera religione. Così come ne sono persuasi, forse più elitariamente, anche quei fratelli maggiori, per i quali soltanto si schiude ad accoglierli il seno di Abramo. Così Ebrei e Mussulmani si godono un paradiso senza scomodi intrusi di altre fedi, mentre i bagarini del paradiso cattolico svendono biglietti di platea e palchi di primo rango a quelli che la dottrina comune spediva tra le fauci di Lucifero. Avanti, c'è posto. Il Circo Woityla ha aggiunto al variopinto repertorio di ex scismatici, ex eretici, ex idolatri ed ex deicidi anche un numero di equilibrismo per ex animisti. Ora in cartellone propongono la Cattedra dei Gentili: un'altra prova da saltimbanchi con doppio salto mortale. I nani e le ballerine, che pure avevano avuto il loro momento di gloria con il domatore e coreuta liturgico Piero Marini, oggi sono in aspettativa. In questo desolante panorama attaccare i Cattolici è talmente facile, che quasi quasi non c'è più gusto.

Va detto che questa presunta arte non si smentisce mai, e che gli autori si cimentano con feci e urina con la perizia con cui Caravaggio usava i colori sulla tela, o Cellini i metalli preziosi. Ognuno, d'altra parte, maneggia ciò per cui è portato: lasciamo le deiezioni agli amanti del genere, convinti che si tratti di arte e non di una patologia psichiatrica. Unicuique suum. Ma ci sia almeno consentito provare schifo e disgusto per uno spettacolo in cui gli escrementi finiscono per essere la cifra distintiva e il marchio del presunto genio creativo di Castellucci, il quale trova un epigono altrettanto sacrilego in Andres Serrano e nelle sue rivoltanti creazioni urinarie. Uno degno dell'altro, non c'è che dire, ed entrambi compendiati e risucchiati nella cloaca da Rodrigo Garcia, in cui ricorre ancora una volta il leit motif dell'elemento scattologico. Che bella gara di civiltà! Che gloriosa eredità di cultura da tramandare ai posteri! Che fulgido esempio per le generazioni future! Se si pensa che queste provocazioni sono parto – anzi, aborto – di italiani e spagnoli, e che tutta l'Europa cristiana si contende le loro opere, c'è da chiedersi in quali famiglie siano scresciuti costoro; in quali scuole abbiano studiato l'amore per il sapere, il rispetto per il Bello; chi siano stati i loro maestri, i loro educatori, i loro mentori. E come mai, nei passati decenni, nessun pastore d'anime abbia mai ritenuto doveroso lanciare un allarme sugli inquietanti segnali dell'imminente rovina. Andava tutto bene, e ci si beava delle messe yé yé, in cui vecchi preti ignoranti e démodé prostituivano la Religione e contaminavano il culto di Dio pur di raccattare i giovani, dai quali erano sempre e comunque considerati con disprezzo e commiserazione. Pifferai magici muniti di chitarre, di ciarpame ideologico, prime vittime di quei meschini tentativi di aggiornamento.
 
Sulle rovine della Civiltà Cristiana si sono edificati dei postriboli e dei letamai. Et pour cause: quella Marianna col cappello frigio che doveva rappresentare l'ideale rivoluzionario era una bagascia, perfetta rappresentante di principii tanto abbietti, e deliberato contraltare della Pulzella d'Orléans. L'apostasia delle Nazioni: esito di una politica di compromessi e di mediazioni a tutto vantaggio dei manipolatori di escrementi, reali e metaforici. È fisiologico che chi ha tanta dimestichezza con la fogna si senta così alieno dal Vero e dal Bene, che lo rifiuti, che lo disprezzi, che lo oltraggi.
 
Qualcuno, con l'idiota e colpevole ingenuità degli irresponsabili, credeva che il disprezzo verso chi professa il credo cattolico non sarebbe giunto a bestemmiare la Madonna e Iddio stesso. Offesa e vilipesa la Vergine (ancora all'epoca di Je vous saloue Marie di Godard, negli anni Ottanta, ma ancora prima con Mistero buffo di Dario Fo), sperava che si risparmiasse almeno Gesù Cristo. Bestemmiato anche Nostro Signore (a partire da L'ultima tentazione di Cristo di Scorsese del 1988), costoro immaginano ora che ci si fermi almeno dinanzi al vago concetto della Divinità, condiviso pure dai non Cristiani. Macché: il sabba ecumenico aveva dimenticato gli esponenti delle sette sataniche, che a quanto pare reclamano pari diritti di qualsiasi altra religione. E se la liturgia cattolica si permette di insultare quel povero diavolo di Satana con appellativi quali immondissimo spirito, perché la liturgia satanica non dovrebbe fare altrettanto con l'odiato nemico? Le anime belle del postconcilio adesso trasecolano per le campagne denigratorie contro la Chiesa: ma chi ha iniziato quelle campagne, se non quel santo subito che nel delirio di onnipotenza mediatica precedente l'alzeimer si profondeva in grotteschi mea culpa sulle vere o presunte atrocità delle Crociate e dell'Inquisizione?
 
Ci si scandalizza per uno spettacolo irriverente e blasfemo, dimenticando che Sul concetto del volto del Figlio di Dio è stato messo in scena a Roma già la scorsa stagione, e che è in tournée in molte altre città, dopo Milano. Un Comitato risponde con un appello alla protesta speriamo non sia destinato all'insuccesso, non fosse che per la modestia dell'apparato organizzativo e dei mezzi di sensibilizzazione. E forse questo non è tra gli spettacoli più blasfemi che vanno moltiplicandosi di giorno in giorno e che presto arriveranno in Italia, dopo Spagna e Francia. Perché meno blasfemo di altri? Perché, con il procedere astuto che ne svela la matrice e la mente perversa, l'opera di Castellucci insinua sì concetti blasfemi, ma si presta ad interpretazioni diverse; e in talune circostanze ricorre a scene che poi altrove ipocritamente tralascia, avendo comunque ottenuto il successo mediatico già dalle performances precedenti. Rimane l'intento dichiarato dallo stesso autore: prescindere dalla Divinità di Cristo che gli riconosce la Religione, per guardare a Lui come semplice uomo, dinanzi al Quale si ribella l'umanità stessa, oppressa dal confronto con le miserie della malattia e della vecchiaia. Un vecchio incontinente, coperto di deiezioni, è la pietra dello scandalo per il figlio in crisi. Prendere nota per gli anni a venire: passare dal vecchio Castellucci e fargli assaporare dal vivo il brivido scatologico in cui oggi si cimenta nella finzione.
 
Ben di peggio avvenne nel corso della Biennale di Venezia di alcuni anni fa, quando andò in scena una parodia orgiastica dell'Ultima Cena. Ma l'allora Patriarca Scola tacque, ancorché si fossero levate voci scandalizzate anche da parte della Comunità Israelitica, dei Luterani e degli Islamici. E si scoprì che uno dei palazzi veneziani di proprietà della Compagnia delle Opere era stato affittato alla Biennale, palesando un equivoco conflitto di interessi in cui difficilmente la Curia avrebbe potuto attaccare coloro ai quali aveva messo a disposizione, pro pretio, e mezzi e spazi. Ora quell'Eminentissimo governa il gregge ambrosiano, e dovrebbe levar la voce per censurare una pièce teatrale che è ben meno blasfema di quella che pure lasciò andar in scena a Venezia? Da manager e politico – visto che in questi termini egli esplica il proprio munus di Pastore – valuterà le conseguenze economiche e diplomatiche di un suo intervento. Se questo consoliderà il suo potere a Milano e i suoi sostenitori a Roma, probabilmente farà uscire un breve comunicato della Curia, con cui deplorerà ed auspicherà. Parole da usare: radici cristiane, tolleranza, dialogo, rispetto, solidarietà, diritti umani, libertà di espressione. Parole da evitare: sacrilegio, bestemmia, oltraggio, vilipendio, collera divina, riparazione pubblica. Viceversa, se Scola riterrà inutile pronunciarsi – soprattutto laddove il Vicariato non si sia fatto sentire all'epoca della messa in scena romana – egli potrà in buona coscienza tacere. Lo so bene, caro amico: viviamo in tempi terribili! Ma in questi casi è più prudente tacere, per non dar enfasi a questo spettacolo, e lasciare che tutto finisca il prima possibile e con la minore eco sulla stampa. Proprio il modo di procedere di Nostro Signore, dei Martiri, dei Padri della Chiesa e di quel Sant'Ambrogio che non si chiedeva certo se la distruzione dei templi pagani e il rovesciamento degli idoli fossero politicamente opportuni e favorissero la sua carriera.
 
Viviamo in un mondo in cui la Chiesa di Roma ha abdicato al ruolo di maestra delle genti. Anzi: possiamo dire che la responsabilità ultima di questa ribellione a Dio e a Nostro Signore è proprio di quegli impostori che, in Roma, hanno deposto la tiara papale e con essa hanno tolto la corona a Cristo Re. Quei fanatici del dialogo a tutti i costi, che osarono chiamare profeti di sventura quanti vedono oggi avverarsi – nel modo più crudo e coerente – i foschi presagi che allora si potevano intuire. Quei pavidi intrisi di invidie piccolo borghesi, tanto lesti a rottamare la vecchia Chiesa, quanto pronti a tener discorsi nel sinedrio della nuova religione mondiale, farneticando di libertà, uguaglianza e fraternità. Quei fautori dell'indifferentismo religioso che, dopo aver lasciato sgozzar polli sugli altari e adorar idoli sui tabernacoli, dopo aver baciato Corani e ricevuto il marchio di Shiva in fronte, si scusavano quasi di dover concludere quelle indecorose ammucchiate recitando la particina che il Prefetto del Sant'Uffizio aveva fatto mandare a memoria per non cadere illico et immeditate nella sede vacante. Quei traditori che, nelle più alte sfere della Curia, maneggiavano per far togliere la Religione di Stato dalle Costituzioni delle Nazioni, in nome della Dignitatis humanæ e del laicismo.
 
Oggi che il secolo applica alla lettera quel laicismo, dopo aver ceduto talora obtorto collo ai moniti dei Nunzi e alle raccomandazioni delle Conferenze Episcopali, ecco levarsi timida e titubante qualche testa mitrata, per richiamare le radici cristiane dell'Europa. Ma che albero è quello che, affondando le radici nei secoli rinnegati dalla stessa Chiesa romana, dovrebbe oggi fiorire nella società civile, dopo esser stato colpito alla base dalla mannaia conciliare? A quali radici si riferiscono costoro, se le fronde robuste e rigogliose di quell'albero sono state segate impietosamente dagli artefici di un'assise che ha fornito le basi ideologiche per dare nuova linfa all'apostasia odierna? E vorremmo quasi dire: come osano, tutti questi timidi revisionisti della débâcle conciliare, chieder rispetto per quell'immagine di Cristo, che essi per primi hanno umiliato al rango dei più disprezzabili idoli ad Assisi?
 
Da qualche anno è diventato di moda, negli ambienti più moderati, parlare di ermeneutica della continuità, contro la ermeneutica della rottura che viceversa andava di moda negli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Un'opera invero assai ardua: dimostrare che i deliberati equivoci pastorali, le volontarie omissioni dottrinali, le penose notæ præviæ e le mostruosità della riforma liturgica – per tacere del resto – sarebbero in perfetta armonia con il Magistero della Chiesa Cattolica precedente al Concilio. Ma chi propone una soluzione di questo genere o si limita ad una mera petizione di principio senza pratiche possibilità di realizzazione (non fosse che in ossequio al principio di non contraddizione); oppure, pur identificando la sintomatologia dell'augusta paziente, dimostra di non aver chiara la patologia e di non poter quindi formulare una diagnosi né adottare una terapia idonea. La vegliarda tossisce: è una tosse passeggera. Un po' di riposo e si riprenderà. In realtà la poveretta ha un cancro e muore lentamente. Finché non si dirà a chiare lettere che l'ideologia conciliare è il cancro della Chiesa, nessun rimedio potrà mai essere efficace. E non vi è alcuna continuità tra salute e malattia, se non nel fatto che la persona oggi moribonda, è la stessa che fino a ieri era sana e vigorosa. Continuità del soggetto, rottura dello stato di salute.
 
Contro questi scandali che gridano vendetta a Dio e che attirano la collera divina su questa società empia e ribelle, la protesta dei buoni è giusta e lodevole, e dev'esserci. Non è un caso se l'iniziativa è partita da quella parte di fedeli e sacerdoti che, facendo riferimento alla Fraternità San Pio X, è de facto e in re ipsa ben conscia della cancrena che sta uccidendo la Chiesa dal suo interno. Ma si tratta di una parte minima, che non rappresenta né la Gerarchia né l'élite intellettuale cattolica. 

La Storia ci sta impartendo in questi anni la sua lezione più severa: quanto possa essere invivibile, odioso, empio, detestabile, folle, disonesto, infido, ipocrita, inumano, crudele, violento e tirannico il mondo in cui i popoli e le Nazioni si sono ribellati alla santa Legge di Dio. Ma i singoli, almeno, hanno la via di fuga della morte, che abbrevia queste pene e permette di sperare nella gloria futura. Invece all'inferno i principi rivoluzionari, massonici, conciliari ed ecumenici tormenteranno i dannati per l'eternità. You are (not) my shepherd. Eccovi serviti.

Baronio

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