ERETICI INFORMALI

Scomuniche private e pubbliche eresie

Lo scorso 29 novembre, L’Osservatore Romano ha pubblicato un articolo di Mons. Gerhard Ludwig Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, dal titolo “Un’immagine della Chiesa di Gesù Cristo che abbraccia tutto il mondo”. In questo articolo egli afferma: “esiste purtroppo una interpretazione eretica, vale a dire l’ermeneutica della rottura, sia sul versante progressista, sia su quello tradizionalista. Entrambi sono accomunati dal rifiuto del Concilio; i progressisti nel volerlo lasciare dietro sé, come fosse solo una stagione da abbandonare per approdare ad un’altra Chiesa; i tradizionalisti nel non volervi arrivare”. Si veda l'esemplare articolo di Arnaldo Xavier da Silveira. 



E' significativo che il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede esprima un giudizio informale di eresia nei confronti della interpretazione del Vaticano II, il quale è responsabile a sua volta, ed in maniera altrettanto "informale" delle deviazioni che ne seguirono.

A nostro avviso non compiono un atto eretico quanti, adeguandosi al suo insegnamento, lo considerano una rottura rispetto al Magistero cattolico, siano essi progressisti o tradizionalisti. Entrambi infatti si limitano ad applicare ad esso un giudizio basato anzitutto su buon senso: i primi per legittimare la propria eresia formale, i secondi per non aderirvi. 

In generale un Concilio non può essere rifiutato da un Cattolico. Ma in punta di diritto è altrettanto inconcepibile ignorare molti degli abusi che si sono perpetrati in esso per arrivare alla formulazione equivoca di alcuni documenti, così come è inconcepibile accettare delle proposizioni che contraddicono apertamente i Concili ed il Magistero precedente. Ma anche senza andare a cercare le singole proposizioni palesemente anfibologiche (come direbbe Amerio), è il tono generale dei documenti conciliari che appare manifestamente diverso rispetto ai Canoni e alle Definizioni di tutti gli altri Concili Cattolici. Ed è un hapax che contraddice la missione stessa della Chiesa indire qualcosa che si presenta come un Concilio ma che, per stessa ammissioni di chi la indice, non vuole avere il valore vincolante di un vero e proprio Concilio. 
Ehi ragazzi, siamo tutti riuniti a Roma, Papa e Vescovi, e tra poco pubblichiamo anche una serie di documenti solenni, ma non vogliamo condannare nessuno, per carità, questa è solo una cosetta pastorale, non vi preoccupate. Nessun canone, nessuna scomunica, nessun dogma. Però lo chiamiamo lo stesso Concilio Ecumenico Vaticano II, anche se non ha niente a che vedere con un normale Concilio. 
C'è da chiedersi se ci considerino imbecilli. Se si chiede obbedienza ad un atto del Magistero, bisogna anzitutto che quello a cui si deve obbedire sia un atto del Magistero, dotato di tutti i requisiti che lo rendono tale. Non si può depotenziare un'assise di Vescovi riuniti attorno al Papa, affermando che non si vuole condannare nessuno, e poi pretendere obbedienza cieca, pronta e assoluta solo perché ci si appioppa su l'etichetta Concilio Ecumenico.

Non prendiamoci in giro: se si fossero sottoposti i testi del Vaticano II al Sant'Ufficio nel 1570, nel 1730, nel 1860 o nel 1950, essi sarebbero stati giudicati unanimemente come eretici o quantomeno gravemente equivoci. Stiracchiare il senso di quei documenti dopo che sono stati promulgati con l'intento opposto significa prescindere e stravolgere la mens (uno degli elementi integranti nella promulgazione di un atto legale e canonico) del legislatore.  

Ovviamente anche la condanna giunge informale, come informale è l'asserzione secondo cui quel coacervo di equivoci intrisi di modernismo sia espressione del Magistero infallibile. Né potrebbe essere altrimenti: la Congregazione per la Dottrina della Fede è un Dicastero della Chiesa, e come tale i suoi pronunciamenti ufficiali, approvati dal Romano Pontefice con l'intenzione di impartire un insegnamento magisteriale, sono infallibili. Le opinioni private di un ecclesiastico sul giornale del Vaticano sono invece prive di qualsiasi forza legale, e lo sa bene anzitutto Mons. Gerhard Ludwig Müller. Giustamente Arnaldo Xavier da Silveira scrive: 
La condanna di Mons. Müller è espressa in termini generici e sintetici. Data l’importanza della materia, le persone che ne sono colpite hanno il diritto di chiedere che siano esplicitate la portata e le conseguenze teologiche, canoniche e pratiche dell’anatema, anche solo in sede theoretica, se esso fosse valido. 
Cade però nella trappola che gli è stata tesa: accetta di confrontarsi  e di discutere genericamente di questioni che verranno affrontate da parte della Curia Romana solo ed esclusivamente in modo generico e fuori dalla sede opportuna. Tant'è vero che i colloqui dottrinali con la Fraternità San Pio X, che si sono tenuti nella sede idonea, non approdano da nessuna parte, proprio in ragione della volontà deliberata della Curia stessa che dovrebbe contraddire cinquant'anni di disinvolta correità con i novatori, se non di vero e proprio patrocinio. 

E se si scomodano a prender la penna per scrivere sull'Osservatore, e arrivano addirittura a concedere che vi siano stati eccessi in senso modernista, non è per condannare i modernisti, ma per limitare i danni che essi potrebbero riportare se solo si traessero le debite e logiche deduzioni da un discorso tanto ovvio quanto gravido di conseguenze per la loro credibilità. 
Sì, è vero: ci sono stati tanti abusi, tante interpretazioni errate, anche eresie, ma adesso non esagerate: il Concilio non si tocca, altrimenti diventate eretici anche voi. 
In altri tempi ci avrebbero ignorato, con la spocchia di chi si presume superiore e inattaccabile. Se oggi reagiscono, è perché si sono accorti che l'operazione di brainwashing condotta da decenni non ha reso ottusi proprio tutti.

Siamo ai rudimenti della strategia militare e politica: quando l'esercito nemico è accerchiato e sta per essere sconfitto rovinosamente, entrano in gioco gli ambasciatori per negoziare con il vincitore condizioni di pace che consentano di salvare il più possibile le posizioni acquisite. 

Lo fece anche Plutarco Calles nel 1929, quando i Cristeros avevano praticamente vinto la loro Crociata contro le persecuzioni anticattoliche della massoneria: scese a compromessi con il Nunzio Apostolico, promise l'amnistia per i rivoltosi, garantì alla Chiesa che avrebbe potuto ottenere alcune libertà nell'esercizio del suo ministero. Ma appena i Cristeros deposero le armi, per obbedienza al Papa, Calles ne fece massacrare 6.000 in pochi giorni, violò gli accordi e la persecuzione proseguì fino al 1940. 

Guardiamo il caso del Motu Proprio. Il Papa ha dato disposizioni chiare e inequivocabili affinché la Messa Romana abbia pieno diritto di essere celebrata, e che piccoli gruppi di fedeli possano richiederla al proprio Parroco. Quanti hanno effettivamente applicato alla lettera queste disposizioni? Non hanno piuttosto preferito concedere una sola chiesa per Diocesi in cui confinare, come in una riserva di caccia o in un centro psichiatrico, i cosiddetti tradizionalisti? Hanno limitato i danni, cercando un compromesso che non diffondesse a macchia d'olio la celebrazione del rito straordinario. E se ancor oggi un fedele chiede al proprio Parroco di celebrare la Messa tridentina, viene spedito nella chiesa destinata dal Vescovo ai nostalgici, dove sono identificati, controllati e in certi casi anche schedati. Sarà facile, passata questa transizione che i novatori auspicano breve e limitata a questo Pontificato, chiudere la chiesa e mandare a quel paese i tradizionalisti. 

Lungi da noi paragonare il Prefetto del Sant'Uffizio all'empio Presidente messicano. Ma non si perda di vista la strategia impiegata in quello ed altri innumerevoli casi. I modernisti temono di perdere potere, e sono disposti a cedere qualcosa, ma non a ritirarsi e a dichiararsi sconfitti. Possono lasciar cadere sul campo i più esagitati tra i loro esponenti, ma non potranno mai perdere la cittadella conciliare, da cui continuano a combattere. Non ammetteranno mai che l'origine e la causa della crisi odierna sia il Concilio Vaticano II, perché questo rappresenterebbe la loro fine, quantomeno in seno alla Chiesa di Roma. 


Arnaldo Zavier da Silveira afferma:
...è alquanto inquietante per il fedele comune, e inaccettabile per un pensatore cattolico, il fatto che Mons. Müller pretenda che nel Vaticano II non possa esserci alcuna deviazione dottrinale.
Mons. Müller arriva a questa conclusione in modo tortuoso: egli sostiene che, siccome il Vaticano II fa parte del Magistero, il suo insegnamento è quindi infallibile, e che quindi anche le eventuali deviazioni dottrinali o le sentenze poco chiare che una persona di buon senso vi individua sono per ciò stesso da ritenersi come ortodosse. Il sillogismo parte da una premessa erronea: che questo Concilio sia effettivamente un atto del Magistero. Eminenti teologi e studiosi hanno dimostrato che così non fu, per cui anche l'infallibilità viene meno, e con essa l'accusa di eresia per chi la nega.

Il Vaticano II si dichiarò pastorale per far passare delle tesi al limite dell'ortodossia e vincere le resistenze dei Vescovi cattolici (i famosi profeti di sventura), e a cose fatte si definì il Concilio per dare autorevolezza proprio a quelle tesi e intimidire quello stesso Episcopato e i fedeli, in nome di un'autorità acquisita che, se fosse stata dichiarata sin dall'inizio, avrebbe incontrato ben altra fermezza. Anche in altri casi abbiamo assistito ad una tattica simile: si deroga alla norma in nome di una situazione particolare e contingente, per poi considerarla come un precedente ed estenderla definitivamente a tutta la Chiesa (si veda il caso della Comunione in mano, dell'uso del volgare nella Messa, della sparizione della veste talare ecc.). L'esperienza di questi decenni ha insegnato che, sotto le parvenze di questi presunti gesti di carità verso il secolo si nascondevano intenti ostili alla Chiesa stessa, colpita nel suo culto, nella sua missione e nella sua Fede.

Giustamente l'estensore dell'articolo prosegue:
Le grandi opere teologiche, specialmente dell’età d’argento della scolastica, insegnano che nei pronunciamenti papali e conciliari non garantiti dall’infallibilità possono esserci errori e perfino eresie.
Si veda ad esempio il Conciliabolo di Pistoia: quale ermeneutica della continuità si  sarebbe dovuta cercare in quella congerie di eresie? Sarebbe stato eretico il fedele che avesse rifiutato di prestare il proprio assenso ai suoi errori? Era forse eretico Sant'Atansio, quando in piena crisi ariana resistette a Papa Liberio? Fu eretico San Lucifero, Vescovo di Cagliari, che si oppose alla condanna di Sant'Atanasio al Concilio di Milano (355) e per questo fu condannato all'esilio dall'Imperatore Costanzo II?

Se ho una bottiglia di Barolo e una di sciacquatura di piatti, cambiare l'etichetta non rende sciacquatura il Barolo, né Barolo la sciacquatura. Il Vaticano II non era Barolo, e non voleva esserlo. Dichiararlo tale ex post è un'operazione fraudolenta che, per salvare la faccia dei suoi artefici, mette in pericolo la salvezza delle anime e getta un'ombra sinistra sull'onestà morale e intellettuale di molti, troppi ecclesiastici.  

Commenti

Posta un commento