Obbiettivo nominale e obbiettivo effettivo della rivoluzione conciliare


Il filosofo brasiliano Olavo de Carvalho ha formulato, in ambito politico, un pensiero illuminante, di rara chiarezza, e che riteniamo possa applicarsi alla perfezione ad una analisi della crisi conciliare.

Olavo de Carvalho

Nel suo articolo Pensando come i rivoluzionari (testo originale - testo tradotto) dello scorso 27 Dicembre 2012, egli scrive:

La tecnica della “soluzione aggravante” [...] è una delle costanti storiche più salienti del movimento rivoluzionario. I casi sono così tanti e così evidenti che arriva ad essere spaventosa l’ingenuità con la quale liberali e conservatori continuano a discutere (e non raramente ad accettare) le proposte sociali sinistriste sul significato letterale dei loro obiettivi proclamati, senza rendersi conto dell’astuto meccanismo generatore di crisi di cui esse sono sempre imbevute. 
La difficoltà, a questo proposito, proviene dallo scarto tra la mentalità scientifico-positivista che domina nella pratica del capitalismo e la visione storico-dialettica che orienta il movimento rivoluzionario. La prima segue una logica lineare nella quale, definito un obiettivo, i mezzi si concatenano razionalmente per produrre un effetto che, una volta raggiunto, può venir valutato in termini di successo o fallimento. La logica rivoluzionaria opera sempre con obiettivi simultanei e antagonisti, uno dichiarato e provvisorio, l’altro implicito e costante. Il primo è la soluzione di un qualche problema sociale o di una qualche crisi. Il secondo è la disorganizzazione sistematica della società e l’aumento di potere del gruppo rivoluzionario. Tra il problema indicato e la soluzione proposta c’è sempre un non sequitur, uno iato logico, camuffato sotto un intenso appello emotivo. Ma tra i mezzi adottati e il vero obiettivo la connessione è sempre di una logica perfetta, inesorabile. Il problema ne esce sempre intatto o aggravato. Il movimento rivoluzionario ne esce fortificato.

Se al posto di rivoluzionario noi leggessimo conciliare potremmo trovare una chiave di lettura degli eventi storici del recente passato della Chiesa.

Come abbiamo avuto più volte occasione di scrivere, e come ben più autorevoli Ecclesiastici e studiosi hanno ampiamente documentato, è innegabile che il Concilio Vaticano II rappresenti il 1789 (Rivoluzione Francese) o il 1917 (Rivoluzione d'Ottobre) del Cattolicesimo.

Così, prendendo spunto dall'acutissima analisi di Carvalho, siamo in grado di applicare i metodi rivoluzionari della sinistra anche al Concilio e postconcilio, identificando obiettivi nominali ed obiettivi effettivi. 


  • Obiettivo nominaleaprirsi al mondo per meglio annunciare Cristo all'uomo moderno. 
  • Mezzo adottatoabbandono della fedeltà al Depositum fidei e negazione duemila anni di Magistero, facendo proprie le istanze del progressismo (ecumenismo, liberalismo, laicità dello Stato ecc.)
  • Risultato ottenutouna crisi devastante per la Chiesa, a tutti i livelli. 
  • Obiettivo effettivo (passaggio alla tappa seguente): prendere atto dello sfacelo ed assimilare definitivamente la dottrina modernista, rendendo irrevocabile il ritorno alla ortodossia cattolica. 

Applichiamo questo criterio alla riforma liturgica, agli studj biblici, alla morale cattolica, al dialogo ecumenico, all'educazione dei chierici, all'abito ecclesiastico, all'architettura sacra e, volendo, anche al Motu Proprio e al dialogo con la Fraternità.

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