La grande truffa del Sinodo


Democrazia e rivoluzione

La rivoluzione si è sempre servita della democrazia per imporre con il dolo la propria volontà. Ciò che essa rimproverava ai tiranni - ossia ai Sovrani che, in forza della loro autorità avevano la potestà di comandare e di farsi obbedire in modo chiaro e trasparente - lo ottiene subdolamente, proprio nel momento in cui simula di affidare alla maggioranza l'esercizio del voto. 

La democrazia nella Chiesa

Non diversamente si comporta la setta conciliare, che ha fatto proprio un concetto democratico alieno alla natura della Chiesa Cattolica, che è viceversa una monarchia imperiale in cui il potere è esercitato tramite una struttura rigidamente gerarchica: il Pontefice governa in modo assoluto su tutta la Chiesa, i Vescovi governano sulle proprie Diocesi, gli Abati sul proprio Monastero ecc. 

Con il Concilio Vaticano II si è progressivamente introdotto il concetto di collegialità, secondo il quale l'esercizio del potere dovrebbe essere demandato in tutto o in parte ad organi assembleari: le Conferenze Episcopali, il Sinodo dei Vescovi, le Commissioni Conciliari ecc. In teoria, al di sopra di tutti rimane comunque il Romano Pontefice, il quale nondimeno ha via via abdicato ad alcune proprie prerogative, prima consentendo a queste assemblee di esprimere un proprio voto con valore consultivo, poi lasciando che certe decisioni fossero assunte direttamente e limitandosi a ratificarle. Recentemente questa visione democratizzante si è estesa, ipotizzando una condivisione della potestà apostolica del Papa con un collegio di Cardinali, al punto da prospettare un'entità collegiale rivestita di autorità papale. Lo stesso Concilio ha teorizzato questa collegialità, introducendo come soggetto del Primato Petrino, accanto al Pontefice, il Collegio Episcopale: entità sconosciuta alla dottrina sino al Vaticano II. La stessa nomina del Presidente delle Conferenze Episcopali è divenuta appannaggio dei membri delle stesse, anche di quella italiana, che sino al precedente Pontificato era riservata al Papa stesso in quanto Primate d'Italia e Vescovo di Roma.

La democratizzazione della Chiesa ha seguito pedissequamente le orme degli Stati, accogliendo il postulato secondo cui il governo di tipo parlamentare sia di per sé preferibile all'esercizio del potere assoluto. Che questo contraddica l'istituzione divina, non sembra essere argomento valido per i novatori, nelle cui schiere possiamo annoverare senza tema di smentita alcuna tutti i Papi da Giovanni XXIII al regnante Francesco. 

Questo sistema può avere una sua legittimità in ambiti ben determinati, ma comporta da un lato il rischio di essere facilmente manovrabile, dall'altro implica una diminutio dell'autorità papale che né il Papa né tantomeno un'assemblea possono modificare. Il Papa è e rimane, per diritto divino, l'unico capo della Chiesa, al quale Cristo ha promesso una specialissima assistenza, senza estenderla a terzi. 

L'indebolimento del Papato

Ora è evidente che l'introduzione di forme parlamentari è stata voluta con lo scopo preciso di sminuire l'autorità del Vescovo di Roma, presentandolo come un primus inter pares ed accordandogli un mero primato d'onore, mentre le spoglie del primato di giurisdizione vengono divise tra nuovi soggetti. 

La recente abdicazione di Benedetto XVI non ha certo rafforzato il Pontificato: rinunziando al Soglio, egli si è comportato al pari del presidente di un Consiglio d'Amministrazione il quale, raggiunta una certa età, si dimette e cede il comando dell'azienda ad un collega più giovane, conservando al massimo una funzione marginale senza alcun potere. Egli, mantenendo il nome e le insegne, ha affiancato al successore un se stesso dimidiatus, una figura incombente all'interno delle stesse Mura Vaticane che ogni tanto appare a qualche cerimonia ufficiale. Lo stesso Bergoglio, in una delle sue molteplici uscite estemporanee, ha pacificamente ammesso di poter egli stesso diventare Papa Emerito, così da aver tre Papi contemporaneamente. Inutile dire che, al di là dei distinguo e dei cavilli canonici, dinanzi ai fedeli e al mondo la figura del Santo Padre si è sdoppiata e forse si triplicherà, compromettendo irreparabilmente quel riferimento unico al Vicario di Cristo. Se infatti questa potestà può venir meno a piacimento, e non è viceversa un'investitura che viene dall'alto, che conferisce speciali grazie e a cui non ci si può sottrarre, l'investitura stessa ne è pregiudicata, perché passa dalle mani di Dio a quelle di colui che ne è investito. Un modo come un altro, in fin dei conto, per colpire al cuore il Papato nella sua dimensione trascendente e renderlo una funzione umana.   

Sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale

In questa nuova Chiesa democratica, anche il ruolo dei laici è stato enfatizzato oltre misura con l'equivoco del sacerdozio comune dei fedeli ricevuto con il Battesimo, letto in chiave protestante ed utilizzato come elemento destabilizzante del Sacerdozio ministeriale e gerarchico ricevuto con gli Ordini Sacri. 

Non a caso la liturgia riformata ha eliminato nei riti le differenze e le separazioni tra Clero e laici, ad esempio facendo recitare al celebrante il Confiteor insieme ai fedeli, o permettendo ai laici di svolgere mansioni che sino ad allora erano riservate ai chierici in sacris, o abolendo la balaustra tra presbiterio e aula della chiesa. Ma anche imponendo, nell'amministrazione della Parrocchia, la presenza del Consiglio parrocchiale, le cui deliberazioni vengono prese quasi sempre in aperto contrasto con il Parroco. Lo stesso dicasi per i Consigli presbiterali, che nelle Diocesi votano e decidono con o senza il placet del Vescovo, il quale per pavidità o per quieto vivere si adegua ai diktat dei propri chierici. Un sovvertimento del concetto di autorità che, nato in ambito civile per scardinare l'obbedienza ai Re cattolici, si è esteso alla Chiesa per rovesciare la Sacra Gerarchia. Se d'altra parte Cristo non può regnare sulle società civili ed è da esse bandito e proscritto in nome del tanto decantato laicismo, per quale ragione i fedeli dovrebbero riconoscerlo come Re della nuova chiesa conciliare, che relega la Croce e il tabernacolo in un angolo, adottando un culto di matrice antropocentrica?  

La volontà della maggioranza

La costante di tutte queste forme assembleari di governo è che viene a mancare un soggetto unico, un responsabile morale, nelle bene e nel male, delle decisioni prese. Vi è solo una fantomatica maggioranza, che guarda caso legifera e decide sempre e solo in un'unica direzione: quella progressista. La volontà popolare della Rivoluzione Francese, gli Stati Generali. 

Va fatto notare nondimeno che questa presunta volontà della maggioranza è soggetta ad esser influenzata in vari modi, cosa in cui eccelle la minoranza che manovra le votazioni e le deliberazioni di ogni organo collegiale. In pratica, le decisioni sono prese al di fuori dell'assemblea ed imposte al voto della maggioranza con una serie di artifizi che possono essere smascherati facilmente, dal momento che sono esattamente gli stessi che adottarono sin dal principio i rivoluzionari nel governo della cosa pubblica, degli atenei, dei partiti e delle associazioni. Lo ha riconosciuto anche Benedetto XVI, riferendosi allo sdoppiamento tra sinodo reale e sinodo virtuale, quest’ultimo costruito dai media con la sistematica enfatizzazione delle cose care allo spirito del tempo. Andrebbe precisato che i media vengono imbeccati dalla solita lobby progressista, tanto al Concilio quanto al Sinodo.  

Il Concilio promulgò una serie di documenti magisteriali e di atti ufficiali che nulla avevano a che vedere con gli schemi preparatori delle Sacre Congregazioni ed in particolare del Sant'Uffizio con l'approvazione dal Papa, grazie ad interventi organizzati e pianificati nel corso delle varie sessioni. Si iniziò col mettere ai voti gli schemi preparatori, per poi farne approvare dall'assemblea dei Padri Conciliari altri predisposti dalla lobby progressista, imponendo a Roncalli un gesto di aperta ribellione come atto votato a maggioranza: il solito sistema. Sempre con metodi stalinisti, un gruppo minoritario di Vescovi e teologi ottenne, tramite la parcellizzazione delle deliberazioni all'interno delle commissioni, il raggiungimento di scopi altrimenti impensabili: ogni commissione si preoccupò di produrre documenti ottenuti con votazioni a dir poco truffaldine, tenute ad esempio in orari in cui i Padri di orientamento conservatore erano a celebrare la Messa mattutina, o tarda sera, o mentre alcuni erano intimati (come si diceva allora) ai Pontificali papali. In altri casi quanto doveva essere deciso veniva redatto in modo da apparire coerente con la dottrina, ma in realtà la sua formulazione volutamente equivoca avrebbe successivamente consentito l'interpretazione opposta, sorprendendo la buona fede dei Padri, che credevano di avere a che fare con persone di cui potevano fidarsi. E dire che l'esperienza del Modernismo avrebbe dovuto mettere in guardia molti circa l'operosità instancabile dei novatori. 

Le commissioni

La commissione è un organo rivoluzionario: il suo scopo apparente è di destinare un gruppo ristretto di esperti all'analisi di un tema complesso, in modo che esso lo articoli in alcuni punti e, dopo averlo per così dire semplificato e schematizzato, possa sottoporlo in maniera più chiara prima ad una votazione interna, e poi al voto dei Padri. Per la riforma liturgica, ad esempio, sarebbe stato impossibile discutere in aula un tema tanto vasto: la commissione aveva l'incarico di formulare proposte di riforma elaborate da un numero limitato di Vescovi rappresentativi dell'intera assise; queste proposte venivano messe ai voti nella commissione stessa, e poi una volta approvate venivano portate in aula. Ma con qualche accorgimento... Come diceva Dossetti, la battaglia efficace si gioca sulla procedura. È sempre per questa via che ho vinto.

Anzitutto la scelta dei membri di una commissione non è mai casuale, come è ancor meno casuale la nomina del presidente, del segretario e dei relatori. Il presidente orienta la discussione, dà la parola a chi deve intervenire, decide quando concludere la fase di discussione e passare al voto. Il segretario si occupa della redazione dei verbali, della formulazione delle proposte e dei quesiti da sottoporre al voto dei membri, collabora col presidente nella gestione complessiva della commissione. In pratica, anche se dovesse esservi una maggioranza contraria alla linea che si vuole veder approvata, è sufficiente formulare in un certo modo una proposizione, e poi a voce darle un'interpretazione neutrale o addirittura vicina al modo di sentire della maggioranza, per vedersela approvare. Se gli interventi dei membri della commissione trovano concorde il presidente e il segretario, si concede loro ampio spazio, li si organizza in modo che diano l'idea di essere coerenti con la volontà della maggioranza, li si enfatizza con articoli ed interviste dei propri sostenitori, abilmente fatte pubblicare sui giornali e diffuse all'interno della commissione stessa. Se invece alcuni interventi vanno in un senso opposto alla linea dettata dai manipolatori, si fa in modo che vengano preceduti da interventi di senso opposto, che anticipano e rispondono alle loro argomentazioni o ai dubbi che essi sollevano. Questo è ovviamente possibile solo se si conoscono in anticipo gli interventi: cosa che ad esempio è stata chiesa ai Padri Sinodali. Laddove non vi sia questa implicita professio fidei, basta far precedere la discussione da alcune votazioni su temi di ampia portata (che saranno poi frammentati e nuovamente sottoposti al voto dopo il passaggio in commissione), per capire l'orientamento di ogni votante. 

E dove l'opposizione dovesse essere troppo forte, si fa in modo che i votanti scomodi siano assenti al momento del voto, oppure si rinvia la votazione ad un secondo momento, ad esempio subito dopo un'altra votazione che non è oggetto di acceso dibattito, in modo che gli oppositori, soddisfatti per una risibile vittoria in un ambito secondario, siano portati a cedere su un argomento viceversa di grande importanza ma passato sotto silenzio e presentato come marginale. 

Certo, se il presidente ed il segretario fossero persone integerrime, questa eventualità sarebbe scongiurata; ma la prova dei fatti ha dimostrato che in un organo assembleare le decisioni vengono prese invariabilmente in una direzione ben precisa con la cooperazione dei suoi moderatori. Si potrebbe dire che l'alibi del voto consente di ammantare di democrazia anche i più indecorosi maneggi, consenziente il Principe. Il quale, avendo nominato i moderatori della commissione, non li può poi sconfessare; ed essendo intimidito dall'idea che il risultato delle votazioni rappresenti effettivamente la maggioranza dei consensi, non osa imporre la propria autorità prevaricando un potere cui ha precedentemente demandato quelle decisioni. Se poi egli è addirittura il mandante delle manovre, il problema non si pone. In questi giorni abbiamo anche appreso che il Papa è a più riprese intervenuto mandando misteriosi ed inusuali bigliettini al Segretario Generale del Sinodo durante le sessioni dell'Assemblea Generale, cui il card. Baldisseri ha risposto prontamente. Se è vero quanto afferma Kasper, ossia che Bergoglio vuole l'apertura [ai divorziati] perché ha avuto problemi di questo tipo nella sua famiglia (sic!), c'è da chiedersi quale possa essere la sua serenità di giudizio nel governo della Barca di Pietro. In politica, questo si chiama conflitto di interessi

L'opera degli studiosi consentirà di ricostruire dai documenti e dai diari dei membri del Sinodo, dove ve ne sia la possibilità e certamente a grande distanza di tempo, lo svolgersi dettagliato della sua attività. E' già avvenuto per il Concilio, che ha riservato non poche sorprese chiarificatrici. Mons. Annibale Bugnini, nei sui diari, non si perita di dissimulare i propri indegni traffici all'interno della Commissione Liturgica, descrivendo minuziosamente gli espedienti cui ricorse prima per fare approvare la Costituzione sulla Sacra Liturgia, e poi per realizzare contro la volontà dei Padri Conciliari la riforma che portò all'invenzione del rito riformato ed alla sovversione del culto cattolico in chiave protestante. Il suo comportamento fu in questo senso paradigmatico, e lo troviamo replicato in tutte le altre commissioni conciliari e, recentemente, nello svolgimento del Sinodo della Famiglia.

Variazioni della materia

L'indizione di un Concilio, di un Sinodo, o di un'altra assemblea comporta la definizione di un argomento sul quale si concentrerà l'attenzione dei loro membri: il Concilio vorrà affrontare la definizione delle Verità immutabili della Fede e della Morale nel mondo secolarizzato; il Sinodo della Famiglia si proporrà di ribadire l'importanza della fedeltà alla Legge divina in una società anticattolica in cui il divorzio, il concubinato e le coppie spurie dilagano. 

Contestualmente alla definizione dell'argomento su cui si confronteranno i Vescovi, inizia a lavorare lo schieramento progressista, spesso primo motore non solo dell'argomento stesso, ma anche dei tempi, delle regole interne, delle nomine ai posti strategici. E non di rado la materia annunciata rappresenta solo la facciata, l'alibi per poi utilizzare quel Concilio o quel Sinodo per propagandare ben altre tesi. Un grande lavoro preparatorio fa in modo che vengano create ad arte delle presunte richieste del popolo di Dio, delle fantomatiche esigenze imprescindibili dei fedeli cui la Chiesa non può sottrarsi e che dovrebbe assecondare. Teologi di fama cominciano a formulare proposte spesso in conflitto con la dottrina. Pastori progressisti pongono ardite domande dai pulpiti, attendendo risposte concrete dal grande evento assembleare. Pensatori laici e giornalisti à la page intervistano tanto i teologi quanto i pastori, dando risalto alle posizioni più estreme e provocatorie. E intanto il Vaticano si affretta a dar prova di essere al passo coi tempi, con innovazioni organizzative ed informatiche, una nuova impostazione dei lavori dell'assemblea, nuovi passi in avanti verso la partecipazione dell'Episcopato al ministero petrino, in una dimensione di collegialità ecc. Le solite vuote petizioni di principio, insomma, cui siamo ormai abituati da quando la lobby conciliare si è insediata nei Sacri Palazzi. 

Puntualmente, appena iniziano i dibattiti preparatori, ecco che la materia su cui si sarebbero dovuti confrontare i membri dell'assise viene modificata, allargata, ridotta, stravolta. Quello che doveva essere un Concilio dottrinale a condanna del Comunismo, diventa un concilio pastorale senza anatemi che viceversa incoraggia ciò che avrebbe dovuto colpire con la scomunica; quello che doveva essere un Sinodo per la famiglia, pare destinato a promuovere le illecite convivenze e ad ammettere alla Comunione gli adulteri e addirittura (ecco l'aggiunta dolosa fuori programma) aprirsi alle coppie omosessuali. E le pacate osservazioni di quanti chiedono sin dall'inizio di attenersi al tema vengono liquidate come formalismi di cui non tener conto. A tal proposito ci si fa scudo delle uscite di Bergoglio sui capi del popolo, sui cattivi pastori che caricano sulle spalle della gente pesi insopportabili che loro non muovono neppure con un dito. E a quanti, preoccupati dallo scandalo e dal disorientamento causato ai fedeli, richiamano l'immutabile dottrina cattolica, viene ricordato il monito papale: Il mondo è cambiato e la Chiesa non può chiudersi nelle presunte interpretazioni del dogma. E ancora: Non si può sempre rimanere chiusi nei propri sistemi.

Ecco dunque che l'Episcopato si trova a dover discutere temi su cui non si è preparato, avendo ricevuto indicazioni divenute obsolete. Gli interventi dei Vescovi, di cui si è chiesta copia con vasto anticipo, non rispondono per nulla o quasi alle istanze subentrate, e non possono quindi essere né in tema, né tantomeno incisivi. Sull'altro versante, i novatori sono preparatissimi sulla materia, che hanno imposto alla maggioranza con il solito colpo di mano. Anch'essi hanno inviato per tempo i propri interventi, che risultano ovviamente pertinenti e cui viene dato ampio spazio non solo in aula, ma anche sui media. E nel frattempo il Concilio o il Sinodo sono diventati tutt'altro rispetto a ciò per cui sono stati indetti, rivelandosi in tutto il proprio potenziale esplosivo: bombe ad orologeria nelle mani di esperti dinamitardi.

Le nomine

La commissione preparatoria ha avuto tutto il tempo di vagliare gli interventi, stabilendo a quale di essi concedere maggior visibilità e quali invece mettere agli atti senza concederne nemmeno la lettura davanti agli altri Padri. A questo punto la stessa commissione sottopone una rosa di candidati all'approvazione del Papa, che sceglie con entusiasmo i nomi di quanti sono a lui più vicini, se ne è parziale artefice in quanto parte della lobby, o che lascia mano libera obtorto collo se non è allineato alle posizioni più estremiste. In entrambi i casi i candidati sono tutti - chi più chi meno - attivi cooperatori della parte progressista. Per non dare l'idea di voler mettere a tacere l'opposizione, si potrà eventualmente lasciare uno strapuntino anche ad un rappresentante della parte avversa, facendo in modo che il suo ruolo risulti marginale e che non sia in grado di disturbare i manovratori. Ultimamente l'arroganza dei novatori è arrivata a tal segno, da non dar voce nemmeno apparente alle altre correnti, censurate e costrette al silenzio. 

Il controllo del voto

Una volta approvato un documento in seno alla commissione, esso deve venire approvato ai Padri, i quali si trovano su tre schieramenti: uno progressista, uno conservatore ed uno tristemente neutrale. L'ala progressista è stata preparata con largo anticipo, e gli interventi a sostegno del documento vengono difesi dentro e fuori l'aula conciliare, con applausi, articoli sulla stampa, commenti entusiastici di esperti, oltre - ben inteso - all'appoggio del Papa, reale o presunto. Il card. Kasper sostiene di avere l'approvazione di Bergoglio, il cui emblematico silenzio inquieta i Pastori. Un silenzio che non impedisce al Papa di integrare le nomine decise in assemblea con nuove designazioni, tutte di chiaro segno ultraprogressista. Un Kasper, ricordiamo, che proprio oggi, rispondendo ad un giornalista che gli segnalava lo sconcerto dei fedeli circa il cambiamento di dottrina percepito, rispondeva testualmente: L'insegnamento non cambia, ma può essere differente (nell'originale The teaching does not change but it can be different), con una sconcertante contraddizione in termini. Il paladino del Papa ha inoltre tranquillamente ammesso che, a Sinodo concluso, si potranno ottenere ulteriori aperture nelle Conferenze Episcopali, esattamente come si fece dopo il Vaticano II. In pratica, i risultati cui non si giungerà subito, saranno ottenuti in un secondo momento.  

Dinanzi a questo spiegamento di forze, l'ala conservatrice (normalmente minoritaria) si pone senza una concreta organizzazione (cosa in cui eccellono invece i novatori), ed anche se gli interventi degli oppositori sono argomentati ed ineccepibili, li si confina in momenti marginali delle sessioni; se ne limita l'incisività favorendo brusii, interruzioni, richieste di sospensione; non si tollera che superino il tempo minimo concesso, intimando a colpi di campanello la conclusione. Memorabile e scandaloso fu l'episodio al Concilio in cui il card. Ottaviani, Prefetto del Sant'Uffizio, fu messo a tacere spegnendogli il microfono allo scadere dei pochi minuti concessigli. La parte neutrale dei votanti, vuoi per disinteresse, vuoi per ignoranza, vuoi per naturale inclinazione ad evitare scontri e polemiche, si adegua alla pretesa maggioranza, contribuendo a crearla essa stessa.

Si dà così l'impressione, in tutti i Padri, che la volontà generale vada ineluttabilmente in una direzione, anche se in realtà è un'operazione pilotata ed artefatta. Apodittiche asserzioni intimano: Indietro non si torna. Non si capisce perché, dopo aver fatto strame di due millenni di ininterrotta fedeltà al Depositum Fidei in nome del Concilio, oggi non sia possibile far strame anche del Vaticano II o della Relatio di un Sinodo. 

Se vi si aggiungono gli interventi autorevoli del Pontefice, i suoi discorsi, o viceversa i suoi eloquenti silenzi dinanzi a situazioni delicate e controverse; se si considera poi chi viene ricevuto in udienza e chi invece non vi è ammesso nemmeno in effigie, si vede quanto sia manovrabile il consenso di una maggioranza pur numerosa ma internamente debole, che dinanzi al mondo si vuol fare apparire come espressione di una monolitica volontà novatrice.

Con queste modalità si svolse il Vaticano II; con metodi simili operano tutte le commissioni e si svolgono tutte le votazioni in seno ai Dicasteri Romani, alle Conferenze Episcopali, ai Sinodi dei Vescovi, ai Consigli Presbiterali e Pastorali. Sino alle elezioni dei dirigenti locali della Caritas.

Interventi persuasori

Il sistema rivoluzionario di pilotaggio del voto può talvolta doversi confrontare con un'opposizione meglio organizzata, che giunge anche ad ottenere dei risultati concreti e a scongiurare che l'assemblea ratifichi decisioni prese altrove. E' il caso attuale del Sinodo, in cui le enormità formulate nella Relatio post disceptationem redatta e firmata dal card. Erdö hanno coalizzato la maggioranza dell'Episcopato, letteralmente agguerrita, che non ha esitato a definirla inaccettabile, irredimibile, indegna, vergognosa, completamente sbagliata, sovversiva, mentre le maggiori associazioni laicali ne parlano come di un tradimento. E meno male che secondo la vulgata di padre Lombardi la maggioranza era coesa... 

Apprendiamo con incredulità che, interrogato dalla stampa circa i punti più controversi della Relatio, il card. Erdö ha chiesto di rivolgere la domanda a mons. Bruno Forte, estensore materiale del documento: Chiedete a lui. Proprio colui che il Papa ha designato alcuni giorni or sono Segretario speciale a Sinodo iniziato. 

In questi casi, solitamente, la lobby progressista ricorre a dei metodi coercitivi nei confronti dei singoli, che si concretizzano in veri e propri ricatti finalizzati a mettere a tacere gli esponenti di punta della fazione opposta, o in un'opera di diffamazione amplificata dalla stampa connivente: si può spaziare dagli scandali finanziari alle relazioni immorali. Che questi siano frutto di pura invenzione o che trovino conferma nella realtà è ininfluente, dal momento che la pressione cui è sottoposto il diffamato lo distoglie comunque dal seguire le votazioni, dal capeggiare la fronda, dal poter levare la voce per protestare. Screditato ed umiliato, il membro dell'assemblea perde credibilità e quasi sempre viene abbandonato anche dai suoi. A questo scopo è prassi consolidata della lobby nominare a determinate cariche persone ricattabili, tenendo celati gli elementi che, sotto un profilo morale o disciplinare, ne sconsiglierebbero la promozione. Se questa persona è allineata alle posizioni progressiste, non dovrà temere che si scoprano gli eventuali illeciti; se viceversa non si adegua, ecco che una parolina in camera caritatis la rimette subito al posto e, in casi estremi, parte la lettera anonima ai confratelli e ai Superiori, la velina al giornale o la soffiata di Vatileaks. Non ne è esente nemmeno il Romano Pontefice, come si è visto all'epoca di Paolo VI con lo scandalo Peyrefitte, né lo fu Benedetto XVI con il caso dei chierici pedofili. 

Laddove i ricatti e le calunnie non fossero utilizzabili, o qualora la persona da screditare fosse al di sopra di ogni sospetto, si adotta lo strumento dell'irrisione, si diffonde la notizia che sia affetta da disturbi mentali o affetta da grave malattia disabilitante, si provocano ad arte reazioni esasperate da utilizzare per dimostrare che quel Prelato non è più compos sui, o che non possiede la serenità di giudizio necessaria a partecipare alla discussione e tantomeno al voto. Sistemi marxisti, insomma, che hanno dato prova di efficacia in mille occasioni. In ogni caso, lo scopo è raggiunto: messo a tacere il Presule indocile, si può proseguire nel perseguimento dei propri scopi, col vantaggio di aver inviato agli altri dissenzienti un avvertimento affinché non provino a ribellarsi ed anzi tacciano obbedienti. 

Nel caso di questo Sinodo non vi è modo, per ora, di sapere se la lobby è ricorsa a queste pratiche abiette, ma non mancherà l'occasione di verificarlo. Anzi vediamo già in queste ore i primi cenni di un tentativo di discredito à la Vatileaks del card. Pell, che ha definito tendenziosa ed incompleta la relazione firmata da Herdo ma redatta da Forte, calamus Pontificis.

L'intervento dall'alto

Se l'assemblea dimostra di non essere facilmente manovrabile, o se alcuni dei moderatori o dei consiglieri nominati si rivelassero incapaci di influenzare le sue deliberazioni, si può sempre ricorrere all'autorità superiore, chiedendole di intervenire con una decisione indiscutibile cui, in nome di una speciosa obbedienza, tutti devono sottomettersi. 

Ecco allora, come ricordavamo poc'anzi, la nomina improvvisa di nuovi relatori, di nuove figure intermedie, di segretari speciali dell'assise a sostituire o affiancare i precedenti. Oppure, ecco cambiate le carte in tavola, con nuovi metodi di scrutinio, o con modifiche della maggioranza richiesta per approvare una deliberazione. Se una decisione non passa a maggioranza assoluta, viene concessa la maggioranza relativa; se il relatore di una tesi non la sostiene anche contro il consenso quasi unanime dei Padri, arriva la sua sostituzione, o il trasferimento ad altro incarico; se un segretario non si presta a manipolare una relazione integrandola con le glosse della fazione progressista, eccolo promosso a presidente di un'altra commissione, e al suo posto subentra uno zelante agli ordini della setta. Anche in questo senso gli esempi non mancheranno. 

Il segreto

L'obbligo della segretezza circa le discussioni dei membri di una commissione o di un'assemblea vige per evitare che forze esterne, essendo al corrente di quanto avviene al loro interno, possano intervenire per modificarne l'esito. Questo vale per l'Elezione del Papa nel Conclave, per le riunioni delle Romane Congregazioni e via dicendo. Il segreto in questo caso viene impunemente violato dai novatori per far trapelare notizie alla stampa, o per coordinare ad intra e ad extra le loro manovre ed influenzare le deliberazioni dei votanti. 

Al contrario, se questo segreto è imposto per impedire che i fedeli e l'opinione pubblica siano messi al corrente delle manovre dei progressisti ai danni della Chiesa, esso non pare minimamente giustificato, e nondimeno viene rispettato e fatto rispettare con una severità inflessibile, isolando le voci dei dissenzienti e creando un referente unico che si faccia portavoce per i media. In tal caso le notizie che vengono divulgate, lungi dal rappresentare con equità le diverse tesi sostenute e lo svolgersi del dibattito, si limitano a comunicare solo quanto torna utile ai progressisti. Nella complicità del portavoce, ovviamente, che abdica per pavidità o per interesse all'oggettività che la sua funzione richiede: d'altro canto, se non obbedisse ai suoi mandanti, verrebbe immediatamente rimosso e sostituito. 

Non stupisce che le dichiarazioni di apertura al mondo e di trasparenza siano sconfessate nella prassi, dal momento che anche la pretesa democraticità delle deliberazioni dell'assemblea viene sbugiardata dalle manovre di un'agguerrita minoranza, per la quale il segreto è una burla e che non esita a rilasciare deliranti interviste in cui confermare il postulato della famigerata ed ineluttabile volontà della maggioranza, che almeno per ora pare tutt'altro che disposta a sottomettersi alle fortissime pressioni cui è sottoposta. 

A proposito di parresia

Bruno Forte sostiene che l'espressione legge naturale non sia compresa dalla gente comune; eppure il Papa ha invitato a parlare con parresia (παρρησία) ovvero, nel linguaggio iniziatico dei novatori, ad esprimersi con franchezza, apertamente e senza sottintesi (così in Gv 11, 14). Poi però scopriamo che nelle Scritture questo termine può anche essere inteso come impertinenza, sfacciataggine, nel senso di abuso della libertà di parlare. Basta il semplice ricorso a questo oscuro vocabolo per comprendere la piega che sta prendendo la chiesa bergogliana.

Ci permettiamo di rilevare, da una semplice analisi del testo della Relatio post disceptationem, alcune ricorrenze indicative. Il termine misericordia ricorre 5 volte; dialogo 5 volte; peccato ricorre 3 volte, ma 1 sola in senso proprio; Trinità, 1 sola volta; Spirito Santo, 1 sola volta; Eucaristia, solo 3 volte ma nessuna riferita all'aiuto che essa rappresenta per gli sposi cattolici; grazia ricorre solo 3 volte in senso proprio; verità ricorre come sinonimo di realtà, non come riferimento alla Verità cattolica; il termine dottrina ricorre 3 volte, di cui 1 sola nel senso cattolico; santità, 1 sola volta; sacrificio ricorre 1 sola volta, riferita nientemeno che al mutuo sostegno delle coppie omosessuali, senza alcuna connotazione soprannaturale o di senso cattolico, al contrario; carità ricorre 2 volte; genitori, 4 volte; conversione ricorre come sinonimo di cambiamento, non in senso cattolico di rinuncia al peccato; croce ricorre 1 sola volta ma come sinonimo di prova, non in senso cattolico; legge compare solo nell'espressione legge della gradualità, nessuna nell'accezione di legge divina. 

I grandi assenti: Padre, Figlio, Maria, Madonna, Vergine, Giuseppe, Sacra Famiglia o Santa Famiglia, comandamento, comandamenti, magistero, adulterio, verginità, castità, colpa, peccato mortale, sacrilegio, obbedienza, scomunica, condanna, penitenza, umiltà, maternità, madre, padre, direzione spirituale, assistenza spirituale, soprannaturale. 

Ci chiediamo quale possa essere l'insegnamento cattolico alle famiglie, nel quale non viene nemmeno menzionato l'esempio della Sacra Famiglia, in cui non si parla di sacrificio, di penitenza, di peccato mortale, di adulterio, di castità, di comandamenti. Altro che parresia.

Conclusione

Qualcuno ha affermato che la conduzione del Sinodo è sinora apparsa, nonostante gli sforzi dei progressisti, lacunosa. Altri hanno posto una serie di interrogativi sui problemi posti dalle interpolazioni alla Relatio, dai pizzini apostolici, dalle aggiunte di argomenti mai dibattuti in aula, dall'ostracismo dei Presuli d'Africa (senza parlare delle indegne offese loro rivolte da Kasper), dalla rivolta del laicato cattolico sentitosi tradito. Vi è pure chi, con sprezzo del ridicolo, ha parlato di una caduta di stile da parte del Papa. 

Sull'altro versante, si corre ai ripari. Si afferma che la Relatio è un work in progress, come se poste queste sconcertanti premesse essa possa evolvere in un documento ortodosso. Si dice che esso rappresenta una proposta, che se ne deve discutere, che ancora non è stato votato. Si cerca di tranquillizzare i Vescovi ed i fedeli. Ma poi vi è chi dice che indietro non si torna, che dopo il Sinodo si dovrà proseguire sul cammino intrapreso in sede di Conferenze Episcopali. Dubitiamo che l'Esortazione Apostolica post-sinodale possa rappresentare un radicale cambiamento di quanto sinora preannunciato.

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