La pastorale, il Concilio pastorale e il pastorale



Non possiamo avere la dottrina della Chiesa, per esempio, che il matrimonio è indissolubile e poi qualcuno che al tempo stesso sostiene, per motivi "pastorali" che una persona che vive in un'unione irregolare è in grado di ricevere i sacramenti; il che significherebbe che il matrimonio non è indissolubile. Queste sono solo false distinzioni - falsi contrasti - che abbiamo davvero bisogno di chiarire perché stanno causando una immensa confusione tra i fedeli e, naturalmente, in ultima analisi, possono indurre le persone in grave errore con grande danno per la loro vita spirituale e per la loro salvezza eterna. 
Intervista a S. Em. il Cardinal Raymond Leo Burke




Mi permetto provocatoriamente di riformulare questa frase: 

Non possiamo avere la dottrina della Chiesa, per esempio, che il la Chiesa Cattolica è l'unica arca di salvezza e poi qualcuno che al tempo stesso sostiene, per motivi "pastorali" che gli eretici possono salvarsi o che vi è del buono anche nella religione ebraica o in quella mussulmana; il che significherebbe che il la Chiesa non è l'unico mezzo di salvezza. Queste sono solo false distinzioni - falsi contrasti - che abbiamo davvero bisogno di chiarire perché stanno causando una immensa confusione tra i fedeli e, naturalmente, in ultima analisi, possono indurre le persone in grave errore con grande danno per la loro vita spirituale e per la loro salvezza eterna.

Tutto torna a monte, al Concilio, che viene detto appunto "pastorale" non in applicazione coerente della dottrina, ma in sua antitesi. Il Vaticano II è la premessa teologica dei farneticamenti di Kasper: se non si comprende questo è impossibile risolvere alla radice la crisi che sta attraversando la Chiesa Cattolica. Kasper sta al Sinodo come il Concilio Vaticano II al depositum fidei. Tertium non datur. 

E come dicevo in un altro post, mi stupisco che ci si ostini in modo tetragono a volersi richiamare al Concilio proprio per affermare quelle verità che esso tace o addirittura nega. Non lo ha compreso Benedetto XVI, che si è dovuto inventare l'ermeneutica della continuità in palese conflitto col principio di non contraddizione e che ha seguito le orme del predecessore fino a ripetere la farsa di Assisi. Ahimè pare che non lo vogliano capire anche tanti buoni Prelati, e non pochi sacerdoti, che denunciano sconsolati le deviazioni odierne, senza scorgerne la cagione prima nel Concilio e nella sua pretesa pastoralità. E c'è poco da citare con solennità la Quanta cura o la Aeterni Patris, se accanto a questi documenti del magistero infallibile si continuano a citare la Nostra aetate, la Gaudium et spes o la Dignitatis humanae. 

Il rifiuto sine glossa del Vaticano II è imprescindibile non solo per vincere la battaglia odierna contro quanti vorrebbero legittimare l'adulterio, il concubinato e la sodomia, ma per portare a termine la guerra contro il modernismo. Comprendo che queste parole possano suonare estremiste per molti, ma ormai non è più possibile fingere di non capire il nesso di causalità che lega quella infausta assise ai fatti di oggi. 



Ed aggiungo un'altra riflessione non meno apocalittica. 


Leggo in un recente articolo di Blondet che un tribunale austriaco ha assolto un islamico che ha elogiato pubblicamente lo sterminio compiuto da Hitler verso gli ebrei, affermando che quello che per il comune sentire moderno è un crimine non può esserlo per necessariamente in un contesto ideologico e religioso quale quello dell'Islam. Mi pare che questa visione relativista non sia altro che la applicazione in ambito civile della pastoralità di Kasper: l'affermazione teorica di un principio può trovarsi contraddetta - e non valere - nella realtà concreta e sotto determinate influenze dell'ambiente e delle circostanze. 

Orbene, in nome di questo aberrante principio, temo che a breve vi sia chi possa allargare questo criterio - con logica coerenza - anche ad altri reati. Ecco allora che quanto per una persona normale è in teroria un crimine, non necessariamente lo sarà in altro contesto; ecco che profanare una chiesa, bestemmiare il nome di Dio, aggredire o addirittura uccidere un cristiano potrebbe, in una società in cui vigono altre convinzioni, non essere più necessariamente un reato punibile: non si negherà il reato in sé, si badi bene, ma si applicherà una forma di pastorale kasperiana a chi, nemico giurato di Dio (e legittimato ad esserlo in virtù del principio di laicità dello Stato che la chiesa odierna tanto elogia), riterrà (soggettivamente) meritorio o quantomeno normale eliminare un cattolico, un sacerdote, una suora. E il cattolico dovrà anche subire in silenzio, in nome della bergoliana misericordia. Oltre al danno, la beffa.

Ancora una volta torniamo all'origine dei problemi: l'uso pretestuoso e surrettizio di una pretesa pastorale in antitesi alla dottrina. L'affermazione della dottrina e la sua coerente applicazione nella pastorale devono respingere come eretiche le teorie di quanti pongono quella e questa in antitesi; e devono saper riconoscere che il principio cardine di queste eresie si trova enunciato nel Vaticano II. 

Dirò di più: quando sento degnissimi Presuli che cercano di togliere valore al Concilio definendolo pastorale, mi chiedo come poi possano coerentemente insorgere e sdegnarsi dinanzi alle farneticazioni di Kasper, che proprio su questo concetto perniciosissimo basa le proprie teorie eterodosse. Forse che il Concilio di Nicea, il Lateranense IV o il Tridentino non furono concili pastorali? Lo furono eccome, proprio perché la prima regola della pastorale è di applicare fedelmente la dottrina e condannare le tesi che si oppongono ad essa. Cosa che i Papi del Vaticano II, come è noto, si sono ben guardati dal fare. Nel paradosso, il Concilio meno pastorale di tutti fu proprio quello che volle fregiarsi di quel titolo.




Andrebbe inoltre ricordato che pastorale indica la funzione propria del pastore, ossia colui che ha ricevuto da Cristo, per il tramite della Chiesa, il potere e la grazia di pascere il gregge degli eletti. Proprio del pastore per eccellenza, il Vescovo, è il baculum pastorale, ossia il bastone ricurvo che ricorda lo strumento con cui i veri pastori prendono per il collo le pecore, per impedir loro di allontanarsi dal gregge o di finire in un fosso. Alle menti progressiste questa analogia tra le pecore e i fedeli fa venire i brividi: ai cattolici adulti non piace esser considerati incapaci di scegliersi il pascolo che preferiscono, né piace a certi Vescovi à la page che sia ricordata loro questa grave incombenza, essendo più comodo lasciar che le pecore scorrazzino dove meglio credono, che si perdano nei baratri o siano divorate dai lupi. Mercenari misericordiosi che non si preoccupano di vigilare, visto che non sunt oves propriaeMa se Nostro Signore ha scelto di usare questa similitudine, l'ha fatto a ragion veduta: non sta alle pecore decidere dove andare, ma al pastore che le conduce in pascoli erbosi e ad acque tranquille. E che le raccoglie in un unico ovile, sotto un unico Pastore, anche prendendole per il collo col pastorale. 

Eppure, nonostante questa pastorale che offende Dio che è Verità ed umilia la Chiesa che di quella Verità è maestra; nonostante la misericordia di cui si riempiono la bocca i chierici postconciliari, gli unici a non beneficiarne sono sempre i buoni, contro i quali le sanzioni canoniche più severe sono state applicate senza alcuna pietà. 

Ecco i novelli accoliti del rivoluzionario Saint-Just, pas de liberté pour les ennemis de la liberté. Anzi: pas de pastorale pour les ennemis de la pastorale.

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