Il cassonetto conciliare e la raccolta differenziata




Le mie riflessioni sulla necessità di rifiutare il Concilio sine glossa hanno suscitato un certo dibattito, ma c'è chi si ostina a dire che quell'assise propone qualcosa di buono... Ecco una riflessione mattutina, vergata quando ancora la città è avvolta nel silenzio e, dopo la Messa, mi appresto a far colazione. 


Il problema, il bug del Concilio è proprio di essere pastorale, allo stesso modo in cui si è voluto che lo fosse il Sinodo. 

Quello che il Sinodo non dice è l'unica cosa che di esso importa: l'ammissione dei divorziati alla Comunione, con tutte le implicazioni che questo sta dimostrando di avere. Allo stesso modo, quello che del Concilio è accettato comunemente - tanto dall'illustre teologo dell'Ateneo Romano quanto dall'ultimo fedele che chiacchiera sul sagrato - è la sua valenza rivoluzionaria e stabilizzante verso il corpus dottrinale, morale, spirituale, liturgico, artistico della Chiesa Cattolica. 

Nessuno è così sprovveduto da pensare che il Concilio possa rappresentare una continuità con il passato, così come nessun sostenitore della Monarchia di Francia potrebbe celebrare la presa della Bastiglia assieme al Genetliaco dell'ultimo discendente di casa Borbone. Non vi è e non vi può essere alcuna ermeneutica della continuità tra Luigi XIV e Hollande, e rallegrarsi per la Restaurazione dopo la ghigliottina è patetico. Patetico e anche decisamente offensivo per i martiri della Vandea, tra gli altri. 

Se i frutti della Rivoluzione sono stati la distruzione della Monarchia di diritto divino in tutta europa e l'instaurazione della République atea ed anticristiana di matrice massonica (e sfido chiunque a negarlo), questo non è avvenuto perché la Rivoluzione è stata fraintesa, o perché c'è qualcosa di buono che può essere conservato nello spirito rivoluzionario. 

Similmente, se i frutti del Concilio sono stati la distruzione della Monarchia papale e della Regalità di Cristo, la devastazione della liturgia (che viene chiamata giustamente conciliare), lo svuotamento dei seminari e dei conventi (la primavera conciliare), la secolarizzazione del clero, la diffusione del modernismo, dell'ecumenismo, del relativismo e via elencando; se anche la più remota pieve costruita oggi (architettura conciliare) non ha nemmeno l'aspetto di una chiesa, non è perché il Concilio è stato travisato, ma perché esso è stato la causa di tutto questo. 

I fautori dei Diritti dell'Uomo si rifanno alla Rivoluzione con orgoglio e la celebrano come evento che appartiene loro. I fautori della nuova chiesa si rifanno al Concilio con sfrontatezza e lo celebrano con gran pompa per ricordare che se non fosse stato per loro a quest'ora saremmo ancora a biascicar litanie e Dominus vobiscum. Non ci vuole grande acume per cogliere il rapporto di causalità, no? 

E d'altra parte, chi oserebbe affermare - tanto per fare un esempio che trova facilmente tutti concordi - che i campi di sterminio non siano stati una diretta conseguenza del Nazismo? C'è qualcuno disposto ad affermare che Hitler fu frainteso, e che anche nei suoi discorsi si possono trovare delle frasi accettabili? O non diranno tutti che il Nazismo va rifiutato sine glossa anzi, come si usa dire oggi, senza se e senza ma?

Eppure quando ci lamentiamo se il matrimonio viene svilito dai padri sinodali, o se vi è un Cardinale di Santa Romana Chiesa che ha l'ardire di formulare proposte inaudite sulla concessione della Comunione ai divorziati (trovando appoggio e sostegno nel regnante Pontefice e in moltissimi Prelati), vi è chi si ostina a pensare che questo non abbia nulla a che vedere col Concilio. Ma per favore: questo significa volerci considerare privi di raziocinio e di logica. Era solo questione di tempo: se non si sono fatti scrupolo a manomettere la Messa, figuriamoci se non doveva arrivare il turno della famiglia. Anche perché, nell'edificio cattolico, tout se tient

Diciamola tutta: anche nel cassonetto dell'immondizia si troverà qualcosa di commestibile, ma non per questo si può affermare seriamente che una crosta di pizza o un torsolo di cavolo possano essere anche lontanamente paragonati al cibo che - giustamente - pretendiamo ci venga servito in tavola. 

I cattolici si stanno abituando a frugare nel cassonetto conciliare come dei clochards, e la cosa assurda è che c'è chi, con improntitudine e sprezzo del ridicolo, si rallegra se trova un panino mangiucchiato e ancora commestibile. 

Prima del Concilio, dal più semplice dei fedeli al Sommo Pontefice, sedevano tutti ad una mensa regale, serviti da camerieri in guanti bianchi, e non dovevamo rimestare nel pattume conciliare per sopravvivere. 


Vi è anche chi è tutto contento perché adesso con la differenziata l'umido lo buttano tutto da una parte, come avviene col Motu proprio. Certo, all'inizio tutti brontolavano perché si doveva tenere sotto il lavello tre bidoni e ogni volta ricordarsi che la carta non va con la plastica, che il vetro non si getta con le lattine. Però ci hanno abituati a selezionare l'umido e il secco, se non altro. Il Sillabo e la Pascendi vanno messi assieme alla Quanta cura, la Gaudium et spes invece la mettiamo con la Nostra aetate e con la Dignitatis humanae. Sennò poi ti lasciano il sacchetto fuori dalla porta. 

Ma chiedete agli Epuloni che siedono alla greppia di Santa Marta se toccherebbero con un dito quello che alcuni di noi considerano cibo! 

Ecco, il discorso sulla necessità di saper tenere ciò che è buono e gettare ciò che non lo è mi ricorda proprio questo male del nostro tempo: in tempi cattolici, il cibo non finiva nell'immondizia - i nostri vecchi baciavano il pane quando per sbaglio cadeva in terra! - e si buttava solo quello che era da buttare. Oggi, con il postconcilio e la raccolta differenziata, ci stiamo riducendo come i sans papiers.

Per questo, quando sento il card. Burke o mons. Schneider citare documenti conciliari, mi pare di trovarmi nel piatto, pur con la tovaglia pulita della buona morale ed i bicchieri di cristallo della sana esegesi, uno squallido avanzo sbocconcellato del fast food, fradicio di ketchup.

Commenti

  1. Io sono nato praticamente a Concilio già fatto e pronto all'uso, quindi non mi permetto di farne una disamina, non ne ho le capacità, ma posso dire, da semplice fedele, che ne è stato fatto un dogma totemico ed inattaccabile che al confronto quello dell'infallibilità impallidisce, lo usano ed abusano in ogni modo a loro piacimento, i fedeli? Ai pochi rimasti frega niente o quasi, chi va a messa o va per tradizione, o perché parte integrante delle tiranniche comunità o consigli parrocchiali dove i preti sono quelli che contano meno di niente o dicono, dicono, tanto in chiesa non ci vanno comunque e a prescindere, quindi il problema si auotelide; volendo essere maliziosi, frotte di divorziati anelanti alla comunione non ne vedi in giro, poi, siamo sinceri, basta mettersi in fila e nessuno si sogna di chiederti nulla......e la barca va......finirà sfracellata sugli scogli, visto che il timoniere è in tutt'altre misericordiose faccende affaccendato? Solo Dio lo sa.Preghiamo per la nostra salvezza, a loro, rossi porpora di vergogna importa niente......finché non tornerà il Padrone della vigna ed allora saranno dolori....

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  2. "Che differenza c'è tra l'islàm ed il Vat.II? NESSUNA. Entrambi, ciò che dicono di nuovo non è buono, e ciò che dicono di buono non è nuovo". C'è chi lo scrive da tempi non sospetti.

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