Glosse alla "Salutare autocritica" di padre Giovanni Scalese




E' stato ripreso ieri su Chiesa e Postconcilio un articolo di padre Giovanni Scalese dal titolo Una salutare autocritica, apparso sul blog Querculanus.

Vi è un passo estremamente indicativo del commento del religioso barnabita:

Il fatto che nei giorni successivi all’uscita dell’esortazione siano stati pubblicati commenti contrastanti fra loro non dovrebbe far riflettere? Non sarà che il linguaggio usato non fosse sufficientemente chiaro? È possibile che sullo stesso documento ci sia chi afferma che non cambia nulla e chi lo considera rivoluzionario? Se un’affermazione fosse chiara, non se ne dovrebbero poter dare contemporaneamente due interpretazioni opposte. La confusione provocata non dovrebbe essere un campanello d’allarme?

Ora, al di là delle domande retoriche - che contengono in sé già la risposta al quesito che sollevano - io credo che si dovrebbe applicare questo passo anche al Concilio: non è forse vero - per usare una domanda retorica - che anche i documenti del Vaticano II abbiano suscitato commenti contrastanti? che il linguaggio usato non è sufficientemente chiaro? che vi sia chi considera il Concilio in chiave di ermeneutica della continuità  e chi di ermeneutica della rottura

Il Card. Burke afferma che non ci si possa appellare allo spirito del Concilio che si oppone al Concilio stesso: che cioè non si possa far dire al Concilio ciò che esso non afferma, essendo questo un atto del Magistero. Poi però sostiene che la Amor laetitiae non è un atto magisteriale. A me pare invece che vi sia già chi cerca di appellarsi allo spirito dell'Esortazione postsinodale, proprio appellandosi al testo volutamente equivoco dell'Esortazione stessa, esattamente come si poté fare col Concilio. 

Ma per continuare con le domande retoriche di padre Scalese:

Mi rendo perfettamente conto che Amoris laetitia sfugge a questa logica dottrinale-giuridica, per porsi su un piano squisitamente pastorale; chiedo solo: è corretto rimettere in discussione un insegnamento ormai praticamente definitivo?

Non è forse vero che anche il Concilio sfugge a questa logica dottrinale-giuridica, per porsi su un piano squisitamente pastorale? non ha fosse rimesso in discussione, ad esempio con la Dignitatis humanae, un insegnamento già definito? 

E per quale motivo padre Scalese, nonostante questa contraddizione, cita fonti del Concilio a sostegno delle proprie tesi, quando queste fonti, per deliberata volontà del loro estensore, si sono volute meramente pastorali e non magisteriali, creando per la prima volta nella storia della Chiesa un'artificiosa divergenza tra dottrina e prassi? 

Eppure c'è chi si ostina a non voler riconoscere l'evidenza e a trarne le conseguenze: è stato il Concilio ad inaugurare questa stagione nefasta della pastorale. E' stato il Concilio - e con esso Giovanni XXIII, Paolo VI e i loro eredi - a voler annacquare la chiarezza dottrinale del Magistero cattolico con frasi volutamente equivoche che hanno consentito ai novatori di dichiararlo rivoluzionario e  che - paradossalmente e nonostante le prove evidentissime - i conservatori citano ancor oggi a sostegno delle tesi opposte. 

Citare la Gaudium et spes o la Dei verbum per confutare l'Amor laetitiae equivale a citare quale testimone a discarico di un delitto il mandante di quel delitto stesso.

E qui torniamo all'articolo di ieri: il problema di stabilire se l'Amor Laetitiae - o qualsiasi altro documento conciliare e postconciliare - sia o meno un atto magisteriale dev'essere affrontato solo dopo aver chiarito se il suo contenuto sia ortodosso o eretico, e questo ce lo dice anzitutto la ragione, ancor prima del ricorso all'analogia fidei. D'altra parte, se contenuto e forma di questi documenti fossero cattolici e coerenti con la dottrina cattolica, che bisogno ci sarebbe di note previe o capire se siano o meno documenti magisteriali?

Giustamente Voice of the family si è espressa, con un coraggio che sinora pare far difetto ai Sacri Pastori, in termini estremamente chiari:

[...] è già evidente che il documento non riesce a dare una esposizione chiara e fedele della dottrina cattolica e conduce inevitabilmente a conclusioni che potrebbero comportare violazioni della dottrina immutabile della Chiesa cattolica, e delle discipline inscindibilmente fondate su di essa. La nostra prima panoramica fornisce un motivo sufficiente per considerare questo documento come una minaccia per l'integrità della fede cattolica e per l'autentico bene della famiglia.

E' lodevole che un'associazione laicale sia giunta a dichiarare che questo documento papale rappresenta una minaccia per l'integrità della fede cattolica, peraltro argomentando le ragioni di questa minaccia: c'è da auspicare che questa ferma opposizione trovi seguito anche nel Clero.

Se da un lato il Card. Burke fa benissimo a dire che l'Amor laetitiae non è un atto del Magistero, dall'altro dovrebbe anche dire che non lo è non perché a ciascuno sia lecito decidere arbitrariamente il Magistero cui prestare assenso, ma semplicemente perché quel documento contiene errori dottrinali, e perché il suo estensore è manifestamente eretico.

Bisogna quindi procedere per passi logici: primo, evincere dal contenuto di un documento la sua coerenza o contrapposizione alla dottrina; secondo, se il documento si dimostra eterodosso, prender atto del fatto che non è cattolico; terzo, se è un documento eretico, dedurre che non può esser parte del Magistero cattolico; che pertanto, quarto, ad esso non solo non va prestato alcun assenso, ma che dev'esser confutato e condannato e che, quinto, il suo autore va ammonito e, se non si ravvede, punito canonicamente, dichiarandolo deposto (o quantomeno prendendo atto del fatto che, essendo egli eretico, ha perso i requisiti che gli consentono di essere a capo della Chiesa).

Affermare che un documento non è magisteriale costituisce una foglia di fico, che rivela la vergogna di un peccato già compiuto, ma per il quale è necessario un atto di accusa, il pentimento, la riparazione e il proposito di non peccare più. Se ci si limita, come  fece Adamo, alla foglia di fico, non c'è possibilità di perdono.

La Gerarchia conciliare deve quindi saper andare oltre la semplice petizione di principio circa la magisterialità dell'Amor laetitiae: deve accusarsi di aver distorto deliberatamente l'insegnamento di Cristo a danno della salvezza delle anime e dell'onore di Dio e della Chiesa; deve pentirsi per esser venuta meno al mandato del Salvatore ed aver dato occasione di scandalo; deve riparare alla propria colpa, iniziando da quel peccato originale che è rappresentato dal Vaticano II, che contiene in nuce tutti gli errori odierni; deve emendarsi e riproporre in modo chiaro ed inequivocabile l'insegnamento tradizionale, non solo affermando le verità cattoliche, ma anche condannando gli errori che ad esse direttamente si oppongono. 

E non si dica che alla Gerarchia non si può chiedere di accusarsi pubblicamente per il male che sta compiendo, sin dal più alto Soglio, da più di mezzo secolo: essa non ha esitato a formulare vergognosi mea culpa per le Crociate e l'Inquisizione, con un approccio semplicistico ispirato al più vieto qualunquismo, quando non a malafede. Con quei mea culpa essa ha umiliato la Santa Chiesa e negato la verità storica: senza una sincera resipiscenza ed un vero e motivato mea culpa, questa umiliazione si volgerà in condanna e sarà causa della giusta ira del Cielo, cui vengono sottratte tante anime solo per compiacere il Principe di questo mondo.

Preghiamo perché il Signore si degni concedere ai Sacri Pastori il dono delle lacrime, come lo concesse a San Pietro dopo il triplice rinnegamento del Salvatore.

Guercino, La Vergine con san Pietro piangente, 1647
Oratio. Omnípotens et mitíssime Deus, qui sitiénti pópulo fontem vivéntis aquae de petra produxísti: educ de cordis nostri durítia lácrimas compunctiónis; ut peccáta nostra plángere valeámus, remissionémque eórum, te miseránte, mereámur accípere. Per Dóminum nostrum. 
Secreta. Hanc oblatiónem, quaesumus, Dómine Deus, quam tuae majestáti pro peccátis nostris offérimus, propítius réspice: et produc de óculis nostris lacrimárum flúmina, quibus débita flammárum incéndia valeámus exstínguere. Per Dóminum
Postcommunio. Grátiam Spíritus Sancti, Dómine Deus, córdibus nostris cleménter infúnde: quae nos gemítibus lacrimárum effíciat máculas nostrórum dilúere peccatórum; atque optátae nobis, te largiénte, indulgéntiae praestet efféctum. Per Dóminum nostrum.
Missa ad petendam compunctionem cordis
Missale Romanum

Commenti

  1. Carissimo dott. Baronio, grazie innanzitutto. Mi permetterei di aggiungere un quinto punto ai suoi passi logici: il giudizio e la punizione del papa eretico, come afferma San Roberto Bellarmino, dottore della Chiesa, che così scrive nel De Romano Pontefice:
    “Il papa eretico manifesto per sé cessa di esser papa e capo [della Chiesa], come per sé cessa di essere cristiano e membro del corpo della Chiesa. Perciò, può esser giudicato e punito dalla Chiesa.
    Questa è la sentenza di tutti gli antichi Padri, i quali insegnano che gli eretici manifesti perdono seduta stante ogni giurisdizione.”
    (De Romano Pontefice, libro II, cap. 30 in: Opera Omnia, vol. I, Napoli 1856, p. 420)
    Che Dio la benedica! Sia lodato Gesù Cristo!

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    1. Ho aggiunto l'ammonizione e la punizione del papa eretico: La ringrazio per avermi fatto notare la dimenticanza. Ed ho anche aggiunto le preghiere della Messa ad petendam compuntionem cordis del Messale romano, sperando che i miei confratelli le vogliano aggiungere nella quotidiana celebrazione del Santo Sacrificio.

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