La sordità e la cecità dell'empio



Il dolore, la sofferenze, la morte. Non è facile, credetemi, parlare di argomenti tanto alti senza esser percorsi da un timore reverenziale. E compulsare la Sacra Scrittura, gli scritti dei Santi Padri, i documenti del Magistero, le fonti liturgiche dimostra che è proprio nel mistero della sofferenza umana che la nostra Religione si mostra in tutta la sua ineffabile perfezione, e si pone come unica risposta credibile alle nostre domande. Poiché Cristo ha compiuto l'opera della Redenzione proprio attraverso la Passione e la Morte, rendendo il dolore strumento di salvezza e di riscatto, ma anche motivo di speranza.

Il senso della sofferenza umana è compendio del nostro Credo, perché nella sofferenza si è compiuta la nascita, la vita e la morte di Colui che, incarnandosi nel seno della Vergine Maria, ha sconfitto la morte del corpo, ma ancor più la morte dell'anima.

Ma proprio perché la sofferenza è legata intimamente ai Misteri della nostra Fede - la Ss.ma Trinità, l'Incarnazione, la Passione, la Resurrezione - non è possibile dare una risposta alla spontanea domanda dell'uomo senza coinvolgere tutte le Verità della Fede, sì che ogni dogma - anche quello che può sembrare più marginale - manifesta la propria ragione e necessità. Negare uno solo dei dogmi della nostra Fede, significa scardinare l'intero edificio cattolico, ma ancor prima significa profanare quel corpus organico perfettissimo che la Sapienza infinita di Dio ha posto come unico strumento di salvezza eterna per l'uomo corrotto dal peccato. Significa, in ultima analisi, negare quanto Nostro Signore ci ha insegnato non per istruirci intellettualmente, ma per consentirci - ancorché immeritevoli - di restaurare l'ordine mirabile che per nostra colpa abbiamo infranto in Adamo. Significa attentare a Cristo medesimo, che è Verità Egli stesso, Verbo eterno del Padre. 

Le false religioni - e con esse le sette eretiche - sono intrinsecamente malvagie e odiose agli occhi di Dio proprio perché corrompono e rendono strumento di dannazione eterna anche ciò che in esse vi può essere di vero, come un veleno rende avvelenata anche l'acqua in cui è diluito. Così il concetto di Dio unico, quando legittima l'idolatria islamica o la perfidia giudaica negando la Ss.ma Trinità; così l'unicità del Divino Mediatore, quando è presa dai Luterani a pretesto per negare la Mediazione della Chiesa o della Vergine Ss.ma; così la venerazione per le antiche comunità apostoliche presso gli Eterodossi d'Oriente, quando è usata per negare il Primato del Principe degli Apostoli e della Chiesa di Roma, o l'Infallibilità del Vicario di Cristo. Ecco perché il vero zelo cristiano nei confronti degli adepti delle superstizioni e delle idolatrie, o verso i seguaci dell'eresia e dello scisma, non può cercare ciò che accomuna il Santo all'errante, ma viceversa ciò che separa quest'ultimo dalla Verità, ch'è unica e non parcellizzata. Che non ammette gerarchie tra quanto è più vero di un'altra verità. La Verità è tale nella sua interezza: scalfirne anche una parte infinitesimale è impossibile, poiché la Verità è divina, poiché essa è Dio stesso, e in Dio tutto è divino, e parimenti adorabile. 

Parlare del dolore e della morte implica anzitutto parlare del peccato originale. Significa spiegare che la colpa commessa da Adamo si è trasmessa all'umanità intera, e che questa colpa fu infinita perché infinito è Dio, offeso dal peccato del Protoparente. Parlare del dolore e della morte implica accettare che vi è una Giustizia divina che chiede riparazione, e che all'infinità Maestà di Dio offesa da Adamo doveva corrispondere un'infinita riparazione, possibile solo da parte di Colui che, essendo vero Dio e vero uomo, poteva compiere un sacrificio infinitamente riparatore a nome di ogni uomo. Parlare del dolore e della morte implica accogliere l'Incarnazione della Seconda Persona della Ss.ma Trinità, che Lucifero non volle comprendere perché accecato dalla superbia. Significa accettare che la morte, la malattia, la sofferenza, l'ignoranza sono giusta punizione per una colpa che in Adamo abbiamo compiuto tutti. Significa credere che Gesù Cristo diede prova, con i suoi miracoli, di esser veramente Figlio di Dio, il Messia che i Profeti avevano annunciato. Significa comprendere il sacrificio di Cristo sulla Croce, che ha non solo riscattato la colpa di Adamo, ma anche ogni peccato, di ogni uomo, da Adamo alla fine del mondo. Parlare del dolore e della morte implica accogliere il Battesimo non come l'ammissione ad una comunità, ma come il lavacro che nel Sangue dell'Agnello ci purifica dal peccato originale e ci rende degni d'esser figli di Dio; accogliere la Confessione come Sacramento che per i meriti infiniti di Cristo ci rende nuovamente degni di meritare il cielo e, su questa terra, di ricevere il Corpo del Signore; accogliere il Mistero ineffabile della Ss.ma Eucaristia, che rende il Re dei Re presente sui nostri altari, a rinnovare in modo incruento il Suo sacrificio, per il ministero dei Sacerdoti, rendendo in modo perfetto un atto di adorazione, ringraziamento, propiziazione ed impetrazione alla Divina Maestà per mezzo del Sommo ed Eterno Sacerdote Gesù Cristo; accogliere tutti i Sacramenti come veicoli della Grazia divina. Parlare del dolore e della morte richiede di riconoscersi parte della Comunione dei Santi; ci impone di credere nella necessità dei Suffragi, nel tesoro delle Sante Indulgenze, nell'intercessione della Vergine e di tutti i Santi, e quindi nel dovere di rendere loro culto di venerazione. Significa prestar fede ed ossequio alla parola della Chiesa, che nei Successori di Pietro è chiamata a custodire infallibilmente e indefettibilmente l'insegnamento di Cristo, lasciato nella Sacra Scrittura e nella Santa Tradizione. Parlare del dolore e della morte significa anche credere nel Giudizio particolare e in quello universale, nella pena eterna dell'Inferno, nell'eterna beatitudine del Paradiso, nella purificazione transitoria del Purgatorio, nella condizione delle anime incapaci di vita soprannaturale confinate nel Limbo, e quindi nella necessità del Battesimo come mezzo di salvezza eterna, onde la Chiesa è chiamata a predicare a tutte le genti e a battezzarle nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Parlare del dolore e della morte ci porta a comprendere la necessità di sottomettere l'intelletto al Dio rivelatore, nell'atto di Fede; di confidare che il Signore ci concede i mezzi per mantenerci nella Sua Grazia, nell'atto di Speranza; di amare Dio e il prossimo per amor di Dio, nell'atto di Carità. Nel praticare la virtù, nel rifuggire il vizio, nel tendere alla perfezione. Nell'unirci, miserabili come siamo, alla Croce di Cristo, dando un senso appunto al dolore e alla morte, accettando quello e questa in isconto dei nostri peccati, e per i nostri cari, e per i peccatori, e per i defunti.

E questa Fede è capace d'esser sondata tanto dall'intelligenza del sapiente quanto dal sensus fidei del semplice, poiché entrambi sanno che Dio non può ingannarci. Questa Fede è animata dal Santo Timor di Dio, affinché non presumiamo di salvarci senza merito, né che disperiamo dell'eterna salvezza.

Il sordo non ode, e non sa cosa siano i rumori, i suoni, la musica. Non lo può comprendere. Il cieco non vede, e non sa cosa siano i colori, non può immaginare la luce, né le sfumature di un tramonto. Similmente, nelle questioni spirituali, vi sono sordi e ciechi: non comprendono e non immaginano l'armonia della Verità, il suo intimo legame con la Carità - dacché entrambe sono divini attributi - e non possono cogliere le sfumature delicatissime della Grazia. A costoro, veri sventurati, la Redenzione operata da Cristo e perpetuata nei secoli dalla Sua Chiesa dischiude gli occhi, apre gli orecchi, e ripristina mirabilmente l'antica perfezione, aggiungendovi qualcosa che la Creazione non aveva loro dato: gli infiniti meriti del Salvatore Nostro, conquistati sul legno della Croce.

Ma vi sono anche sordi che non vogliono udire, e ciechi che non vogliono vedere, poiché è l'orgoglio luciferino che li rende tali, ed impedisce loro di inchinarsi, di piegare il ginocchio, di invocare: Signore Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me! Costoro vanificano il Sacrificio di Cristo ed aggiungono alla colpa originale ed ai loro peccati anche il disprezzo del Dio che, sommamente Misericordioso, nel dolore e nella morte del Suo Figlio ha placato la propria ira. 

Questi sordi e ciechi non vogliono accettare che il dolore e la morte, giusta punizione per il peccato, siano diventati in Cristo strumento di salvezza eterna. Non hanno risposte. Non vogliono averne, e non sanno darne a loro volta. 

Ecco perché quanto abbiamo letto con orrore, e cioè che Dio è stato ingiusto, perché ha mandato a morte suo Figlio, è una bestemmia. Ed è ancor più grave perché, lungi dal dare un senso alla sofferenza, vieppiù degli innocenti - che unendosi spiritualmente a Cristo sofferente potrebbero penetrare il Cielo ed invocare grazie per la Chiesa - li scandalizza, rende sterile il loro dolore, vanifica il loro piccolo o grande sacrificio, ed oltraggia ancora una volta, nei piccoli, lo stesso Cristo. Osa accusare Dio Padre di essere ingiusto - c'è da tremare d'orrore! -, quando invece la Croce di Cristo è l'atto di suprema Giustizia, ed allo stesso tempo di infinita Misericordia, di cui solo Dio è capace.

Davanti a questo abisso di cecità e sordità spirituale, il nostro cuore non solo s'indigna, ma si spacca di dolore. Perché vediamo una distanza incolmabile, un baratro nero che si spalanca sull'inferno. Nessuna speranza, nessuna risposta. Un silenzio cupo e tetro. Una disperazione di fondo che cela dietro la presunzione di salvarsi senza merito un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio, una colpa che nemmeno Dio può perdonare. Il peccato di Lucifero. 

Commenti

  1. Caro don Cesre (lei è un sacerdote, un consacrato, nevvero?), è scioccante leggere il suo commento alle parole di Bergoglio; personalmente, non lo seguo più da tempo, appena appare in TV cambio subito canale, non leggo la stampa (ex) cattolica, come avvenire, Famiglia Cristiana o i settimanali diocesani, per non farmi sangue amaro, come suol dirsi. Quindi gli sproloqui di quel falso papa li apprendo solo dai blog cattolico-tradizionalisti, come il suo. Sentendo che lei associa le parole di Bergoglio al "non serviam" di Lucifero mi mette quasi angoscia, poiché mi pone di fronte alla cruda realtà dell'ora presente, impossibile da ignorare e da evitare. Ho letto rfecentemente che Roncalli dopo aver letto il 3° segreto di Fatima (quello vero, poi secretato, non la bufala propinataci dal Vaticano nel 2000) ebbe un malore, dovuto, secondo chi era lì e lessse anch'egli il messaggio della Madonna, al fatto che vi era scritto che un papa sarebbe finito sotto il controllo di satana e che Roncalli temeva di essere lui quel papa (anche se, scegliendo il nome dell'ultimo antipapa, Roncalli dette un segnale subliminale dell'invalidità della sua elezione)

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  2. Carissimo dott. Baronio, la ringrazio moltissimo ... sacrosante parole le sue; c'è tutta la sapienza della "fede cattolica", l'unica vera fede, perché basata sul mistero della croce di Nostro Signore Gesù Cristo ...
    Che Iddio la benedica e la Vergine Santissima la protegga sempre!
    Quell'uomo di bianco vestito, ancora una volta, mi ha indignato e ha spaccato di dolore il mio cuore ... dopo aver dato dello "scemo" a Gesù, adesso afferma che il nostro Dio è "ingiusto" ... Che Iddio abbia pietà di me, ma io credo che quell'uomo di bianco vestito non sia solo un eretico, ma, ancora più grave, un subdolo bestemmiatore ... mi vengono in mente le parole profetiche della Vergine Santissima a La Salette: "Roma perderà la fede e diventerà la sede dell'anticristo!" ... Signore pietà, Cristo pietà!

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  3. 'Ma se Dio c'è ed ha voluto e vuole l'uomo, allora è chiaro che il Suo amore può ciò che il nostro desidera invano, mantenere in vita l'amato al di là della morte' scrisse un teologo Bavaro. Bellissimo post di riflessione, amaro, ma vero, 'Il cattolicesimo, diceva Wilde, è per persone forti, per quelle normali basta ed avanza l'Anglicanesimo'.Grazie.

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  4. Il fatto e' che le affermazioni di Bergoglio si possono spesso leggere in due sensi.
    1. Dio e' ingiusto perche' ha ingiustamente mandato suo figlio a pagare colpe non sue.
    2. Dio sacrificandosi in prima persona per mezzo di suo Figlio ha perpetrato un'ingiustizia nei suoi stessi confronti, come atto estremo di carita'.

    Se e' un metodo per scuotere le coscienze andrebbe abbandonato, visti i risultati. Poi, abbiamo bisogno di avere le coscienze scosse o di un timoniere che sappia mantenere una rotta in mari, da sempre, tempestosi?
    Se non lo e' e' un metodo per bestemmiare e poi dire mi avete frainteso. Da quel poco che so la duplicita' nel parlare non e' proprio sintomo di Spirito Santo in azione, eh.

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    1. Mi spiace, ma né la prima né la seconda ipotesi reggono teologicamente.
      La Scrittura e i Santi Padri hanno dato alla teologia la risposta corretta e logica, che Le consiglio di studiare sul Catechismo Maggiore di San Pio X.

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  5. Grazie. Nel leggerLa abbiamo rinnovato la nostra professione di fede.

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    1. Mi raccomando: non lasciatevi abbattere dalle difficoltà presenti! Pregate e fate penitenza (anche una piccola privazione è gradita al Signore) in ispirito di riparazione. Il buon Dio non ci lascerà soli.

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    2. Raramente partecipo ai commenti. Non sono pratico, non amo usare un nome diverso dal proprio così nella pubblicazione e nella risposta che ha voluto darmi mi sono scoperto Anonymous. La ringrazio nuovamente per l' esortazione e le indicazioni che ha voluto darci. Non so chi Lei sia ma ogni indicazione vorrà darci l'accoglieremo volentieri. I migliori saluti

      19 dicembre 2016 23:40

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  6. Per penitenza è incluso anche ascoltare un piccolissimo brano dei discorsi santamartiani? Per il sottoscritto sono molto peggio dei digiuni, ma se contano.....

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    1. No no per carità! Faccia pure tutti i digiuni che vuole, ma lasci perdere Santa Marta. E non dimentichi che sabato è Vigilia ;)

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