La tentazione collegialista per ridimensionare gli eccessi di questo papato: un inganno pericoloso e controproducente



Negli scorsi giorni è stato pubblicato un intervento del Card. Müller dal titolo Autorità del Papa e Magistero della Chiesa (qui). Il prof. Paolo Pasqualucci ha risposto con un commento encomiabile, Riflessioni sulla questione dell'infallibilità pontificia e sulle divisioni nella Chiesa (qui), che condivido totalmente. Vorrei tuttavia aggiungere qualche osservazione.


Io credo che - al di là del commento del card. Müller sui limiti dell'autorità papale, chiaramente influenzati dalla neo-dottrina conciliare sulla collegialità - ci troviamo oggi dinanzi ad un pericolo concreto e da non sottovalutare. Questo pericolo è stato determinato da una situazione di cui è causa lo stesso Bergoglio, autore allo stesso tempo di un'impostazione autoritaria del papato aliena al cattolicesimo e contestualmente di una sua ridicolizzazione, di una forma di discredito sistematicamente perseguita in parole, opere ed omissioni: epurazioni e licenziamenti; discorsi livorosi ed accuse generiche contro la Curia romana; nomine e promozioni discutibilissime di Prelati dalla reputazione più che compromessa; interventi sconcertanti al Sinodo sulla Famiglia e manipolazione delle sue procedure interne; difesa di principj inconcliliabili con la Fede e la Morale cattolica, esternazioni qualunquiste, frasi demagogiche, silenzi sconcertanti su temi importantissimi, udienze concesse a coppie omosessuali, travestiti, abortisti; interventi palesemente favorevoli ad un sincretismo più volte condannato dal Magistero; creazione di commissioni segrete per la Messa ecumenica, l'abolizione del Sacro Celibato o l'istituzione delle diaconesse la cui esistenza era stata inizialmente smentita ma che poi sono venute alla luce; azioni di riforma finanziaria o morale sbandierate ai quattro venti e mai portate a serio compimento. Oltre ad un'opera di propaganda mediatica perseguita con metodi da regime totalitario da parte di cortigiani tanto faziosi quanto privi di qualsivoglia credibilità, non di rado sconfessati dalla loro stessa imperizia. 

Un papato, quello di Bergoglio, che appunto unisce l'autoritarismo intollerante verso la Tradizione ad un'azione di sfrontato appoggio alle correnti più eversive del progressismo, e che in forza di questo stesso autoritarismo delega l'autorità magisteriale e di governo, in chiave parlamentarista, alle diocesi e soprattutto alle Conferenze Episcopali. Le quali, com'è ormai evidente, hanno il solo scopo di avvallare ordini precedentemente impartiti senza alcuna reale partecipazione al processo decisionale. 

Dinanzi a questa realtà, della quale molti esponenti della Chiesa iniziano a manifestare le proprie perplessità e preoccupazioni, la reazione è duplice: un sostegno al neo-papato rivoluzionario bergogliano da parte della componente che con l'attuale papa si identifica; e dall'altra il tentativo di ridimensionare il Papato cattolico, assumendo e riproponendo con maggior forza la nuova dottrina conciliare sulla collegialità in modo da evitare gli eccessi di governo e magistero di Bergoglio. 

Non è chi non veda che sostenere acriticamente l'azione di Francesco sia un'operazione non scevra da interessi, in coloro che vogliono portare a compimento le istanze rivoluzionarie del Vaticano II. Ma quello che non mi pare si sia sufficientemente evidenziato è che il ridimensionamento dell'autorità del Papa rischia di non essere un modo per porre un freno a questo papato, bensì al Papato in genere, finendo per rendersi più o meno volontariamente responsabili di quella svolta ultraprogressista che a parole si vuole scongiurare. 

L'autorità papale è regolata da norme canoniche che poggiano su ben precise basi dottrinali immutabili, solennemente definite dalla Chiesa con atti irreformabili: è significativo che l'intervento del Card. Müller, tanto generoso di citazioni del Vaticano II, non abbia ritenuto di dover ricordare la proclamazione del dogma dell'Infallibilità Papale contenuta nella Costituzione Apostolica Pastor Aeternus di Pio IX, che ne costituisce il riferimento principale: «Perciò Noi, mantenendoci fedeli alla tradizione ricevuta dai primordi della fede cristiana, per la gloria di Dio nostro Salvatore, per l'esaltazione della religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con l'approvazione del sacro Concilio proclamiamo e definiamo dogma rivelato da Dio che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi, vincola tutta la Chiesa, per la divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, gode di quell'infallibilità con cui il divino Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa. Se qualcuno quindi avrà la presunzione di opporsi a questa Nostra definizione - Dio non voglia! - sia anatema». 

Altrettanto indicativa è l'omissione della menzione della Nota explicativa praevia di Lumen gentium, che Paolo VI dovette aggiungere posteriormente al documento per rettificare - seppure solo in parte - alcuni punti che si prestavano ad interpretazioni eterodosse: «Il  Collegio non si intende in senso strettamente giuridico, ma è un ceto stabile. […] Uno diventa membro del Collegio in virtù della consacrazione episcopale, e mediante la comunione gerarchica col capo del Collegio. […]. Il parallelismo tra Pietro e gli Apostoli da una parte, e il Sommo Pontefice e i Vescovi dall’altra, non implica la trasmissione del potere straordinario degli Apostoli ai Vescovi. […] Infatti deve accedere la canonica o giuridica determinazione da parte dell’autorità ecclesiastica. Il Collegio dei Vescovi è anch’esso soggetto di supremo e pieno potere sulla Chiesa universale. Il Collegio necessariamente e sempre cointende col suo capo […]. Il Romano Pontefice è il capo del Collegio e può fare da solo alcuni atti, che non competono in nessun modo ai Vescovi». 

Mi pare si possa trovare conferma che questa omissione non è del tutto accidentale proprio dalle parole del Card. Müller: «Il Papa, nella misura in cui, come capo del collegio episcopale, è il principio dell'unità della Chiesa nella verità». Anzitutto, come ha precisato la Nota praevia, sarebbe opportuno parlare di corpo episcopale, giacché il titolo di collegio compete solo a quello degli Apostoli. In secondo luogo, la formulazione «nella misura in cui, come capo del collegio episcopale, è il principio dell'unità della Chiesa nella verità» dà adito a ritenere che laddove il Papa agisca senza coinvolgere il collegio episcopale, la sua funzione di principio dell'unità della Chiesa venga meno, giacché quel «nella misura in cui» suona limitativo della suprema, diretta ed universale autorità del Romano Pontefice. E sarebbe il caso di ricordare che l'autorità e la giurisdizione dei Vescovi è trasmessa da Dio per il tramite del Papa, e limitatamente alla loro diocesi; e che la partecipazione alla suprema autorità del Papa è concessa al corpo dei Vescovi o ad una parte di essi sempre e solo dal Papa, che di quell'autorità è il titolare unico

Pensare di poter mettere mano a queste norme, o anche solo interpretarle in senso conciliarista, dietro l'alibi di arginare la tirannide di Bergoglio fa semplicemente il gioco di chi ne ha favorito l'elezione e di chi oggi lo sostiene con malcelato entusiasmo. 

Non dimentichiamo che, tra i metodi perseguiti dalla Rivoluzione, uno dei più efficaci e perversi è quello di creare le premesse alla destabilizzazione screditando l'autorità che si vuole abbattere. Avere dei governanti disonesti e che si disinteressavano delle legittime necessità dei sudditi fu la premessa della Rivoluzione Francese. Avere oggi un papa che con il proprio comportamento intemperante, con le proprie sconsiderate esternazioni, con il proprio atteggiamento peronista e demagogico crea divisione in seno alla Chiesa e scredita l'immagine e la sacralità del Romano Pontefice anche dinanzi al mondo è la premessa per l'abbattimento del papato, e non - come vorrebbero alcuni ingenui - un tentativo di restituirlo al proprio prestigio riconducendolo nei limiti della propria funzione universale di magistero e di governo.  

Così l'intervento di Müller e la prospettata conferenza di Roma del prossimo Aprile a mio parere potrebbero essere tanto più rivoluzionari e pericolosi, quanto più ammantati di buone intenzioni, inficiate però da una visione democratica ed assemblearista del Papato. Poiché se si dovessero accogliere le istanze collegialiste del Concilio sotto la spinta emotiva del momento, ci si troverebbe un domani a vedere depotenziata l'autorità papale anche - e direi specialmente e soprattutto - quando la Chiesa dovesse darsi un Papa degno di tal nome, fermo nella dottrina e nella disciplina, autorevole nel Magistero ad intra e nelle relazioni politiche e diplomatiche ad extra, giustamente autoritario nel porre fine alla crisi che affligge la Chiesa da ormai cinquant'anni. A quel punto, questo Papa si dovrebbe scontrare con quello stesso collegialismo che oggi paradossalmente potrebbe essere giudicato necessario da chi si lascia condizionare dalla contingenza momentanea e, appunto, da una situazione creata ad arte. 

Bergoglio ha dimostrato di essere ingestibile e di volersi sottrarre non solo ad ogni controllo, ma anche ai prudenti e moderati consigli tanto del Sacro Collegio quanto dell'Episcopato. Ma questa non è e non può essere la giustificazione per ridurre l'autorità del Papa, anzi proprio il contrario: egli dovrebbe essere invitato a farsi da parte, a dimettersi, proprio per tutelare la somma autorità papale, l'infallibilità cui egli deliberatamente non ricorre, l'autorità che la sua persona volontariamente umilia e scredita anche solo nel modo in cui cui celebra e si mostra in pubblico. 

La prossima Conferenza di Roma, prevista per il mese di Aprile, dovrà guardarsi quindi dal cadere in un astuto tranello che potrebbe rivelarsi ben più controproducente di quanto non si possa immaginare. 


Commenti

  1. Condivido appieno. Le Sue, Monsignore, sono parole non solo da esperto Teologo, ma anche da profondo conoscitore di quel marasma profondo che è la psicologia umana...mai come ota possiamo dire con i Presocratici: Ogni cosa tende alla propria fine...speriamo che per la nostra Santa Madre Chiesa non sia così!

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  2. Mi dispiace Don Baronio (o Mons.,non so), di trovare una contraddizione in Lei: si dice " totalmente in accordo " con il prof.Pasqualucci, poi, però non risponde alle domande che il professore pone.

    Lui infatti scrive: " Tutto ciò visto, bisogna chiedersi, a mio avviso: di quale papato stiamo parlando? Il Convegno di aprile, se mai si farà, sembra soprattutto il problema dei limiti del potere papale e qu
    esto in relazione alla grave involuzione che vediamo oggi nel suo esercizio, ad opera del presente e regnante.MA (maiusc.mio) tale " involuzione" non sarebbe stata possibile SE non fossero intervenute le mutazioni conciliari e preconciliari (Giov.XXIII) a confondere e in sostanza a stravolgere la natura stessa del papato.

    IL DISCORSO PER ESSERE EFFICACE, NON DOVREBBE PERTANTO PARTIRE DALL'ANALISI CRITICA DI QUESTE MUTAZIONI? "

    Spero di interpretare male il suo commento allo scritto del prof.Pasqualucci.
    Lei ha sempre detto che il guasto di oggi (chiesa ribaltata) deriva dal CV2 , però scrive :

    "Ci troviamo OGGI (maiusc.mio) dinanzi a un pericolo concreto e da non sottovalutare. Questo pericolo è stato determinato da una situazione di cui è causa lo stesso Bergoglio, autore............nomine e promozioni di Prelati dalla reputazione................;creazione di commissioni segrete..........".

    Il prof. Pasqualucci chiede di quale papato stiamo parlando.
    Prima bisognerebbe chiedersi di quale chiesa stiamo parlando dopo le MUTAZIONI create da roncalli e montini.
    In un chiesa mutata di quale papa possiamo parlare?
    Mi scuso, ma son piccola e disillusa.



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    1. Cara Miri,

      le mie osservazioni non vogliono costituire una critica dell'articolo del prof. Pasqualucci, al contrario: esse confermano la nuova visione del papato assunta dopo il Vaticano II, e che proprio sulla base di questa nuova concezione possono portare a ridimensionare il ruolo del Papato in generale, sotto l'alibi di porre un freno agli eccessi di questo papa.

      Se legge il mio articolo in quest'ottica, vedrà che condivido in toto le considerazioni del prof. Pasqualucci.

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  3. Caro Monsignore,
    per usare la sua analogia con la rivoluzione francese, la strada collegiale è la strada che tentò Mirabeau: porre termine al potere assoluto, di diritto divino, del re per restaurarlo come re costituzionale, in un compromesso simile al "per grazia di Dio e volontà della nazione" con cui si legittimò Vittorio Emanuele III di Savoia. La strada si rivelò chiusa, sia per il rifiuto di Luigi XVI, sia soprattutto perchè la dinamica rivoluzionaria era ben più trascinante di quel che prevedesse Mirabeau (e chiunque altro). In questo caso mi sembra ancor più pericoloso, il tentativo, perchè venendo da una fronda interna alla gerarchia ecclesiastica, è più che possibile che Bergoglio colga la palla al balzo e accetti la proposta, volgendola a suo vantaggio. Si avrebbe così un plebiscito, manipolato come di solito i plebisciti, e una grave per non dire irreparabile modifica della fonte di legittimazione dell'autorità papale, non più soltanto divina ma 50% divina, 50% umana, con conseguenze imprevedibili nei dettagli ma rovinose nell'insieme, perchè un papa umanamente legittimato = una Chiesa e una dottrina umanamente legittimate, pertanto revisionabili ad libitum e in aeternum. Insomma, peggio la toppa del buco.

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  4. Un buon Re, un Re saggio, mai governerebbe contro il sentire del suo popolo e a dispetto dei suoi ministri .
    Provvedimenti avvertiti ostili non sarebbero recepiti e d ovviamente sarebbero disattesi e controproducenti. Eviterebbe provvedimenti, pur giusti o ritenuti tali, , se sa essere sgraditi al popolo e li modificherebbe se osteggiati dal popolo.
    Eviterebbe il disagio e il disordine tra i suoi ministri e non metterebbe a rischio la fedeltà dei migliori.
    E questa è un’utopia.
    Qualche buon Re ci sarà pure stato, magari aiutato dalle istituzioni, dall’assetto giuridico.
    Se c'è stato un buon Re lo è stato perché era buono di suo.
    Della democrazia non parliamo; non la dileggiamo se la assimiliamo ad una assemblea di condominio solo più grande.
    E’ condivisibile il suo timore che un depotenziamento della figura del Papa e delle sue prerogative.
    Sommeremmo al marasma della democrazia e delle sue aberrazioni la rigidità di un potere consegnato ad una oligarchia autoreferenziale.
    Lo Spirito Santo ci mandi un Buon Papa e tutto s’aggiusta


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  5. “Papa Francesco sta letteralmente adulterando il cattolicesimo, stravolgendo e falsificando la dottrina; tacendo una parte della verità, per indurci a credere qualcosa che non è esatto, che non è veritiero, sta agendo in maniera intellettualmente disonesta. Ci sta ingannando, ci vuole strumentalizzare: vuole portarci a credere una cosa diversa dal vero.
    Ecco perché la frase di papa Francesco, Dio non è cattolico, è assurda: ma certo che Dio è cattolico, invece (come osservava il filosofo Jean Guitton: Mi dispiace per gli altri, ma Dio è cattolico. Il cattolico crede questo, oppure non è cattolico). Dalle sue omelie di Santa Marta e dalle sue udienze generali, appare chiaramente la selezione intenzionale e del tutto arbitraria, del tutto illecita, del tutto fuorviante e tendenziosa, che egli fa della Sacra Scrittura.
    Ci limitiamo ad evidenziare il punto-chiave: la radicale "revisione" della teologia dei Novissimi, cioè delle verità ultime del cristianesimo: morte, giudizio, inferno e paradiso. Nell'udienza generale dell'11 ottobre 2017, in Piazza san Pietro, il papa ha detto che non bisogna temere il giudizio finale, perché, parole testuali, “ al termine della nostra storia c'è Gesù misericordioso, per cui tutto verrà salvato. Tutto” (con la parola “tutto” ripetuta due volte ed evidenziata in grassetto nel testo scritto, distribuito ai giornalisti).
    Il 23 agosto, sempre in una udienza generale, aveva descritto l'Aldilà come “una immensa tenda, dove Dio accoglierà tutti gli uomini per abitare definitivamente con loro”. Tutti gli uomini? E l'inferno, e il paradiso? Non ci sarà alcuna differenza fra il destino dei malvagi e quello dei buoni? Se il papa la pensa così, allora aveva ragione Eugenio Scalfari nel riferire che, dai colloqui avuti con lui, aveva tratto la conclusione che, per Bergoglio, inferno e paradiso non esistono, tanto meno il purgatorio, perché sono solo miti. Ma il papa si è guardato bene dal citare le parole di Gesù nella loro interezza (Ap. 21, 8): “Ma per i vili e gl'increduli, gli abietti e gli omicidi, gl'immorali, i fattucchieri, gli omicidi e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti “ (Matteo, 22, 13-14). Pochi gli eletti: chiaro, no?
    Gesù descrive il Giudizio come un vero giudizio, e l'inferno e il Paradiso, la beatitudine e la dannazione eterna, come delle verità reali, concrete, e non come dei simboli. La dannazione, in particolare, è il destino che attende i malvagi, e quindi non è vero che tutti gli uomini saranno accolti da Dio sotto la sua "tenda" per abitare in eterno con Lui. Come mai tutto il clero, i cardinali, i vescovi, i sacerdoti, e anche i fedeli laici, hanno lasciato correre, mentre Bergoglio diceva quelle cose? Ce n’è abbastanza o no, per trarre la conclusione che il vangelo di papa Francesco non è il Vangelo di Gesù Cristo ?
    Dio è buono; dunque, l’inferno non esiste: è una invenzione dei preti: quelli brutti e cattivi, di prima del Concilio; non quelli buoni e bravi, di dopo il Concilio; non quelli di strada, che amano i poveri e i peccatori “in quanto peccatori”, quelli che non sono “rigidi”, ma sempre e solo misericordiosi.
    Bergoglio prende quel che gli serve, “lascia” quel che non gli va bene. E fa dire al suo fedelissimo, padre Sosa, che il diavolo non esiste: logico. Se non c’è l’inferno, che ci sta a fare il diavolo? Ma allora da dove viene il male? Mistero. Forse, a ben guardare, non c’è neppure il male. Logico anche questo, in fondo: visto che papa Francesco non parla mai del peccato, né della necessità del pentimento…

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