LETTERA AD UN SACERDOTE - La risposta di Baronio a padre Giovanni Scalese



Quis autem ex vobis patrem petit panem,
numquid lapidem dabit illi?
Lc XI, 11

Per una penna un po’ polemica e talvolta acuminata come la mia, la Lettera ad un Sacerdote (qui) rappresenta qualcosa di nuovo, specialmente nei modi in cui ho voluto comporla, cercando di parlare al cuore di un ideale destinatario, per suscitare nel mio interlocutore un moto interiore sincero, che riconoscesse nelle mie parole onestà di intenti e non una semplice occasione di sterile critica. Giacché la critica può toccare materie astratte, ma quando vuole accostarsi alle persone per farle riflettere deve necessariamente contemperarsi con la Carità, ossia con quello zelo per il bene altrui che ha come causa prima l’amore per Dio, ch’è Carità Egli stesso. E volere il bene di qualcuno, significa desiderare anzitutto che questi comprenda le ragioni per le quali si cerca di condividere con lui non tanto o non solo il frutto delle proprie riflessioni, quanto il loro oggetto ultimo, che deve essere sempre e solo il Signore, amato sopra ogni cosa.

La risposta del reverendo padre Scalese alla mia Lettera, pubblicata ieri su Antiquo robore (qui), mi onora per due motivi: per l’autorevolezza di chi l’ha scritta e per il modo in cui essa è stata formulata. Nelle sue parole non vi è traccia di animosità, né disprezzo per quel che ho scritto; al contrario, vi leggo un atteggiamento indulgente e - cosa molto rara - anche la condivisione di molti punti che altri giudicherebbero semplicisticamente inaccettabili. Parto quindi da questa constatazione di un comune punto di vista, nel tentativo di argomentare più diffusamente la tesi della Lettera, affinché possano diventare comuni anche le conclusioni, sulle quali al momento padre Scalese dissente. 

Non voglio dilungarmi sulle speculazioni inerenti la mia persona, anche se devo ammettere che il mio dotto interlocutore ha dato prova di una certa capacità investigativa, oltre che di gran pazienza nel cogliere anche da altri miei scritti alcuni elementi che potrebbero consentire di costruire un quadro più completo della fantomatica identità di Baronio. Dirò solo che alcune frasi, lasciate deliberatamente nei miei scritti, rivelano più un tempo dell’anima che non un mero computo anagrafico. 

Premetto che la Lettera non vuol essere un trattato sistematico sulla crisi della Chiesa, né intende esaurire l’analisi cronologica dei passi che hanno condotto all’apostasia presente: come giustamente ha notato padre Scalese, il racconto degli anni del lungo Pontificato di Giovanni Paolo II è «assai più sommario ed approssimativo». Ma d’altra parte sarebbe stato pedante elencare la progressività delle riforme di quel periodo, e probabilmente avrei finito per annoiare il lettore. Inoltre - anche se potrà stupire, detto da Baronio - mi sento di essere più indulgente verso la figura del Papa polacco, pur con tutte le riserve sulla sua visione filosofico-teologica, quale traspare dalle Encicliche ch’egli promulgò in quei ventisette anni - di quanto non sia nei confronti di Montini. Sia chiaro: la mia è una valutazione meramente caratteriale, ma ritengo che Paolo VI, al di là dell’impatto dottrinale, morale, liturgico e disciplinare del suo Pontificato, non abbia conquistato il cuore dei fedeli, cosa che per molti aspetti ha saputo fare Karol Wojtyla. Il grigiore calvinista di Montini, che caratterizza tutta la sua storia e gli atti del suo controverso ministero, mi sembra trovi conferma nella mancanza di quell’affetto sincero e quasi istintivo che il popolo viceversa ha mostrato nei confronti di Pio XII, di Giovanni XXIII e appunto di Giovanni Paolo II. 

Ma torniamo al contenuto della Lettera. Padre Scalese mi riconosce un’analisi veritiera: «Siccome quegli anni me li ricordo bene, mi sembra che la narrazione di Baronio corrisponda esattamente alla realtà». E questo per me non è poco: riconoscere con onestà di giudizio che i cambiamenti successivi al Concilio non sono avvenuti tutti all’improvviso, ma progressivamente anche se inesorabilmente, mi conferma che quell’esperienza fu vissuta e percepita da altri in modo simile. Vi fu chi, nell’entusiasmo del cambiamento à la Martini, non vedeva l’ora che quei cambiamenti avvenissero, e scalpitava impaziente per bruciare le tappe. Per molti, a quel che ho compreso dai commenti di tanti sacerdoti e laici, lo stillicidio quotidiano di riforme risultava invece destabilizzante e poco pedagogico, giacché la stabilità esteriore della disciplina della Chiesa è segno della sua stabilità interiore nella Fede e nella Carità, che in Dio non conoscono mutamento.

É pur vero che, dovendo rivolgermi ad un Sacerdote, ho dovuto e voluto abbracciare più generazioni di chierici. E padre Scalese l’ha notato subito: «Ho l’impressione che nella lettera vengano sovrapposte due generazioni, contigue, ma distinte: da una parte, essa si rivolge ai coetanei di Monsignore (formati prima del Concilio e che erano già sacerdoti quando hanno dovuto cominciare ad attuare le riforme volute dal Concilio); dall’altra, accenna in alcuni passaggi a chi, come me, il Concilio lo ha vissuto da bambino, ha fatto appena in tempo a servire la Messa antica, ha svolto tutta la sua formazione ed è divenuto sacerdote dopo il Concilio». Ed è proprio quello che intendevo fare: se avessi fatto riferimento solo ai «coetanei di Monsignore», avrei dovuto lasciar da parte chi «ha svolto tutta la sua formazione ed è divenuto sacerdote dopo il Concilio». Anche qui, spero mi si perdonerà la licenza letteraria, in nome di una maggiore incisività. 

Dovrei dire, in tutta onestà, che non mi considero nel novero di quanti «non hanno mai capito perché si dovesse fare un Concilio, non lo hanno capito, non lo hanno accettato e continuano a considerarlo all’origine di tutti i mali della Chiesa». Temo di dover confessare che la percezione del Concilio in tutta la sua portata eversiva non sia stata un fatto immediato, e peccherei di presunzione nell’affermare di aver capito subito cosa stesse accadendo. Non dimentichiamo che il Clero cui fu imposto il Concilio era stato formato in Seminarj ed Università in cui, a parte alcune eccezioni peraltro - col senno di poi - significative, l’idea che la Chiesa potesse esser fatta oggetto di una rivoluzione da parte dei suoi stessi membri era impensabile. Il monolite cattolico, è pur vero, dava segni di cedimento sin dall’epoca del Modernismo, mai realmente estirpato, ma resosi più astuto, dissimulato e prudente. Sotto Pio duodecimo il progressismo incombeva minaccioso, ancorché condannato dalla Santa Sede. Ma già con Giovanni XXIII si era compreso che molte delle istanze di rinnovamento erano solo un’altra declinazione dell’errore condannato da San Pio X, e pure lasciato sopravvivere in tanti Atenei. In questo, ne sono certo, padre Scalese potrà convenire con me. E converrà anche sul fatto che, nonostante questa serpeggiante minaccia percepita solo a certi livelli del mondo cattolico, il modo di vivere il Cattolicesimo negli anni precedenti il Vaticano II era sostanzialmente quello di sempre: in Curia si parlava in latino tra sacerdoti e Prelati stranieri; la Messa era quella di sempre, ed anche certi cambiamenti quali l’orientamento dell’altare versus populum o l’uso delle casule medievali non sembravano voler compromettere l’intero corpus ecclesiastico, e sembravano piuttosto animati da buone intenzioni e confinate a rare eccezioni. Senza voler apparire pedante, dovrei dire che queste innovazioni si eran viste ben prima di Pio XII, sin dagli anni Venti, e che anche la riforma della Settimana Santa - di cui furono artefici gli stessi liturgisti che poi avremmo ritrovato al Concilio e nelle Commissioni ad exsequendam - non aveva suscitato poi molte perplessità. 

Ebbe viceversa un impatto devastante la traduzione latina del Salterio, imposta improvvidamente nella recita del Breviario, e poi provvidenzialmente resa facoltativa e infine abolita. Per chi era abituato alla preghiera canonica ed aveva acquisito famigliarità con la Vulgata, l’Ufficio Divino era divenuto un vero e proprio supplizio, che costringeva a leggere quei Salmi che, imparati a memoria, permettevano invece la vera preghiera. Anche qui, col senno di poi, si sarebbe capito che quello era un modo per minare un patrimonio inestimabile di pietà e devozione, dietro il pretesto di una maggiore fedeltà al testo originale. Ma né il Santo Padre né la Gerarchia avrebbero mai potuto ammettere che dietro questa operazione vi fosse una mente perversa. Eppure il risultato che ne derivò - e l’errore venne riproposto pedissequamente qualche decennio dopo, senza trarre lezione dal passato - fu che tanto il Clero quanto il popolo persero quella benedetta assiduità con la lingua della Chiesa che permetteva loro di assaporarne l’anima, sentendosi intimamente uniti a tutta la Chiesa, alla sua liturgia perenne. Fortunatamente a quell’imposizione rispose la tetragona sordità dei fedeli, che ai Vespri continuavano a cantare bellamente i Salmi come li avevano imparati da sempre, rifiutandosi di imparare l’ostica prosodia del Salterio di Bea. E questo durò in molte parrocchie fino agli anni Ottanta, ad esempio col canto del Miserere in Quaresima, a dimostrazione del fatto che i cambiamenti non significano quasi mai un miglioramento, quando il corpo sociale che li subisce attraversa i secoli. 

Non si stupisca quindi padre Scalese, quando affermo che furono in molti, moltissimi a non comprendere quel che si stava perpetrando sin da prima del Concilio. Nessuno, a quell’epoca, che non fosse parte attiva della congiura poteva realmente aver la percezione della minaccia che avrebbe potuto rappresentare la convocazione di un Concilio. Anzi: tutti nutrivamo la speranza più che legittima - ovvia, direi - che esso avrebbe segnato un momento di slancio apostolico, specialmente dopo la tragica esperienza delle due Guerre che avevano devastato l’Europa e l’Italia, i conflitti sociali che ne erano seguiti, la minaccia del Comunismo, la perdita di identità ad opera del processo di americanizzazione imposto alle masse dal cinema prima e dalla televisione poi. Non so se il mio reverendo interlocutore lo ricorda, ma vi furono momenti negli anni precedenti il Vaticano II in cui l’opposizione tra Cattolicesimo e Comunismo raggiunse livelli tremendi, specialmente in alcune regioni notoriamente rosse, dove ad esempio per la processione della Madonna di Fatima tutte le finestre delle case dei Comunisti rimanevano serrate, a differenza delle case dei Cattolici che esponevano drappi e tappeti. E come non ricordare le gare di bestemmie (sic!) organizzate dai movimenti di giovani comunisti, che volevano creare un contraltare all’Azione Cattolica, allora molto forte e non compromessa con la Sinistra?

Quel cartello che per ordine di Pio XII doveva essere esposto sulla porta di tutte le chiese, a ricordare la scomunica comminata ai Comunisti ed agli altri partiti atei e materialisti, trovava i fedeli assolutamente convinti dell’inconciliabilità tra Fede e Comunismo, e gli stessi atti preparatorj del Concilio, redatti dopo le consultazioni con l’Episcopato mondiale, prevedevano una condanna solenne del materialismo ateo. 

La formazione dei Chierici, l’obbedienza vissuta come normale espressione dell’appartenenza ad una società gerarchica, la fiducia nei Sacri Pastori ed il rispetto reverenziale verso il Romano Pontefice non potevano aprire alcuna breccia nemmeno davanti alle novità che, durante le prime sessioni della solenne assise, parevano sfuggire alla comprensione dei più. Dice bene padre Scalese: «Per noi il Concilio non era oggetto di disputa (a favore o contro); era l’aria che respiravamo»: quello che valeva per tanti Sacerdoti degli anni Settanta era ancor più vero per la generazione precedente, sia nel basso Clero - specialmente quello italiano -, sia negli esponenti della Gerarchia. Era impensabile - lo ripeto ancora - che quel che trapelava sulla stampa circa le discussioni dei Padri Conciliari potesse lasciar supporre che si stesse compiendo in seno alla Chiesa una rivoluzione di tale portata, da demolire l’intero corpo ecclesiale. 

Dirò di più: le stesse parole di Roncalli, nella famosa allocuzione Gaudet Mater Ecclesia con la quale egli apriva il Concilio, parevano voler finalmente por fine ad un’opposizione tra Chiesa e mentalità secolare, quasi a pacificare con un gesto di grandissima magnanimità la società prostrata da decenni di conflitti. Si era talmente abituati a considerare la Chiesa come Madre, che era inaudito anche solo osar mettere in dubbio l’onestà d’intenti della Gerarchia e del Papa. 

Padre Scalese osserva: «Personalmente, sono convinto che ci fosse un piano di demolizione della Chiesa; ma tale piano non è stato formulato in Concilio; è ad esso precedente. Il Concilio faceva certamente parte di quel piano, ma non è andato come previsto; come non sono andati secondo programma i cinquant’anni successivi al Concilio. Non per nulla, le forze della dissoluzione hanno continuato a tramare in questi cinquant’anni, finché non sono riuscite a conquistare il potere». É vero: il piano di demolizione della Chiesa non è stato formulato al Concilio, bensì prima della sua convocazione. Ma esso è riuscito a penetrarvi, prima con il rigetto ad opera di membri dell’Episcopato tedesco ed olandese degli schemi preparatorj approvati da Giovanni XXIII, e poi in modo sempre più aggressivo dopo la morte di Roncalli e l’elezione di Paolo VI. 

Vi è poi un’affermazione di padre Giovanni che non mi trova d’accordo: «Un Concilio è fatto, innanzi tutto, dai Vescovi. Che poi questi si servano dell’opera di teologi e periti (che possono essere piú o meno ortodossi), è vero; ma alla fin fine sono i Vescovi che approvano i documenti finali; ed è a loro che è garantita l’assistenza dello Spirito Santo». Il motivo del mio disaccordo non risiede tanto nella proposizione in sé, che ogni buon Cattolico deve ovviamente condividere; la ragione per cui non posso concordare con padre Scalese è che egli, come molti altri autorevolissimi Cardinali e Presuli presenti al Concilio furono le prime vittime dell’inganno ordito ai danni della Chiesa intera. Essi continuavano a ritenere di trovarsi in una situazione di normalità, in cui la legittima divergenza di opinioni dei Padri e dei loro collaboratori partisse dal presupposto condiviso dell’immutabilità del Depositum Fidei. In realtà, chi muoveva il Concilio non erano i Padri sinodali, ma i membri delle Commissioni, scelti e nominati con criterj discutibilissimi: decine e decine di teologi e periti che sino ad allora erano stati guardati con sospetto dal Sant’Uffizio per le loro tesi ardite, se non addirittura condannati per l’aperta formulazione di dottrine eterodosse. Chi li ha fatti nominare, e chi ne ha approvato la nomina, sapeva che sarebbe stato grazie al loro contributo ed alla loro esperienza che il Concilio sarebbe potuto diventare in itinere qualcosa di assolutamente diverso da ciò che si voleva fosse, o quantomeno da ciò che in buona fede credevano i Padri. Lo stesso mons. Lefebvre firmò gli Atti conciliari, assieme alla maggioranza dei suoi eccellentissimi confratelli. 

Per usare una similitudine, si potrebbe dire che lo svolgimento del Concilio ebbe le stesse dinamiche di una commissione convocata per decidere il restauro di un antico edificio storico, con un ordine del giorno preventivamente approvato in tal senso, ma in cui essa si trova ad approvare delibere redatte da altri, sulla base di un altro ordine del giorno, il cui tenore sembra volere il restauro di quell’edificio, mentre nei fatti, grazie ad espressioni deliberatamente equivoche, in sede di attuazione dei progetti lo si demolirà e si costruirà un centro commerciale o un parcheggio. Così chi approva le delibere crede di contribuire al restauro dell’antico monumento, ma chi le ha redatte vuole ottenere un esito opposto. La buona fede dei membri di quella commissione nulla toglie alla portata devastatrice delle decisioni, perché non è l’intenzione di chi le ha approvate ad interessare, ma il risultato finale. 

Lo stesso è accaduto al Concilio, e gli studj recenti hanno consentito di svelare gli inquietanti retroscena della gestione criminale - e non uso questo termine a caso - da parte delle Commissioni. Si tenga ben presente che i metodi di manipolazione degli organi assembleari erano ben noti alla fazione progressista, mentre trovavano del tutto impreparati i Presuli conservatori. 

Senza enumerare i moltissimi casi di cui si hanno esempj dai diari dei Padri, potrei ricordare semplicemente la convocazione di una Commissione il 21 Novembre 1964, giorno in cui si celebrava il solenne Pontificale per la proclamazione della Vergine sotto il titolo di Mater Ecclesiae. La notizia della convocazione venne lasciata la sera della vigilia (era un venerdì) nella casella dei Padri, sapendo benissimo che l’indomani la parte conservatrice si sarebbe recata ad assistere al rito papale, mentre i progressisti, debitamente informati, erano tutti presenti al voto, che ovviamente passò senza alcuna opposizione e venne presentato a Paolo VI come frutto di una regolare consultazione. Casi come questo erano la norma, e dimostrano che se da un lato vi fu una incomprensibile ingenuità in tanta parte dell’Episcopato, dall’altra si stavano adottando metodi dolosi e disonesti per far dire al Concilio, in seguito, ciò che mai sarebbe stato approvato se fosse stato espresso in modo diretto. 

D’altra parte, simile procédé è stato adottato anche al recente Sinodo per la Famiglia, e ne abbiamo avuto notizia da mons. Bruno Forte, della cui attendibilità non vi è ragione di dubitare. Riferendo le parole di Bergoglio, egli ha detto: «Se parliamo esplicitamente di comunione ai divorziati risposati, questi non sai che casino ci combinano. Allora non parliamone in modo diretto, tu fai in modo che ci siano le premesse, poi le conclusioni le trarrò io» (qui). Sull’eloquio bergogliano, glissons. Ma in realtà queste parole riassumono perfettamente non solo ciò che si è dimostrato esser avvenuto al Sinodo, bensì anche quello che avvenne al Concilio. Stessi metodi, e stessa malafede. E come al Sinodo i Padri credevano di aver scongiurato la legittimazione del concubinato ed erano convinti di aver ribadito il divieto di ammissione ai Sacramenti per i pubblici peccatori, in realtà le decisioni erano state già prese altrove e ratificate in alto loco: si trattava solo di creare le premesse, e poi altri avrebbero fornito un’interpretazione prontamente ratificata, addirittura con la loro pubblicazione sugli Acta. 

Non erano guidati dallo Spirito Santo anche i Padri Sinodali? Non si dovrebbe poter dire di un Sinodo presieduto dal Papa ciò che padre Scalese afferma, «Un Concilio è fatto, innanzi tutto, dai Vescovi. Che poi questi si servano dell’opera di teologi e periti (che possono essere piú o meno ortodossi), è vero; ma alla fin fine sono i Vescovi che approvano i documenti finali; ed è a loro che è garantita l’assistenza dello Spirito Santo»? In condizioni normali sì, e sarebbe temerario affermare il contrario. In condizioni normali. Ma noi non ci troviamo in condizioni normali, e non lo eravamo nemmeno settant’anni fa, quando i più autorevoli esponenti della Curia Romana sconsigliavano la convocazione di un Concilio, giudicando troppo rischioso esporsi alle manovre dei novatori. La Storia ha dimostrato che essi non avevano torto, ma ripeto: a quel tempo nessuno ne aveva la percezione chiara, a parte pochi Cardinali. 

Affermare che il Concilio «è stato tradito» equivale a dire che Amoris Laetitia è stata fraintesa. Se quel Concilio fosse stato dottrinale, avrebbe formulato precise definizioni ed altrettanto precise condanne: ma non era quello che si voleva da parte dei novatori. Solo avendo un Concilio pastorale senza condanne e senza formule chiare si potevano creare le premesse per il cosiddetto postconcilio, seguendo appunto lo spirito del Concilio, ossia la sua anima, la sua mens. A credere che il Vaticano II fosse più o meno come il Vaticano I erano solo gli ingenui, i Pastori in buona fede, tratti in inganno da traditori che sono tanto più colpevoli, quanto più il loro tradimento si mostrò verso chi si fidava di loro. 

Padre Scalese afferma: «Forse, se si studiasse la storia con maggiore attenzione, ci si accorgerebbe che anche in passato i concili sono stati accompagnati da polemiche e lotte spesso violente». Concedo. Ma mai, nella storia della Chiesa, queste polemiche sorsero in modo così massiccio e organizzato contro la Fede da parte degli stessi membri della Gerarchia. E dopo il pronunciamento di un Concilio - fosse quello di Ferrara-Firenze, il Tridentino o il Vaticano I - tutta la Chiesa vi si adeguò. Come si adeguò con il Vaticano II, ma contro tutti i Concilj precedenti, per la prima volta in tutta la storia della Chiesa. E se vi furono turbolenze contro i Concilj, esse vi furono da parte degli eretici che quei Concilj avevano condannato.

É quindi speciosa la distinzione tra la lettera e lo spirito del Vaticano II: come indica la parola stessa, lo spirito è ciò che anima qualcosa. E lo spirito del Vaticano II non ha fatto eccezione, anche se questo impone l’inquietante necessità di trarre le dovute conclusioni. Aggiungerei: si è mai avuto uno spirito del Concilio di Calcedonia che in qualche modo ne ha contraddetto i dettami? o uno spirito del Tridentino che ne ha capovolto i decreti? No. E non vi è stato nemmeno un postconcilio costantinopolitano IV od un postconcilio lateranense III che abbia tradito quei Concilj. 

Il problema del Vaticano II è che esso, nelle intenzioni di chi lo ha manovrato nell’ombra, doveva essere qualcosa di completamente diverso dagli altri Concilj Ecumenici, esattamente secondo la mens espressa da Bergoglio nella conduzione del Sinodo per la Famiglia. 

Nomina sunt consequentia rerum: i termini rivelano l’essenza delle cose, e per cambiare l’essenza del Concilio occorreva mutare il significato sia del sostantivo concilio sia dell’aggettivo ecumenico; nell’impostura che lo ha caratterizzato, esso doveva conciliare bene e male in un ecumenico amplesso irenista che nulla ha di cattolico.

É proprio padre Scalese che conviene con me sul fatto che «ci possano essere nel Concilio ambiguità di linguaggio», strumentali al loro utilizzo doloso. D’altra parte, non mi pare che l’ecumenismo di Assisi o degli incontri sincretisti di questi decenni possa appigliarsi ad alcun documento magisteriale, se non a quelli deliberatamente equivoci del Vaticano II. Né che la dottrina eterodossa del permanere dell’Antica Alleanza trovi altra legittimazione se non in Nostra Aetate. O che la collegialità abbia altre basi che non siano quelle di Lumen gentium. Anzi: tutti questi errori trovano unanime condanna nel Magistero che precede - guarda caso - proprio il Concilio. 

A riprova di ciò, inviterei padre Scalese a redigere una semplice statistica circa il ricorso a citazioni del Vaticano II nelle encicliche, negli atti e nelle allocuzioni papali da Paolo VI in poi, paragonandoli alle fonti preconciliari. Si vedrà che nel cosiddetto magistero postconciliare il riferimento a fonti precedenti al Concilio è drasticamente ridotto se non totalmente scomparso, et pour cause

Conclude padre Giovanni: «Pensare che, per contrastare l’attuale deriva, sia necessario abiurare il Vaticano II e tornare alla situazione ante è pura illusione». Confermo che ritengo l’abiura del Concilio assolutamente imprescindibile per sanare la crisi presente; ma non mi pare di aver mai detto che è necessario tornare indietro. Anche perché sono convinto, come padre Scalese, che «senza il Concilio, non avremmo a disposizione gli strumenti per leggere correttamente l’attuale situazione, valutarne l’effettiva gravità e porvi adeguato rimedio». Dal riconoscere gli errori di quest’epoca e di questa Gerarchia nascerà inevitabilmente un maggior bene per la Chiesa di domani. E se non si possono spostare indietro le lancette dell’orologio della Storia, si può nondimeno avere un moto di resipiscenza, e dire col figliuol prodigo: Ritornerò da mio padre e gli dirò: Padre ho peccato contro Dio e contro di te.

Il Concilio Vaticano II rimarrà nella storia della Chiesa come un’ingloriosa sconfitta della Gerarchia cattolica dinanzi ai nemici di Cristo. Voglia il Cielo che essa ci serva quale sprone per un doveroso mea culpa - l’unico che finora nessun Papa recente abbia mai pronunciato - dinanzi all’immane disastro ch’esso ha causato alle anime, l’offesa alla Maestà divina, il disonore arrecato alla Chiesa ed al Papato.

Commenti

  1. Grazie, per il notevole contributo, calmo e sereno, della replica e della puntualizzazione. E' un mirabile esempio di dialogo coi fratelli e confratelli, cosa che purtroppo non sempre avviene con quei prelati che a volte ammettono qualche dubbio, obtorto collo, ma poi ripartono a testa bassa come arieti..perché il LORO concilio non lo ritengono solo ispirato, ma lo ritengono Spirito Santo in persona.

    I contributi di p.Scalese, mi sembrano degni di attenzione perché rifuggono da questa idolatria.

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  2. Che disastro! Quando avrà termine questo sciagurato periodo???? E' stato detto che non si può tornare indietro, credo però che tantissime cose dovranno essere recuperate, altrimenti sarà il caos totale, ci toccherà camminare sulle macerie di una Chiesa che si è autodemolita.
    Iniziamo col recuperare il latino..............

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  3. Il tradimento del Corpo Mistico di NSGC: mi pare ormai di aver capito che nonostante il Suo auspicio, Lei pensi che non ci sarà alcun mea culpa, ma Passione, Morte e la Resurrezione della Santa Chiesa di NGCG trasfigurata. Ed in effetti ci sono anche la fuga degli Apostoli ed il rinnegamento di S. Pietro.
    Ma la Vergine Maria rimane ai piedi della Croce, ed ecco le numerose apparizioni.
    E San Giovanni?

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  4. Gent. Card. Baronio, trovo molto benefico leggere questo suo lungo chiarimento sugli eventi del CVII al di là di tanta agiografia, magari in buona fede, e ideologia.
    E mi viene un nodo alla gola al pensiero di tutti i mea culpa fatti dalla Chiesa moderna e alle scuse presentate alle più svariate categorie umane: quelle di papa Montini ai 'fratelli separati', quelle di papa Giovanni Paolo II per i pogrom papali contro gli ebrei, per l'inquisizione, per le crociate contro l'islam, per la strage degli ugonotti, per i torti inflitti ai non cattolici, per il comportamento dei credenti verso i neri e verso gli indios, per la debole opposizione al nazismo e alla shoah, ............ un elenco molto lungo, tutto ispirato in senso conciliare ed ecumenico.
    Papa Giovanni Paolo II (San Giovanni Paolo II !)era certamente in buona fede, ma stringe il cuore pensare che di fronte al popolo cattolico nessun pontefice del post concilio abbia mai fatto mea culpa per la non resistenza opposta all'assalto proditorio fatto alla gola della Chiesa di Nostro Signore né porto delle scuse per le lacerazioni che si sono lasciate infliggere al Corpo mistico di Cristo.

    Una cosa che trovo molto inquietante è che l'organizzazione del CVII sia stata perfettamente sovrapponibile al funzionamento dell'attuale Parlamento europeo.
    Lei scrive: "In realtà, chi muoveva il Concilio non erano i Padri sinodali, ma i membri delle Commissioni, scelti e nominati con criterj discutibilissimi: decine e decine di teologi e periti che sino ad allora erano stati guardati con sospetto dal Sant’Uffizio per le loro tesi ardite, se non addirittura condannati per l’aperta formulazione di dottrine eterodosse."
    Come è noto, in sede europea le cose funzionano quasi esattamente così: i parlamentari (scelti e votati dai cittadini europei) possono legiferare e deliberare solo per circa il 20% di tutto il deliberabile. Il restante 80% viene deciso, discusso, elaborato e sancito da commissioni composte da personaggi, non eletti democraticamente, ma facenti parti di oligarchie finanziarie più o meno occulte e certamente inquietanti, a giudicare da come hanno espropriato intere nazioni. Le loro deliberazioni vengono poi comunicate al Parlamento europeo, che non può far altro che recepirle (approvazione senza se e senza ma) e trasmetterle ai parlamenti degli Stati membri, che a loro volta non possono far altro che recepirle e applicarle nei propri ordinamenti.
    Sono andata fuori dal seminato ma solo per rilevare che lo 'stile' dei burattinai è pericolosamente simile.
    Grazie.

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    1. ...perché i burattinai, cara Marisa, sono sempre gli stessi. Da duemila anni: crucifige! (ricorda? crucifige!). Grazie a lei per queste sue riflessioni e a mons. Baronio, chiunque egli sia, per il semplice fatto di opporre con fede e ragione il cattolicesimo all'eterodossia dominante.

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  5. Peter Moscatelli26 gennaio 2018 00:19

    Sperando di fare cosa gradita, mi permetto di informare l'illustre Ospite e i suoi lettori, che due degli schemi preparatori del concilio, poi cestinati, sono stati tradotti e pubblicati in italiano. Si tratta degli schemi su matrimonio, famiglia, verginità e sulla custodia del Depositum fidei.
    Per capire l'ultimo post-concilio credo sia utilissimo conoscere ciò che il concilio preparato avrebbe potuto e dovuto dire. Poi, dal confronto, si traggano le debite conclusioni.
    I testi si trovano presso le Edizioni Fiducia.

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  6. Dice lo Scalese nella sua risposta alla "lettera": «Anche se probabilmente solo pochi anni ci separano dalla generazione precedente, il nostro rapporto col Concilio è differente. Quando questo si è svolto, noi eravamo bambini; quando siamo entrati in seminario, il Concilio si era concluso da una decina d’anni; tutta la nostra formazione si è svolta alla luce di esso. Potremmo dire che il Concilio lo abbiamo assimilato con il latte materno [...] Noi il Concilio non lo abbiamo subíto; per noi era un dato scontato. [...]»

    Come dovevasi dimostrare: si tratta di vocazioni conciliabolari, nate e vissute nel modernismo della "nouvelle théologie" della quale Wojtyla e Ratzinger erano figure di spicco. Naturale che, come nei parlamenti liberal-massonici, tra i modernisti ormai trionfanti a seguito di quella stramaledetta assise si dovessero formare e una "destra" e una "sinistra", in modo che la rivoluzione potesse continuare il suo ciclo biologico di perenne tesi + antitesi = sintesi (concetto fondamentale per comprendere l'avvicendamento dialettico Ratzinger - Bergoglio). Errore però sarebbe appoggiarsi alla "destra" per combattere la "sinistra": chi entra nella dialettica rivoluzionaria supporta in qualche modo, volente o nolente, il processo eversivo; senza dire che spesso la "destra" modernista è più pericolosa proprio perché molto più subdola e astuta: un Ratzinger col suo aspetto moderato e onnitollerante può far "digerire" ad un malcapitato malaccorto cose che un Bergoglio non potrebbe mai.

    Il modernista attuale, a causa della sua concezione eterodossa di fede come ben è spiegato nell'enciclica Pascendi, necessita per diventare un cattolico autentico di una completa revisione dei suoi principi (quia parvus error in principio magnus est in fine) e di una nuova formazione cattolica a partire dalle XXIV tesi, cioè dei principia et pronuntiata maiora della filosofia di S. Tommaso, commissionate da san Pio X ed approvate da quel santo Papa il 27 luglio 1914, ultimo atto ufficiale di quel glorioso pontificato. Ciò è bene ricordarselo, perché la stessa teologia tomista, anche se ora in quasi completo disarmo, è stata ed è tuttora inquinata in senso modernista.

    È verissimo, e lo Scalese dovrebbe prenderne accuratamente nota, quel che afferma Baronio: «A riprova di ciò, inviterei padre Scalese a redigere una semplice statistica circa il ricorso a citazioni del Vaticano II nelle encicliche, negli atti e nelle allocuzioni papali da Paolo VI in poi, paragonandoli alle fonti preconciliari. Si vedrà che nel cosiddetto magistero postconciliare il riferimento a fonti precedenti al Concilio è drasticamente ridotto se non totalmente scomparso, et pour cause.»
    Aggiungo che le pochissime citazioni preconciliabolari sono spesso "attaccate con la colla" giusto per far balenare furbescamente un minimo di continuità che di fatto non c'è.

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    1. Caro Vincenzo,

      anche se condivido la Sua condanna del Modernismo e del Neomodernismo, non mi sento di formulare accuse nei riguardi di padre Scalese, che a mio parere ha dimostrato con la sua risposta di avere almeno a cuore l'esposizione delle sue ragioni e di essere aperto ad un confronto su un tema tanto importante.

      Vi sono, è pur vero, chierici che considerano il Vaticano II come un idolo, e non tollerano che sia messa in discussione alcunché di ciò che esso è stato e ha rappresentato per la Chiesa; ma vi sono anche molti ecclesiastici - sacerdoti, religiosi ed anche religiose - che in buona fede si sono lasciati trarre in inganno e che comprensibilmente trovano difficile sconfessare decenni di illusioni e speranze. Molti non sanno comprendere, o temono le conseguenze che deriverebbero dal comprendere: è un atteggiamento umano che non si può confinare nella mera speculazione astratta, ma necessita di un'opera pedagogica paziente, mossa anzitutto dalla Carità.

      A questi mi sono voluto rivolgere, perché voglio sperare che i fatti recenti - così inscindibilmente legati alle premesse poste dal Concilio - diano loro l'opportunità di aprire gli occhi e comprendere l'inganno dei quali essi sono stati vittime, in gran parte senza cattive intenzioni. A chi viceversa non vuol capire, non posso altro che offrire una preghiera perché la Grazia li illumini e li conduca ad una conversione.

      Ovviamente la consapevolezza dell'impostura conciliare dovrà essere la premessa per un cambio di vita, che deve iniziare necessariamente nel saper denunciare l'errore e nell'abbracciare la Verità rivelata. Comprendere la frode e continuare come se nulla fosse sarebbe difficilmente scusabile.

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    2. E se invece in fondo - perdonate la grana grossa di questa mia considerazione - Benedetto XVI avesse posto il problema in termini di "ermeneutica della continuità" proprio per depotenziare il più possibile questo Concilio rispetto ai precedenti? Operazione non riuscita, tant'è che l'hanno "pensionato", ma gli andrebbe riconosciuto almeno il tentativo. Insieme a quello del recupero della Messa vetus ordo e di una serie di formalismi liturgici, comportamentali, linguistici ed ornamentali non secondari e mai più visti dopo il CVII. Ovviamente è andato tutto a rotoli, e la vecchia pianta, dopo aver buttato qualche fogliolina, è tornata secca.

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    3. Gentile Monsignore, sono spiacente ma "Querculanus" si accusa da sé ammettendo pubblicamente di far dipendere la sua "vocazione" direttamente dal conciliabolo. Afferma infatti: «tutta la nostra formazione si è svolta alla luce di esso. Potremmo dire che il Concilio lo abbiamo assimilato con il latte materno». Non vorremmo che il rispetto umano o peggio una pseudocarità pelosa (che in realtà sarebbe simile all'ipertolleranza del modernista per il quale OGNI esperienza umana è in qualche modo religiosa ed è buona) ci impedisca di esercitare la vera Carità cattolica.

      A proposito della quale scriveva il P. Giuseppe Oreglia di S. Stefano S.J. sulla Civiltà cattolica (anno XIII, vol I della serie V, Roma 1862, pag. 27-39), parlando dei liberali (che sono tra gli avi dei modernisti ed hanno trasmesso loro tra gli innumerevoli altri anche questo difetto):

      «Essi vorrebbero da noi la carità di essere lodati, ammirati, sostenuti, o almeno quella di essere lasciati fare. Noi facciam loro invece la carità di sgridarli, di riprenderli, di eccitarli in varii modi a rinsavire. Quando dicono una bugia, appiccano una calunnia, pigliano la roba d'altri, i liberali vorrebbero che noi coprissimo quelle loro venialitadi col gran mantello della carità. Noi invece li sgridiamo di questo loro essere ladri, menzogneri, calunniatori, facendo loro la carità più fiorita che ci sia, che è quella di non adulare coloro ai quali si vuol fare del bene.»

      Ciò sia detto, beninteso, mutatis mutandis, benignamente e con tutto il rispetto che "Querculanus" si è meritato in questi anni di fatiche pro-conciliabolari, che possiamo opportunamente apprezzare consultando il lungo cursus honorum pubblicato in bella vista su ciascuna pagina dell'omonimo suo sito.

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    4. Vede, caro Vincenzo, è proprio questa petulanza fuori luogo che genera rifiuto e chiusura nell'interlocutore. E se la provo io - che di certo non posso esser tacciato di liberalismo - non mi stupisce se la prova chi è lontano dalle nostre posizioni. Non mi pare di aver in alcun modo dato adito a fraintendimenti, nella mia perorazione, né in tutti i miei altri scritti.

      Se desideriamo convincere qualcuno della bontà delle nostre tesi, non dobbiamo cedere sui principj - è ovvio - ma non possiamo nemmeno ergerci ad impietosi giudici della coscienza altrui, finché da essa ci è dato comprendere la buona volontà di ascoltarci e di comprendere le nostre ragioni. Nessuna indulgenza per l'errore, sia chiaro; ma tanta carità per chi si trova in quell'errore suo malgrado e dà segni di ravvedimento. Giacché se lo scopo che ci prefiggiamo è di tener monologhi, senza riguardo per la sensibilità dell'interlocutore, non possiamo stupirci se non otteniamo ascolto.

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  7. Cesare Baronio,
    alla luce di quanto sta affermando, cosa fare e come aiutare le persone semplici a capire la rivoluzione in atto, senza essere subito tacciati e classificati come scismatici e lefebvriani, quindi non degni di essere ascoltati? Grazie. Continuo a leggerla ringraziando il Signore e la Madonna per i suoi contributi. Sia lodato Gesù Cristo!

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    1. Caro Enrico,

      sono abituato ad esser definito scismatico, lefebvriano, estremista, fanatico, preconciliare, tridentino e via elencando. Se il nostro interlocutore è una persona in buona fede, che sinceramente cerca la Verità, si potrà discutere con lei senza aggredirla, con Carità ed esponendo i proprj argomenti in modo chiaro e credibile: questo ci impone quindi di avere una buona formazione dottrinale e di saper contemperare l'esposizione della dottrina con la dolcezza di cui il divin Maestro fu mirabile esempio. Se però ci troviamo davanti una persona intollerante e piena di pregiudizj, l'unico modo per convincerla della bontà delle nostre tesi è farle vedere che noi per primi ci impegniamo a vivere in prima persona quella Fede che a parole difendiamo: la coerenza della vita cristiana è anch'essa una confessione pubblica, che spesso sa toccare il cuore delle persone più delle argomentazioni più dotte.

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  8. Gentile Cardinal Baronio,
    in merito alle sue riflessioni e a tutti i contributi che precedono mi sorgono spontanee delle domande/riflessioni sparse sul CVII e su quanto lo ha seguito, ora che - per grazia di Dio - sembra che la verità su quanto è accaduto sia riaffiorando dal magma sulfureo prodotto e fatto tracimare dai sediziosi:

    - il fatto di averlo presentato e svolto come 'Concilio pastorale' (fatto inedito da sempre e a tutt'oggi) non è stato per caso il cavallo di Troia col quale si sono introdotti nella Chiesa i peggio virus dell'apostasia, anche se lì per lì non apparirono tali (se non a pochi cardinali dal fiuto fine del batteriologo spirituale)?

    - della definizione woitjlyana, riferita agli ebrei, di "nostri fratelli maggiori nella fede" ignoro tutto il contesto corretto. Mi dico però che anche Caino era il fratello maggiore di Abele...

    - il fatto che papa Bergoglio ripeta sempre che lui non fa altro 'che applicare il Concilio Vaticano II' e che di lui venga detto da qualcuno che " è sicuramente più conciliare della maggior parte dei suoi confratelli vescovi”, possiamo crederlo benissimo, alla luce di quanto sta emergendo sempre più, per grazia di Dio.
    Mia battuta cattivissima:
    anche gli orologi rotti, due volte al giorno, sembrano segnare l'ora giusta...

    Grazie per la Sua illuminata ricerca e testimonianza.

    Sono certa che il Cardinal Cesare Baronio (quello reale, e dichiarato venerabile!) La ispira dal cielo e Le dà tutta l'assistenza che occorre per la santa battaglia della Verità.

    Con riconoscenza.

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