DEUS CARITAS EST - Qualche spunto di riflessione sull'abuso della parola "amore" da parte dei Novatori
By Cesare Baronio - lunedì, novembre 19, 2018
Mai come oggi, da parte dei chierici, si sente parlare di amore.
Amore per i fratelli, ci ripetono dal pulpito: non come riflesso dell’amor di Dio, né come espressione di quel voler bene che si manifesta anzitutto nel volere - appunto - il loro bene, ossia la loro salvezza eterna, ma quale alibi per lasciarli liberi di dannarsi l’anima.
Amore per i poveri: non come zelo per riscattarli dalla loro condizione, né come gesto di ossequio verso il Signore, che ci ha additato in essi la propria immagine sofferente, affinché aiutando loro per amor Suo possiamo meritare d’esser accolti alla Sua destra; ma come strumento di facile rivendicazione sociale che fa dei poveri un nuovo idolo, da opporsi alla presunta colpa d’avere un tetto sulla testa o un tenore di vita decente. Eppure sappiamo che la vera povertà sta nel distacco dai beni materiali, e che può esser più povero un ricco cristiano che usa dei propri mezzi per sovvenire agli indigenti per amor di Dio, di quanto non lo sia il povero attaccato alle sue quattro cose. Sappiamo anche che le élites finanziare che in quest’epoca affamano intere nazioni sono anzitutto anticattoliche, e che rispondono a poteri che da almeno due secoli cercano di demolire la Chiesa, ch’è sempre stata soccorritrice dei poveri tramite le proprie istituzioni caritative gestite dagli Ordini religiosi. Il solidarismo orizzontale e la solidarietà di matrice massonica non faranno mai nulla contro la povertà, al contrario essa serve loro per manovrare le masse.
Amore per i profughi, in nome di una presunta accoglienza che eleva a valore assoluto tutto quanto si oppone alla civiltà, al vivere civile, alle tradizioni di un popolo basate sull’assimilazione millenaria dell’unica vera Religione. E guarda caso il profugo dev’esser per forza un idolatra, mentre il perseguitato cristiano che invoca soccorso dai suoi fratelli è visto con fastidio, perché la sua stessa presenza, il suo grido d’aiuto a chi dovrebbe condividere la sua fede, smentisce i facili proclami pacifisti ed ecumenici secondo cui nessuno muove guerra a Cristo e ai suoi fedeli; secondo cui gli unici a doversi percuotere il petto invocando il perdono della storia e del mondo sarebbero i Cattolici, rei di nefandezze innumeri, dalle Crociate all’Inquisizione. In nome dell’amore dei profughi e dell’accoglienza Paesi un tempo cristiani stanno cancellando la propria eredità, e dove sorgevano chiese si innalzano minareti col beneplacito dei Presuli.
Amore per i peccatori, anzi, con un grottesco eufemismo: per coloro che nel loro cammino di vita hanno fatto scelte diverse dalle nostre. Laddove la diversità non consiste nell’aver intrapreso la vita religiosa o militare, nell’aver condotto all’altare una donna per costituire una famiglia o nell’aver seguito la vocazione sacerdotale, nell’aver messo a frutto i propri talenti come medico o artigiano, ma nel rifiutare di seguire quella vita di rettitudine e moralità cui siamo tutti chiamati, a prescindere dal nostro stato, in forza della legge di natura e dei precetti del Salvatore. Così, secondo la vulgata odierna, si dovrebbe amare il peccatore in quanto tale, rispettando in lui ciò che lo rende appunto peccatore, senza far nulla perché egli si emendi, perché cambi vita, perché si penta e si salvi. L’accoglienza del diverso - ché non si può più osare chiamarlo peccatore, ovviamente - impone, nella perversa declinazione dell’amore, non solo di rispettarlo, ma anche di tacere colpevolmente quei Comandamenti ch’egli infrange, negandoli o annacquandoli a colpi di Amor laetitiae e di Sinodi dei giovani.
Amore del Papa e dei Vescovi, sentiamo dire con petulanza dal Papa e dai Vescovi: proprio quando per amore dell’uno e gli altri si osa ricordar loro che non sono proprietari della Chiesa, ma custodi del gregge loro affidato - temporaneamente - dall’unico Sommo Pastore del quale essi oggi rinnegano l’insegnamento. E chi leva la voce per chieder maggior fedeltà a quell’insegnamento immutabile è tacciato di sedizione, di ribellione, di scisma. Chi, con il cuore che sanguina, implora pane e non pietre dai propri Pastori, è additato come rigido e formalista, incapace di adeguarsi all’evolversi del tempo, sclerotizzato in vecchi schemi dei quali dovrebbe vergognarsi. Ma sappiamo che si può, anzi si deve amare chi nella Chiesa rappresenta Nostro Signore nella misura in cui egli è effettivamente Suo vicario, e non per il solo fatto di abitare sul colle Vaticano o di calzare una mitria in capo.
Amore di Dio, anzi: dell’idea di un dio, qualsiasi esso sia, massimamente se non è il Dio vivo e vero ma un idolo fallace. E questo presunto amore per un vago concetto del divino, che fu appannaggio della Massoneria e dei liberi pensatori del secolo dei Lumi e poi dei seguaci del Modernismo, oggi è fatto proprio sine glossa dalla quasi totalità dei Sacri Pastori, dall’ultimo prete di periferia al Satrapo che siede in Roma, in nome dell’ecumenismo irenista che tutti abbraccia e tutto approva, ad eccezione della Verità eterna e di Colui che l’ha rivelata. Ecco allora le celebrazioni della Pseudoriforma luterana, gli incontri ecumenici, le concelebrazioni con gli acattolici e la scomparsa dello zelo missionario della Chiesa, la cui Gerarchia si è resa muta dinanzi all’errore ed anzi addirittura sua complice nel diffonderlo, tacendo la verità consegnatale da Cristo.
A tanto parlare d’amore, mi pare non corrisponda un amore vero: né verso i poveri, né verso i peccatori, né verso il prossimo, né verso Dio.
Chi ama, prova per l’amato qualcosa che va al di là delle parole e dei gesti, ma che pure nelle parole e nei gesti trova una conferma di quel sentimento purissimo. Il giovane che bacia la sua innamorata non esaurisce in quel bacio l’amore che prova per lei; la sposa che posa il capo sul petto dello sposo non esaurisce il suo amore con quel gesto; la madre che stringe al seno il figlio non si sazierà di abbracciarlo e di coccolarlo; il figlio che assiste il padre morente tenendogli la mano, il soldato che combatte per la Patria, l’infermiera che accudisce il malato terminale, l’insegnante che con pazienza corregge i compiti dei propri allievi hanno solo quei poveri gesti, carichi di significato, per dar prova di amore. E senza quei poveri gesti, il loro amore sarebbe sterile, perché siamo fatti di anima e corpo, e quel che l’anima prova deve in qualche modo esser testimoniato anche dall’atteggiamento esteriore.
Ma se queste cose possono sembrare addirittura banali per chiunque, vi è un ambito in cui incomprensibilmente pare che non valgano. Così il sacerdote può celebrare sciattamente la Messa, e si deve continuare a credere ch’egli ami il Signore; può trattare con noncuranza il Santissimo Sacramento, e si deve pensare che lo faccia per non scadere nel formalismo di una genuflessione in più o in meno. Il Vescovo può affermare che tutte le religioni sono uguali, e che la salvezza è assicurata a chiunque come la promozione dopo il Sessantotto, ma nessuno si domanda: come può un’anima consacrata disprezzare il Signore mettendoLo sullo stesso piano degli idoli? che amore verso Dio può avere un Prelato che non Lo considera l’unica, vera ragione di vita, e che occhieggia agli dèi delle genti come l’adultero ammicca alle prostitute mentre sua moglie è a casa coi bambini? che amore alberga nel cuore del missionario che non converte i pagani, limitandosi a curarli nel corpo, quando la loro anima è morta alla Grazia e attende di esser rigenerata nel lavacro del Battesimo? che amore ha il sacerdote che rifiuta la conversione dell’eretico, preferendo il dialogo ecumenico alla salvezza di un’anima che Cristo ha chiamato a Sé? E infine: come può il Vicario di Cristo - o chi ne indossa le vesti - baciare il Corano, nascondere la Croce quando visita un tempio pagano, affermare che «Dio non è cattolico», o dire: «Chi sono io per giudicare?» e pretendere che si creda ch’egli ami realmente, incondizionatamente e appassionatamente l’unico Salvatore incarnato e morto per noi? Sarebbe come sentir dire da un innamorato: «La mia fidanzata è carina, per carità, e anche gentile, ma alla fine è come tutte le altre», o alla madre: «Voglio bene al mio bambino, ma ne voglio anche a qualsiasi altro», o al soldato: «Amo la mia Patria, ma combatterei anche per il nemico senza problemi».
Che amore può avere il servita che strappa la corona del Rosario, la Superiora che fa togliere dal refettorio la statua della Vergine chiamandola «Quella là» , il parroco che corrompe l’innocenza dei fanciulli insegnando loro gli errori degli eretici invece del Catechismo, o la castità del giovinetto traviandolo con turpi seduzioni? Quale amore per il prossimo avrà il Monsignore che profana il suo corpo e perverte l’anima altrui col peccato, o il teologo che disprezza la morale e la dottrina, o il confessore che non ammonisce il peccatore, confermandolo nella colpa? Quale amore avrà il Prelato che organizza festini al Sant’Uffizio, e il Cardinale che sapendolo lo protegge e lo promuove? Quale amore c’è nel Vescovo che invita i suoi fedeli a non scomodarsi per andare a Messa la domenica, dicendo che va benissimo anche se un laico legge loro qualche passo del Vangelo come fanno i Calvinisti? Quale amore nel Prefetto di Congregazione che disperde le vocazioni religiose dei Francescani dell’Immacolata e impone visite apostoliche alle claustrate che hanno la sola colpa di voler servire il Signore secondo il carisma dell’Ordine? E oso dire: che amore per Dio può avere il sacerdote che accetta, per quietovivere o per pavidità, di privare l’Amato dell’espressione più alta e perfetta di amore che è il Santo Sacrificio, preferendogli un rito scialbo e ipocrita o anche solo approvando che vi siano altri sacerdoti che lo celebrano? Che amore può avere un Papa che promulga quel rito per compiacere i nemici dell’Amato, coloro che coi loro errori causano la dannazione di tante anime, offendono Dio e vanificano il gesto supremo d’amore del Salvatore sul Golgota?
La frode dell’amore orizzontale che non è amore è confermata dall’assenza dell’odio cristiano. Sì: dell’odio. Perché il Creatore ha voluto che fossimo naturalmente spronati dalle passioni. Se l’amore è la passione che si prova in presenza del bene, l’odio è la passione che si deve provare in presenza del male. E chi non è capace di odiare il male; chi non prova una ribellione naturale dinanzi ad esso; chi non è scandalizzato dal male inferto a chi si ama - e principalmente a Colui che è Amore Egli stesso - non sa nemmeno amare. Iniquos odio habui, dice il Salmo. Perfecto odio oderam illos. Anche la santa collera è voluta da Dio, e Nostro Signore ci ha mostrato che nel veder profanato il tempo era non solo lodevole, ma anzi doveroso prendere un flagello e ribaltare i banchi dei mercanti, per amore del Bene e per odio del Male. Le orecchie sorde dei Novatori sono incapaci di amore anche perché sono incapaci di odio: per essi non vi è Bene e non vi è Male, non ci sono buoni e non ci sono malvagi. Finché non si ritrovano ad odiare il bene e ad amare il male, a detestare chi segue Dio ed approvare chi Lo combatte. In nome di un menefreghismo che si traveste da tolleranza, mentre non è nient’altro che disinteresse per Dio e per il prossimo. Giacché se non si sa amare Dio, non si può nemmeno amare il prossimo, e si preferisce comodamente lasciar che si danni, dirgli che va tutto bene, che dev’esser rispettato, sia egli un sodomita o un eretico, un adultero o un idolatra. Così le proteste di libertà che sentiamo dai pulpiti - e dinanzi alle quali ben pochi si scandalizzano - si mostrano per quel che sono: prove dell’ignavia e dell’accidia sordida di chi non solo non sa amare il suo Creatore e Signore e Redentore, ma nemmeno le persone che ha a fianco, abbandonate a se stesse in nome della libertà di fare il male.
E dire che non è difficile da comprendere: ci si ribella quando si vede prendere a calci un cane, ma non quando si fa a pezzi una creatura inerme nel ventre materno, o quando si avvelena l’anziano per affrettarne la morte. Anche qui non c'è amore, né per le vittime, né per i carnefici: alle prime si nega la giustizia, ai secondi si fa venir meno quel kathèkon che impone - sempre - di impedire il male e di condannarlo. E sentir che i Vescovi d’Irlanda - è notizia di questi giorni - non si sono opposti alla depenalizzazione della bestemmia in una nazione che un tempo era cattolica, fa comprendere ch’essi non sono capaci di amore, né per la Maestà Divina oltraggiata dall’empio, né per l’empio che dinanzi ad un qualche impedimento può ravvedersi, o quantomeno non moltiplicare le proprie colpe per timore della giusta pena. Come reagirebbe un padre dinanzi allo stupro di sua figlia, o una madre che vedesse torturato il figlio? Come si comporterebbe un figlio nel veder oltraggiata la madre o percosso il padre? Ovviamente odiare il male non significa odiare chi lo compie: ciò contraddirebbe il precetto divino che ci impone di amare i nostri nemici. Ma se non si deve odiare il peccatore, non per questo non si deve odiare il peccato; e l’amore per il peccatore - se è tale - deve ricercare la sua salvezza eterna in nome dell’amore di Dio. Oltre al fatto che è meritorio perdonare le offese nei nostri confronti, ma non si può tollerare che si offenda il Signore né che si opprima il giusto.
La frode dell’amore orizzontale che non è amore è confermata dall’assenza dell’odio cristiano. Sì: dell’odio. Perché il Creatore ha voluto che fossimo naturalmente spronati dalle passioni. Se l’amore è la passione che si prova in presenza del bene, l’odio è la passione che si deve provare in presenza del male. E chi non è capace di odiare il male; chi non prova una ribellione naturale dinanzi ad esso; chi non è scandalizzato dal male inferto a chi si ama - e principalmente a Colui che è Amore Egli stesso - non sa nemmeno amare. Iniquos odio habui, dice il Salmo. Perfecto odio oderam illos. Anche la santa collera è voluta da Dio, e Nostro Signore ci ha mostrato che nel veder profanato il tempo era non solo lodevole, ma anzi doveroso prendere un flagello e ribaltare i banchi dei mercanti, per amore del Bene e per odio del Male. Le orecchie sorde dei Novatori sono incapaci di amore anche perché sono incapaci di odio: per essi non vi è Bene e non vi è Male, non ci sono buoni e non ci sono malvagi. Finché non si ritrovano ad odiare il bene e ad amare il male, a detestare chi segue Dio ed approvare chi Lo combatte. In nome di un menefreghismo che si traveste da tolleranza, mentre non è nient’altro che disinteresse per Dio e per il prossimo. Giacché se non si sa amare Dio, non si può nemmeno amare il prossimo, e si preferisce comodamente lasciar che si danni, dirgli che va tutto bene, che dev’esser rispettato, sia egli un sodomita o un eretico, un adultero o un idolatra. Così le proteste di libertà che sentiamo dai pulpiti - e dinanzi alle quali ben pochi si scandalizzano - si mostrano per quel che sono: prove dell’ignavia e dell’accidia sordida di chi non solo non sa amare il suo Creatore e Signore e Redentore, ma nemmeno le persone che ha a fianco, abbandonate a se stesse in nome della libertà di fare il male.
E dire che non è difficile da comprendere: ci si ribella quando si vede prendere a calci un cane, ma non quando si fa a pezzi una creatura inerme nel ventre materno, o quando si avvelena l’anziano per affrettarne la morte. Anche qui non c'è amore, né per le vittime, né per i carnefici: alle prime si nega la giustizia, ai secondi si fa venir meno quel kathèkon che impone - sempre - di impedire il male e di condannarlo. E sentir che i Vescovi d’Irlanda - è notizia di questi giorni - non si sono opposti alla depenalizzazione della bestemmia in una nazione che un tempo era cattolica, fa comprendere ch’essi non sono capaci di amore, né per la Maestà Divina oltraggiata dall’empio, né per l’empio che dinanzi ad un qualche impedimento può ravvedersi, o quantomeno non moltiplicare le proprie colpe per timore della giusta pena. Come reagirebbe un padre dinanzi allo stupro di sua figlia, o una madre che vedesse torturato il figlio? Come si comporterebbe un figlio nel veder oltraggiata la madre o percosso il padre? Ovviamente odiare il male non significa odiare chi lo compie: ciò contraddirebbe il precetto divino che ci impone di amare i nostri nemici. Ma se non si deve odiare il peccatore, non per questo non si deve odiare il peccato; e l’amore per il peccatore - se è tale - deve ricercare la sua salvezza eterna in nome dell’amore di Dio. Oltre al fatto che è meritorio perdonare le offese nei nostri confronti, ma non si può tollerare che si offenda il Signore né che si opprima il giusto.
Chi ama una persona, può amare ed essere amato di un amore umano, e quell’amore può elevarsi a qualcosa di divino solo se lo si fa per amore di Dio. Ma chi ama Dio, ama ed è amato in un modo soprannaturale, sicché quel sentimento diventa virtù teologale di Carità. E sappiamo che Dio stesso è Carità, così come è Verità. L’una e l’altra sono essenziali a Dio. Ecco perché l’eretico pervicace è incapace di Carità: egli è separato dalla Verità e di conseguenza anche dalla Carità, entrambi attributi di Dio.
L’amore, anzi la Carità, quel fuoco ardente nel cuore e nell’anima non conosce tiepidezza, non concepisce compromessi, è disposto a morire - come hanno fatto i Martiri sull’esempio del Figlio eterno, che per amore perfettissimo vero il Padre si è offerto per la nostra Redenzione incarnandoSi e soffrendo il supplizio della Croce. E il Padre, con altrettanto amore perfettissimo, ha accolto l’offerta del divin Figlio in riparazione della colpa dei nostri Progenitori. E nell’eternità, lo Spirito Santo è l’Amore divino che procede dal Padre e dal Figlio: un amore così supremo ed eterno da esser Dio e Terza Persona della Santissima Trinità.
Quando un Cattolico parla dell’amore, dovrebbe pensare che l’amore umano non può prescindere dalla Carità, ossia da quell’amore per Dio e del prossimo per amor Suo. Non bastano le genuflessioni né i baci ai piedi degli idolatri, per dimostrare amore. L’amore umano, che vuole rimanere umano e che rifiuta Dio, o che crede di poterLo confinare nella sfera privata, non è amore, ma una sua grottesca e blasfema parodia.
