Le ragioni dell'appoggio della gerarchia modernista allo jus soli
By Cesare Baronio - venerdì, ottobre 20, 2017
Quando dividebat Altissimus gentes,
quando separabat filios Adam,
constituit terminos populorum
juxta numerum filiorum Israël.
quando separabat filios Adam,
constituit terminos populorum
juxta numerum filiorum Israël.
Deut. XXXII, 8
Perché la neo-chiesa è così smaniosa di estendere i diritti di cittadinanza, dimenticando spesso che essi trovano un necessario completamento nei doveri ch'essa comporta? Perché i suoi capi, i suoi ministri, i suoi corifei sono i primi ad essere clandestini in seno alla Chiesa, non condividendone né i principi, né la morale, né la storia. Verrebbe da dire, nemmeno la lingua, a giudicare da come pontificano i Prelati di oggi. Invasori silenziosi, nemici non dichiarati, quinte colonne.
Per lo stesso motivo essi legittimano la sodomia e il concubinato: Cicero pro domo sua. Giungeranno a derubricare anche altri peccati, purché siano quelli in cui essi indulgono. E viceversa, si stanno già inventando nuove fattispecie di colpa, tra cui quella imperdonabile di integralismo che essi aborrono, poiché l'integralista difende nella sua totalità il corpo dottrinale, morale, spirituale e liturgico di una Religione in cui essi non credono, della quale negano i dogmi, di cui adulterano il contenuto, la cui storia gloriosa essi screditano e deridono per non sentirsi condannati e scomunicati assieme ai grandi eresiarchi, dei quali celebrano oggi la ribellione, osando addirittura chiamare in causa il Paraclito a suggello dei propri e altrui deliri.
Misericordia, quindi, ma solo per i loro sodali, i cui scandali sono sempre meritevoli di comprensione e indulgenza, le cui deviazioni non sono mai considerate gravi, ma anzi di stimolo a quel dialogo che, lungi dall'erigere muri contro l'errore, abbatte le difese della verità, ne tace o ne adultera i contenuti.
Per lo stesso motivo essi legittimano la sodomia e il concubinato: Cicero pro domo sua. Giungeranno a derubricare anche altri peccati, purché siano quelli in cui essi indulgono. E viceversa, si stanno già inventando nuove fattispecie di colpa, tra cui quella imperdonabile di integralismo che essi aborrono, poiché l'integralista difende nella sua totalità il corpo dottrinale, morale, spirituale e liturgico di una Religione in cui essi non credono, della quale negano i dogmi, di cui adulterano il contenuto, la cui storia gloriosa essi screditano e deridono per non sentirsi condannati e scomunicati assieme ai grandi eresiarchi, dei quali celebrano oggi la ribellione, osando addirittura chiamare in causa il Paraclito a suggello dei propri e altrui deliri.
Misericordia, quindi, ma solo per i loro sodali, i cui scandali sono sempre meritevoli di comprensione e indulgenza, le cui deviazioni non sono mai considerate gravi, ma anzi di stimolo a quel dialogo che, lungi dall'erigere muri contro l'errore, abbatte le difese della verità, ne tace o ne adultera i contenuti.
La neo-chiesa, concepita nelle conventicole conciliari con la connivenza dei suoi papi; allevata nelle associazioni cattocomuniste e nei Seminari; educata da docenti in odore di eresia negli atenei pontifici e negli Istituti di Scienze Religiose su testi di apostati pieni di sé; infiltrata nei Dicasteri romani, nella Segreteria di Stato, nelle Nunziature e nelle Diocesi a colpi di nomine indecorose; questa neo-chiesa, nutrita di ipocrisia e dissimulazione, oggi si mostra nella sua arroganza, nell'oltracotanza dei suoi adepti, nella svergognata ostentazione di tutto ciò che sino a ieri era appena tollerato, se non apertamente denunciato: vizio, immoralità, ignoranza, superbia, presunzione, pavidità cortigiana dinanzi al forte e crudeltà spietata verso il debole.
Così lo jus soli che si propaganda a Santa Marta, che si sbandiera nella Conferenza Episcopale e si pubblica in irrituali interviste telefoniche con atei ed anticlericali notori, non deve valere solo per il maomettano che il cinismo dei potenti muove da un continente all'altro per scardinare ciò che rimane della Fede, delle tradizioni, della cultura, dell'arte e dell'ingegno di popoli un tempo cristiani. Chi crede che il sostegno della neo-chiesa alla rivoluzione massonica sia motivato da carità è miope, se non in malafede. Quell'appoggio trova la propria ragione nella consapevolezza di non aver alcun titolo di cittadinanza in seno alla Chiesa Cattolica, di esser indegni del nome cristiano, di non poter aver alcuna parte alle promesse del Salvatore.
E poiché il loro padre è Satana, essi non hanno Padre in cielo, né in terra. Avendo scelto di schierarsi con i nemici di Nostro Signore, non hanno come Madre la Chiesa. Poiché negano la Sua divina ed universale Sovranità, non hanno il Signore come loro Re, e non parteciperanno alla Sua vittoria. Avendo stretto un turpe sodalizio col Principe di questo mondo, non possono avere come amici e concittadini gli Angeli e i Santi. Non predicano il Vangelo opportune importune, avendo scelto di farsi araldi dell'Anticristo. E siccome essi per primi sanno di esser indegni commensali del sacro banchetto, dopo aver imbastardito la liturgia ed impoverito la santità dei riti, ora vogliono addirittura cancellare la Messa cattolica. Ammettendo nel pantheon conciliare demoni e idoli, essi rifiutano la divina eredità del Padre, ch'è Dio geloso, prostituendosi allo spirito del mondo; insofferenti alla sacralità della casa di Dio, cedono le chiese ai culti degli eretici ed alle superstizioni degli idolatri. Impotenti a generare nuovi figli alla Grazia, tacciono gli orrori dell'aborto ma si sdilinquiscono dinanzi alle scimmie proiettate sulla facciata di San Pietro. E ciò che è peggio, è che non si accontentano di precipitarsi nell'abisso, ma vogliono trascinare con sé quante più anime riescono, in un delirio di morte e dannazione.
Di quale città possono esser considerati cittadini costoro, se non della civitas diaboli fondata da Caino?
Non stupisce quindi che essi, dopo aver concesso la cittadinanza cattolica a chi cattolico non è, si adoperino affinché anche lo Stato conceda la cittadinanza a chi non ne ha i requisiti: lo jus soli è la premessa per la dissoluzione della Patria, così come l'ecumenismo si è dimostrato premessa per la dissoluzione della Religione.
Non stupisce quindi che essi, dopo aver concesso la cittadinanza cattolica a chi cattolico non è, si adoperino affinché anche lo Stato conceda la cittadinanza a chi non ne ha i requisiti: lo jus soli è la premessa per la dissoluzione della Patria, così come l'ecumenismo si è dimostrato premessa per la dissoluzione della Religione.
Tu, qui cuncta scis et vales,
qui nos pascis hic mortales:
tuos ibi commensales, coheredes et sodales
fac sanctorum civium.
_______
Post scriptum.
Rimane da capire, in questa congerie di farneticamenti - che spaziano dalla religione alla politica ma che rivelano la costante di una vocazione all'autodistruzione - come si possa conciliare lo jus soli con la radicata identità nazionale di Israele e dei paesi islamici, basata su una componente di razza e religione. La smania di chierici e politici di compiacere Sion o la Mezzaluna nel nostro Paese difficilmente si concilia con l'idea di cittadinanza che hanno gli Ebrei e i Maomettani.
Eppure, proprio chi in casa propria rinunzia a tutelare l'elemento che fa di singoli individui una Nazione - una d'arme, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue e di cor - non chiede pari atteggiamento a Tel Aviv o a Ryiad: se la discriminazione per i Cristiani in Israele è un dato di fatto ad iniziare dal divieto di matrimoni misti, lo straniero non musulmano che voglia acquisire la cittadinanza in Arabia Saudita, Iran, Sudan, Emirati, Somalia, Afghanistan, Malesia, Mauritania, Pakistan, Qatar ed altri ancora si trova davanti a mille impedimenti, dettati dall'applicazione della Sharia nelle legislazioni civili. Oltre alla pena di morte per chi abbandona l'Islam e si converte al Cristianesimo.
Cosa impedirà ai futuri cittadini italiani di religione islamica di eleggere deputati, governatori e sindaci che professino il loro credo? Cosa impedirà ai rappresentanti musulmani di legiferare in coerenza con la Sharia, mentre i parlamentari cristiani discettano di coppie di fatto e unioni gay? La sterilità del nostro popolo, unita alla prolificità dei figli della Mezzaluna, sta già facendo emergere un problema di convivenza, che è destinato ad acuirsi sempre più e a determinare una mutazione radicale della nostra identità, non scevra da conflitti sociali. A quel punto nessuno dei nostri giovani, reso eunuco dal buonismo dei chierici e dei politici e corrotto dai vizi di una società senza morale, oserà imbracciare le armi per resistere all'imposizione della legge islamica. Basterà non privarli del cellulare.
Post scriptum.
Rimane da capire, in questa congerie di farneticamenti - che spaziano dalla religione alla politica ma che rivelano la costante di una vocazione all'autodistruzione - come si possa conciliare lo jus soli con la radicata identità nazionale di Israele e dei paesi islamici, basata su una componente di razza e religione. La smania di chierici e politici di compiacere Sion o la Mezzaluna nel nostro Paese difficilmente si concilia con l'idea di cittadinanza che hanno gli Ebrei e i Maomettani.
Eppure, proprio chi in casa propria rinunzia a tutelare l'elemento che fa di singoli individui una Nazione - una d'arme, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue e di cor - non chiede pari atteggiamento a Tel Aviv o a Ryiad: se la discriminazione per i Cristiani in Israele è un dato di fatto ad iniziare dal divieto di matrimoni misti, lo straniero non musulmano che voglia acquisire la cittadinanza in Arabia Saudita, Iran, Sudan, Emirati, Somalia, Afghanistan, Malesia, Mauritania, Pakistan, Qatar ed altri ancora si trova davanti a mille impedimenti, dettati dall'applicazione della Sharia nelle legislazioni civili. Oltre alla pena di morte per chi abbandona l'Islam e si converte al Cristianesimo.
Cosa impedirà ai futuri cittadini italiani di religione islamica di eleggere deputati, governatori e sindaci che professino il loro credo? Cosa impedirà ai rappresentanti musulmani di legiferare in coerenza con la Sharia, mentre i parlamentari cristiani discettano di coppie di fatto e unioni gay? La sterilità del nostro popolo, unita alla prolificità dei figli della Mezzaluna, sta già facendo emergere un problema di convivenza, che è destinato ad acuirsi sempre più e a determinare una mutazione radicale della nostra identità, non scevra da conflitti sociali. A quel punto nessuno dei nostri giovani, reso eunuco dal buonismo dei chierici e dei politici e corrotto dai vizi di una società senza morale, oserà imbracciare le armi per resistere all'imposizione della legge islamica. Basterà non privarli del cellulare.
Un episodio indicativo del pregiudizio modernista verso i cattolici
By Cesare Baronio - venerdì, aprile 14, 2017
In una splendida basilica barocca si sta celebrando la Messa solenne in Coena Domini secondo il rito tridentino. L'altare è ornato di rami di palme e la croce è velata di bianco. Diacono e suddiacono accompagnano il celebrante alla balaustra, dove i fedeli si comunicano in ginocchio. I cantori, agli stalli del coro, salmodiano in gregoriano, senza l'accompagnamento dell'organo, che tacerà sino al Gloria della Veglia pasquale.
Entra in chiesa un gruppo di fedeli di un'altra parrocchia. Non genuflettono, non si segnano, non usano l'acqua benedetta. Arrivano rumorosamente fin quasi all'altar maggiore, e si mettono in piedi al lato del Vangelo, parlottando tra loro. Ridacchiano, sorridono nel vedere il modo in cui il sacerdote amministra la Comunione, si guardano increduli tra loro, come se si trattasse di una cerimonia di una religione ch'essi ignorano. Tra essi vi è un tipo che imbraccia una chitarra, ed un personaggio vestito in grigio - camicia bianca aperta, maniche rimboccate, scarpe da ginnastica - che evidentemente è il loro parroco. Nemmeno lui si inginocchia passando davanti al presbiterio.
I sacri ministri risalgono l'altare e i vasi sacri sono purificati. Il suddiacono porta il calice alla credenza e, tornato all'altare, si mette dietro al diacono, in columna, mentre il celebrante si volge al popolo, leggermente discosto per non dare le spalle al Santissimo, e canta il Dominus vobiscum, prima di intonare il postcommunio.
Il gruppetto si allontana frettolosamente, lascia la chiesa senza una genuflessione né un inchino, qualcuno accenna un segno di croce. Continuano a ridacchiare tra loro, con il compatimento sul volto. Scappano, letteralmente, appena vedono apparire l'ombrellino sotto il quale il sacerdote, rivestito del piviale e del velo omerale, porterà il Santissimo all'altare della reposizione.
Erano venuti per visitare i sepolcri, ed improvvisare canzonette con la chitarra. Probabilmente l'avevano fatto già altrove e tra poco lo faranno in altre chiese: ma non qui. Qui non pregano, non adorano, non genuflettono.
Mi chiedo se ci considerino di un'altra religione. Noi siamo cattolici, ma loro? Non sono forse costoro - che si sentono fratelli di tutti e per cui tutti sono fratelli, compresi gl'idolatri - a riempirsi la bocca con il facile collutorio ideologico dell'accoglienza, del rispetto delle differenze, della fraternità, dei ponti al posto dei muri? Non sono loro a dire che non bisogna discriminare?
Eppure nessuno li ha allontanati, nessuno li ha rimproverati perché non osservavano il silenzio che ogni buon cattolico sa doversi rispettare in chiesa, specialmente durante una funzione. Se avessero preso posto tra i banchi, nessuno li avrebbe guardati con derisione.
Ma per noi la misericordia, la tolleranza, l'accoglienza non valgono. C'è solo il disprezzo, lo scherno, il compatimento. Siamo i paria della chiesa bergogliana, i vitandi del postconcilio, gli scomunicati del terzo millennio. Formali, ipocriti, farisei. Basta una parola in latino, una berretta in capo, e subito si dimostra l'inconsistenza delle loro frasette mandate a memoria, dello squallido copia e incolla ecumenico.
Tra loro e noi non si lanciano ponti, ma si elevano muri: muri di incomprensione che dimostrano - semmai ve ne fosse stato bisogno - l'abisso che ci separa. Un abisso di belle parole, di formule che piacciono tanto al mondo, ma in cui manca inesorabilmente la carità. Ubi caritas et amor, Deus ibi est, cantavamo poco prima, mentre il sacerdote lavava i piedi ai dodici. Cessent jurgia maligna, cessent lites. Ma chi sono gli ipocriti?
Miserabili. Non ho altre parole per definire l'infame oltraggio con cui è stata volta in blasfema parodia l'Ultima Cena, uno dei momenti più sacri della Settimana Santa, proprio mentre la Chiesa celebra la Passione del Signore.
Miserabili. E' facile, troppo facile offendere Gesù Cristo, in questa società scristianizzata che si mostra sollecita ed accogliente verso i vizi più turpi, e che rimane sorda davanti all'amore redentore di Dio, al Suo sacrificio, alla Sua Croce.
Ma gli oltraggi, gli schiaffi, gli sputi, i colpi di bastone, le frustate vengono dai nemici di Cristo: da costoro non possiamo aspettarci altro, perché sono accecati dall'odio ed hanno per padre Satana. Ciò che addolora maggiormente il Cuore divino del Signore è il silenzio imbarazzato, il tradimento complice, il rinnegamento dei Suoi apostoli. Et, relicto eo, fugerunt.




