Il Congresso Sionista di Basilea, Concilio Vaticano II dell'Ebraismo
By Cesare Baronio - martedì, novembre 07, 2017
La storia del popolo d’Israele e quella della Chiesa Cattolica presentano un’analogia che mi pare non sia stata approfondita a sufficienza, specialmente perché non risponde alla vulgata che la società odierna ha imposto tanto a proposito degli Ebrei quanto dei Cattolici.
Questa analogia va ricercata tra il Primo Congresso Sionista, tenutosi a Basilea dal 29 al 31 Agosto del 1897, ed il Concilio Vaticano II: l’uno e l’altro mostrano somiglianze che meritano di esser analizzate.
In occasione del Congresso Sionista, 204 membri venuti dai paesi dell’Europa e dell’Asia si incontrarono per dare inizio ad una nuova era dell’Ebraismo, che trovò l’opposizione del Rabbinato occidentale contro l’idea di separare l’appartenenza religiosa del popolo ebraico (Ebraismo) dal suo impegno politico finalizzato alla rivendicazione di un proprio Stato (Sionismo). Se l’Ebraismo rivendicava a sé l’elezione divina proclamandosi popolo di Dio, il Sionismo abbandonava l’aspetto religioso e si qualificava unicamente come popolo, titolare di diritti che la comunità internazionale avrebbe dovuto riconoscere, permettendogli di costituire una nazione - Sion - in Palestina.
Anche dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme ad opera di Tito nell’anno 70 dell’era cristiana, gli Ebrei continuavano a credere che la ricostituzione di Sion sarebbe avvenuta miracolosamente per opera del Messia inviato da Dio. Le Sacre Scritture e le Profezie indicavano chiaramente in Nostro Signore Gesù Cristo il Salvatore promesso ad Abramo ed annunciato da Mosè, come hanno spiegato con massima chiarezza i fratelli Augustin e Joseph Lehmann (1836 - 1909/1915), convertiti dal Giudaismo al Cattolicesimo e divenuti entrambi sacerdoti, teologi e poi nominati Prelati da San Pio X. Le loro opere, tra le più dotte e complete, rappresentano un compendio impareggiabile di chiara esposizione della dottrina messianica e mostrano lo zelo apostolico della Chiesa nei confronti del popolo che fu l’eletto, «a completamento e coronamento, non a rovesciamento, della religione mosaica».
La dottrina mosaica del Messia venturo si contrapponeva alla dottrina cattolica, che invece riconosceva in Gesù Cristo il Salvatore promesso, e nella Chiesa il nuovo Israele. Ma almeno il popolo ebraico continuava a credere in un Messia personale, mandato da Dio.
Per l’Ebreo, la ricostituzione della propria patria, pur in una dimensione terrena e non nella visione spirituale preconizzata dalla Scrittura, si sarebbe attuata ad opera del Messia: ne troviamo conferma negli scritti del Gran Sinedrio del 1807, che raccomandava ai propri fedeli:
«È dovere religioso di ogni Israelita nato o cresciuto in uno Stato o che ne sia cittadino per residenza, considerare quello Stato come sua patria» e prescriveva di avere «per il suo Principe e le sue Leggi il rispetto, l’attaccamento e la fedeltà che tutti i sudditi gli devono riconoscere».
Quando Napoleone decise di regolare la questione ebraica convocando, per la prima volta dopo la distruzione del Tempio, il Gran Sinedrio, corte suprema giudaica composta da 71 tra rabbini e laici israeliti. Creato il 10 Dicembre 1806, il Gran Sinedrio iniziò le sessioni il 31 gennaio del 1807 a Parigi, nella chiesa sconsacrata di San Giovanni.
Il 5 Febbraio avvenne un fatto che la vulgata moderna si guarda bene dal divulgare. Lo riporta lo storico François Piètri (1882-1966):
«Rabbi Avigdor pronuncia un discorso che costituisce un autentico colpo di scena ma che, dopo un primo movimento di sorpresa, provocherà l'entusiasmo di tutto il Sinedrio. Appoggiandosi su un ricco e preciso apparato di citazioni storiche, la sua allocuzione rende grazie alla Chiesa Cattolica per la protezione che non ha mai cessato di accordare agli ebrei perseguitati. Avigdor dà un lungo elenco di Padri e di Papi che hanno trattato con umanità e ospitato gli israeliti espulsi e tormentati dal potere civile in quasi tutti gli Stati d'Europa. Ricorda che il solo luogo da cui il popolo eletto non fu mai cacciato è quello su cui i Pontefici esercitarono il loro potere temporale. In Francia, le migliori condizioni in assoluto per gli ebrei furono quelle di Avignone e del Contado Venassino, territori soggetti all'autorità papale. Alla fine del suo excursus storico, il rabbino di Nizza - tra gli applausi dei colleghi che lo ascoltano in piedi - domanda al Sinedrio di deliberare “un voto di gratitudine alla Chiesa di Roma per i benefici del Clero cattolico verso gli Ebrei”».
La mozione, testimoniano le cronache, fu votata subito e ottenne l’unanimità dei 71 sinedriti. Osserva Piètri, peraltro studioso rigorosamente laico:
«Un simile omaggio può sembrare sorprendente ad alcuni ma, in realtà, era giustificato. Chi conosce la storia delle persecuzioni antiebraiche sa che queste partivano sempre dal potere laico o dal popolaccio e non dalle autorità ecclesiastiche che, anzi, furono un freno a queste esplosioni di violenza».
Come si vede, la riconoscenza degli Ebrei alla Chiesa non era messa in discussione all’epoca, così come per ogni Ebreo la fede nel Messia aveva un carattere dogmatico,
«che non è dottrina personale di questo o quel Rabbino, ma che compare nel numero dei tredici articoli di fede della Sinagoga, insegnati nei nostri catechismi ai nostri fanciulli» (Zadoc Kahn, Gran Rabbino di Francia dal 1889).
Ma torniamo al Congresso di Basilea, grazie al quale l’idea messianica subì una mutazione radicale, ed il Messia divenne simbolo del progresso, della fraternità umana da conseguirsi, del trionfo delle grandi verità morali e religiose del Giudaismo. Insomma, presso i Giudei molti fedeli considerano il Messia come una speranza lontana, concepita dai profeti d’Israele a vantaggio dell’umanità intera. Per gli scettici, il dogma doveva esser letto con lo stesso approccio con cui, in seno alla Chiesa, i Modernisti condannati da San Pio X consideravano i dogmi cattolici: in continua evoluzione, frutto di una mentalità da inquadrare in un determinato periodo storico, e quindi suscettibili di diversa interpretazione col passare del tempo.
Fu il giornalista viennese Théodore Herzl, assieme ad alcuni notabili ebrei, a lanciare l’idea del Sionismo:
«Non è forse giunto il momento di ricostituire quella nazione giudaica che, dal fondo delle sinagoghe e dei ghetti, Israele non ha mai smesso di desiderare?»
Questa proposta, fatta propria dal Congresso, doveva concretizzarsi in quattro punti:
1- l’incoraggiamento della colonizzazione della Palestina da parte di agricoltori, artigiani ed industriali ebrei;
2- il raggruppamento e la concentrazione di tutti gli Ebrei da parte di organismi locali e generali;
3 - la promozione presso gli Ebrei del sentimento di dignità della persona e dell’idea nazionale;
4 - il compimento di passi preparatori per ottenere il consenso dei poteri pubblici necessari alla realizzazione degli scopi del Sionismo.
Tale risoluzione, che suonava eretica per gli Ebrei ortodossi, suscitò veementi proteste in seno all’Ebraismo.
Nathan Marcus Adler (1845-1891), Gran Rabbino d’Inghilterra, definì il Congresso «un colossale abbaglio» e qualificò come «assolutamente funesta l’idea di stabilire lo Stato ebraico in Palestina». Il Times, riportando una sua dichiarazione, scrisse:
«Il Gran Rabbino Adler e gli Israeliti ortodossi dell’Impero Britannico vogliono conservare la propria nazionalità inglese, pur conservando la religione dei loro padri. L’idea di una Nazione ebraica è nata nella mente degli Ebrei che sono oppressi nei loro paesi; ma in Inghilterra, in Francia, in Italia e negli Stati Uniti, dove gli Ebrei sono cittadini che amano la Patria, nessun Israelita può approvare un sogno simile».
Samuel Kohn (1841–1920), Gran Rabbino d’Ungheria, disse:
«Il Sionismo è un nonsenso per gli Ebrei ungheresi, perché gli Ebrei in Ungheria godono di tutti i diritti civili e non abbiamo bisogno di costituire un nuovo Stato. L’Ungheria è una Nazione con 700.000 Ebrei; nella capitale Budapest vivono 600.000 abitanti, tra cui 120.000 Ebrei; noi abbiamo grazie a Dio tutti i diritti civili; dobbiamo sacrificare la nostra fortuna e la nostra vita per il nostro Imperatore-Re e per la Patria; non abbiamo altro Paese che l’Ungheria; rimarremo nella nostra capitale, perché Budapest è il cuore dell’Ungheria».
Va poi citata la dichiarazione congiunta del Gran Rabbino Gudemann di Vienna e dei Rabbini degli Stati Uniti:
«Abbiamo dichiarato che il Rabbinato di Germania, d’Inghilterra e, possiamo aggiungere, degli Stati Uniti avevano nettamente preso posizione contro le dottrine pericolose di cui il congresso riunitosi a Basilea s’è fatto portavoce».
Ancora più importante l’intervento del Gran Rabbino di Parigi, Dreyfuss:
«Ricostituire il regno di Giuda! Ma che vuol dire? Senza dubbio noi, Ebrei ortodossi, rimaniamo fedeli all’idea messianica; noi crediamo alla venuta del Messia al quale si uniranno gli uomini di tutte le religioni; del Messia fondatore dell’impero universale nel quale si fonderanno fraternamente tutte le nazioni in cui regnerà la pace eterna. Possiamo anche ammettere che il regno d’Israele, divenuto centro spirituale del mondo pacificato, si ricostituisca in questo momento; ma quale rapporto vi può essere tra questo ideale religioso ed il progetto del dottor Herzl e dei suoi amici? Noi approviamo che la carità ebraica assicuri in Palestina o in America del Sud vasti rifugi destinati ad accogliere gli Ebrei perseguitati o, in modo generale, tutti coloro che la legge (come in Russia o in Romania) pone fuori del diritto comune. Ma quale ragione vi è attualmente di ricreare una nazionalità sparita, di rifare una patria a degli uomini che, dopo secoli - in Francia, in Inghilterra, in Germania - hanno una patria, in cui la legge li tutela, in cui i loro interessi più sacri li trattengono?»
È evidente che il Sionismo si è posto come un abbandono, basato su un razionalismo biblico, della fede nel Messia personale, e della sua sostituzione con un’idea di Stato-Messia che ripugna alla dottrina ebraica. E che, se è permesso notarlo, rende impraticabile la conversione alla Chiesa, poiché cancella completamente l’attesa spirituale del Salvatore promesso che pure persiste nella Sinagoga.
L’anno successivo, si svolse il secondo Congresso Sionista (potremmo chiamarla la seconda sessione del medesimo congresso), che propone nuovamente la cancellazione della dottrina di un Messia personale.
Il Gran Rabbino di Vienna Gudemann interviene per protestare:
«Tentare di restaurare oggi la nazionalità ebraica d’Israele rappresenta un’infedeltà alle vere dottrine del Giudaismo, la negazione delle aspirazioni umanitarie della religione ebraica e il disconoscimento della missione di Israele d’esser tra le nazioni l’apostolo della fraternità universale».
E ancora il Gran Rabbino di Londra Adler:
«I Libri profetici non affermano che il nostro ritorno in Palestina avverrà grazie al nostro intervento diretto e quando lo decideremo noi. La nostra redenzione si compirà per intervento divino e quando lo deciderà Dio».
La posizione del Rabbinato occidentale ritiene che l’avvenire d’Israele non consista in una nazionalità distinta frutto di un progetto politico, ma piuttosto in un movimento religioso che non rinneghi le proprie radici spirituali.
Giustamente si faceva osservare che il Sionismo, in quanto movimento ideologico, contraddiceva le promesse contenute nelle Sacre Scritture, e che sarebbe stato assolutamente inutile se il popolo ebraico si fosse dovuto trasferire a Gerusalemme per professarvi lo scetticismo ed il materialismo che stava via via prendendo piede nei paesi europei. Abbiamo quindi un Sionismo avversato dal Rabbinato e dai fedeli, in quanto portatore di un nazionalismo razionalista.
Si tenga presente che, mentre era ancora in corso la discussione sul Sionismo, nel 1898 fu costituita la Compagnia Coloniale Giudaica, una banca dotata di un capitale di 50 milioni di franchi con sede a Londra, il cui scopo dichiarato era quello prestare appoggio finanziario alla realizzazione del Sionismo e contemporaneamente svolgere in tutto il mondo attività bancaria.
Nell’Agosto 1899 si svolge il Terzo Congresso Sionista (o, meglio, la terza sessione). Si decide che il soggetto giuridico che dovrà avviare le trattative sarà la Banca coloniale, che all’epoca ha raggiunto 100.000 azionisti da tutto il mondo. Verrà poi creata una società che acquisterà i terreni in Palestina (25.000 ettari di terreni furono acquistati da Edmond James de Rothschild e trasferiti alla Jewish Colonization Association).
Queste operazioni, che si accompagnavano ad una serie di iniziative volte a sondare l’appoggio delle Nazioni, suscitarono una sempre maggior preoccupazione negli Ebrei osservanti, al punto che si decise di affidare al leader sionista ungherese Max Simon Nordau (1849-1923) il compito di tranquillizzarli con rassicuranti espressioni:
«Il Giudaismo non è solo un culto; esso è una nazione, ma una nazione che ha una base essenzialmente religiosa, una teocrazia, una cristocrazia; senza il Messia, la nazionalità non è più nulla. Se Gedeone ha vinto con un élite di trecento persone la moltitudine dei Madianiti, è per ordine di Dio che gli eroi d’Israele si sono limitati a questo numero insignificante; ed è grazie al diretto intervento divino che ha sbaragliato il nemico».
Una dichiarazione di circostanza, che ricorda il medesimo procédé del Concilio, visto che egli aggiungeva poco dopo: «In seno al Sionismo ognuno può seguire le proprie convinzioni religiose». Significativamente, fu proprio Nordau a qualificare come Giudei assimilati o vittime dell’assimilazione i dissenzienti del Rabbinato occidentale, puntando invece a convincere il Rabbinato orientale.
Alla fine del Terzo Congresso, un commentatore sottolineò che le molte discussioni non erano ancora approdate a nulla di concreto, salvo metter sul chi vive il Gran Turco. E concludeva:
«Il Giudaismo può stabilirsi, praticarsi e durare ovunque; ma se si legherà ad un territorio particolare, farà di noi un popolo a parte, giustificando così attacchi d’ogni specie. Ma si può esser Cattolici lontano da Roma, protestanti lontano da Ginevra, musulmani lontano da Costantinopoli. La fede oggi non può essere per nessun culto - né lo sarà mai più in avvenire - congelata a dei territori privilegiati; le diverse religioni hanno invece tutto l’interesse a mescolarsi sulla faccia della terra, a rendere universale la loro residenza e ad abdicare, grazie a questa diffusione, ad ogni pretesa di monopolizzare l’azione politica».
In quest’ottica si può forse concepire il motivo per cui molte Nazioni protestanti, non escluse quelle che oggi godono della fama di democrazie, fossero tutt’altro che ostili a confinare gli Ebrei in uno stato ben definito, e che lo stesso Nazismo considerasse quest’eventualità come un modo per allontanare pacificamente gli Ebrei. Furono piuttosto le Nazioni cattoliche a non aver particolar interesse a questo esodo.
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| Manifestazione del Bétar in Germania, 1934 |
Non dimentichiamo che all'associazione giovanile sionista Bétar il Reich concesse l'uso di divise proprie e bandiere con l'emblema dello stato sionista, mentre alle associazioni cattoliche era proibito. Senza menzionare le centinaia di migliaia di Ebrei che furono portati dai Tedeschi in Palestina, nonostante l'Inghilterra avesse schierato le proprie navi da guerra con la minaccia di affondarle.
Lasciamo l’evoluzione del Sionismo agli storici, e concentriamoci invece su questo aspetto che più ci sta a cuore: la significativa analogia tra le tre sessioni del Congresso di Basilea ed il Concilio Vaticano II.
In entrambi i casi, una ristretta élite intellettuale, completamente separata dalla gerarchia, impone una propria visione umana e politica della religione: il Sionismo contrapposto all’Ebraismo da una parte, il Cattolicesimo contrapposto al Modernismo dall’altra. In entrambi i casi, il ruolo svolto dalla stampa fu parimenti importante, per influenzare le masse e dare l’impressione che vi potesse essere un’apertura al mondo, una visione della religione più moderna e meno influenzata dalla dottrina, un approccio pastorale che, pur non negando apertamente le basi teologiche che costituiscono l’essenza propria dell’Ebraismo e del Cattolicesimo, aprisse comunque il varco ad interpretazioni che inevitabilmente avrebbero svuotato l’uno e l’altro della propria essenza. In entrambi i casi, la fede dei custodi dell’ortodossia e del popolo vennero fatti oggetto di scherno e di compatimento, in nome del progresso e dell’ineluttabilità di un destino pianificato da una minoranza priva di senso del soprannaturale ed intenta solo al perseguimento di interessi di parte. In entrambi i casi, laddove si sollevavano con maggior forza motivate critiche alle novità introdotte in seno alla religione, vi fu chi si preoccupò di tranquillizzare gli animi, simulando di tener nella giusta considerazione le rimostranze di chi voleva mantenersi fedele al depositum fidei.
E quel che oggi desta sgomento, è vedere che l’evoluzione della dottrina cattolica sulla Sinagoga a partire dalla dichiarazione Nostra Aetate ed in particolare in questi ultimi anni abbia fatto proprie le istanze eretiche del Sionismo, anziché difendere con coraggio quegli elementi che in seno al popolo ebraico avrebbero permesso in giorno la loro conversione al vero Messia, Nostro Signore Gesù Cristo.
C’è da chiedersi se alla perdita della fede giudaica nella figura di un Messia personale operata dal Sionismo, non abbia corrisposto anche la perdita nella chiesa conciliare della fede cattolica nella Regalità di Cristo, soppiantata da una visione democratica, orizzontale, priva di anelito apostolico e missionario e in ultima analisi altrettanto eretica. Il compimento di una società di matrice massonica, insomma, nella quale si rifiuta l’intervento della Provvidenza nelle vicende della storia non solo del popolo che un tempo fu l’eletto, ma anche di quello che ad esso venne sostituito nei piani di Dio per portare la Luce di Cristo alle genti. Quella Luce che, secondo la nostra santa Religione, vedrà convertirsi gli Ebrei poco prima della fine del mondo.
Ma quale conversione è possibile per i Giudei di oggi, se la chiesa conciliare appoggia il Sionismo, che nega non solo il Messia venuto, ma anche il Messia venturo? La fede nelle promesse del nostro Salvatore ci fa credere non solo alla conversione di Israele, ma anche alla necessaria sconfitta tanto del Sionismo, quanto dello spirito del Concilio.
Riportiamo un un articolo pubblicato da La fede quotidiana (qui) e ripreso da Il Timone (qui), Sua Eminenza Rev.ma il Cardinal Robert Sarah, Prefetto della Sacra Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.
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«L’intercomunione non è consentita tra cattolici e non cattolici. È necessario confessare la fede cattolica. Un non-cattolico non può ricevere la comunione. Questo è molto, molto chiaro. Non è una questione che riguarda la libertà di coscienza».
Risponde così il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione del Culto Divino, a coloro che hanno visto un’apertura all’intercomunione tra cattolici e luterani in una risposta data da Papa Francesco ad una luterana durante la sua recente visita alla comunità luterana di Roma.
«Noi diamo la comunione ai cattolici», dare la comunione a tutti è «una sciocchezza», dice il Cardinale africano.
«Non c’è intercomunione tra anglicani e cattolici, tra cattolici e protestanti. Se vanno a Messa insieme, il cattolico può andare alla comunione ma il luterano o l’anglicano no».
Senza un’unione nella fede e nella dottrina, aprire le porte all’intercomunione «sarebbe promuovere la profanazione».
«Noi non possiamo farlo. Non è che dobbiamo parlare con il Signore per sapere se possiamo fare la Comunione. Noi dobbiamo sapere se siamo in accordo con le regole della Chiesa. La nostra coscienza deve essere illuminata dalle regole della Chiesa che dice che, per comunicarsi, abbiamo bisogno di essere in stato di grazia, senza peccato, e avere fede nell’Eucaristia. Non è un desiderio o un dialogo personale con Gesù che determina se possiamo ricevere la comunione nella Chiesa cattolica. Una persona non può decidere se è in grado di ricevere la Comunione. Deve essere cattolica, in stato di grazia, correttamente sposata [se coniugata]».
L’intercomunione non permette l’unità perché
«il Signore ci aiuta ad essere uno se lo riceviamo in modo corretto altrimenti noi mangeremo la nostra condanna, come dice san Paolo (I Cor. XI, 27-29). Non riusciamo a diventare una cosa sola se si partecipa alla comunione con il peccato, con disprezzo per il Corpo di Cristo».
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Attendiamo ora una lettera a stretto giro di posta con cui Bergoglio sconfessi il Prefetto del Dicastero preposto al Culto divino, come già avvenuto per il motu proprio Magnum principium.
No servant can serve two masters:
for either he will hate the one, and love the other;
or he will hold to the one, and despise the other.
St. Luke XVI, 13.
Something which was shrouded in mystery until a few months ago is beginning to take shape, the creation of a Rite of Mass to be used for interdenominational celebrations. Strictly speaking, such celebrations are forbidden because Moral Theology absolutely bans communicatio in sacris with heretics.
Unfortunately, we all know that these celebrations are not limited to the Week of Prayer for Christian Unity. For many years - decades, even - they have become the norm in a lot of countries where Catholics are only a minority or have very little influence. Such is the case in Germany, Switzerland, Belgium, and so on.
In March, Marco Tosatti expressed some serious concerns (here) about certain rumours he had heard about a panel of Catholics, Lutherans, and Anglicans. They had been sworn to secrecy, but someone recently revealed that there were several notorious heretics among them, including Andrea Grillo (the theologian and lecturer at the Pontifical University of S. Anselm who has denied the doctrine of Transubstantiation several times), and the Benedictine Father Anselm Grün, whom I wrote about a few days ago on this blog (here).
Tosatti quoted an article from the Italian newspaper La Nuova Bussola Quotidiana (here) by Luisella Scrosati, who had clearly foreseen what was about to happen.
Eveyone knew that moves were afoot by subversives to overturn Liturgiam Autenticam, the fifth instruction for proper application of the Liturgy Constitution of Vatican II. […] To dissolve once and for all a Catholic liturgy, greater freedom must be given to Bishops’ Conferences and remove (or “smooth over,” to use Curia jargon) any unwanted recognitio as part of the policy of giving greater autonomy.
In a previous article (here), Scrosati said:
A secret meeting was held a few days ago just outside Rome. As well as Roche, also present were the Deputy Secretary Father Silvano Maggiani, Andrea Grillo the lecturer at S. Anselm’s, and Bishops Piero Marini and Domenico Sorrentino. These are some of the most important names in the modern liturgical current.
After keeping the Prefect of Sacred Worship, Cardinal Sarah, in the dark about these secret meetings, the Motu Proprio Magnum Principium was published on 9 September, and it is simply the legal expression of what this band of revolutionaries had been plotting for some time with the clear approval of PF.
His Eminence, head of the Congregation for Divine Worship and the Discipline of the Sacraments, made an intervention on 1 October (here) to specify the interpretation criteria in the Motu Proprio, and on 22 October Bergoglio disavowed the Prefect publicly, ordering the newspaper to publish a letter he had written (here) to contradict the interpretation given by Cardinal Sarah: it is clear that the document had been prepared with much help from the advocates of the Motu Proprio itself.
I need not remind you that this cowardly attack belongs to a whole series of institutional attacks, such as the sacking of Cardinal Burke from his position as Prefect of the Apostolic Signature and all that interference in the resignation of the Grand Master of the Knights of Malta following the disciplinary measures against the Grand Hospitaller.
It is easy to see how devolution has been encouraged when the outcome is the advantage of a particular faction, but the authoritarian rule of the Great Despot is never softened or changed if its purpose is to impose silence upon those who do not want it.
In the meantime, let me point out that in June Monsignor Gilfredo Marengo of the Congregation for the Clergy published a “working paper” which showed that Francis absolutely wanted to impose Eucharistic concelebration in the colleges and seminaries of Rome, saying that it “must always be preferred to individual celebration.” This underhand document, which has absolutely no legal power but which clearly shows Bergoglio’s moral suasion, brings to utter fruition all the rules which were brought in after Vatican II and suppresses an incalculable number of Holy Masses. It takes away from Our Lord all the glory they gave Him, and cancels all the benefits they provided for the living and the dead.
Let us not forget that the Novus Ordo Missae, in open denial of pure Catholic teaching, had already banned the celebration of more than one Mass at the same time in a church. This encourages the twisted idea many have of Mass as a community event, and means that one single Holy Sacrifice offered by many concelebrants is worth more than many separate Masses each said by one celebrant.
Incidentally, this shows that the spirit being applied by the reigning pontiff may well be worse than we have ever seen, but let us not forget that it all started with Vatican II. Those who have certain difficulties with the reigning pontiff must never forget that all these premises had already been built up by his predecessors, none excluded.
Let us now go back and look at this ecumenical Mass. It is clear that the Mass properly so-called no longer exists: its very name is the object of deepest hatred by all Protestants, who prefer to call it the “Last Supper” (a term which is even used in one of those Eucharistic prayers which were placed alongside the Roman Canon after Vatican II), and the very term Mass is so evocative of the much-despised Council of Trent, which is so unpopular among the liturgical revolutionaries that they much prefer to call it a Eucharistic Celebration or Eucharist, not to mention the term used by the Lutherans.
Leaving aside what it is to be called, any such rite must satisfy the needs and aspirations of all the various communities who profess such widely differing and irreconcilable beliefs that it must therefore gloss over all minor and major discrepancies.
It is therefore evidently clear that the consequences of doing this are never going to sadden a Protestant, but what must the ordinary Catholic on the Clapham omnibus feel about a complete novelty which openly denies the sacrificing priesthood and the Holy Sacrifice of Calvary? Nobody worries about the Orthodox: they are part of a Church and, even if they are heretics and schismatics, nobody can deny that they have Apostolic Succession and valid Sacraments.
To be fair, it is reasonable to wonder why the Lutherans have so steadfastly refused to come towards us and abjured their heretical convictions, but it is evident that the ideals behind all this ecumenical dialogue are not intended to convert the heretics, but rather to direct Catholics towards heresy. There is absolutely no intention of making dialogue, but rather the usual monologue. Everything we considered Truth until the 1960s - which was all suppressed in the new liturgy - is now openly denied by Bergoglio and his sidekiscks.
Changing the August Sacrifice of the Mass into something vapid and watery is not even something new.
Everything done by the heretics in changing the Rite of Mass into something for popular consumption has been slavishly followed out by those very experts who, as Benedict XVI himself admitted, was invented over lunch and wine in the Trastevere district of Rome incomplete antithesis to the venerable Roman Rite of S. Peter and the Holy Apostles, with all its knowledgeable winks to our separated brethren. I personally fail to understand how we can call them “brethren”, since they openly deny the common maternity of Holy Mother Church and therefore the common paternity of the Holy Ghost.
Surely these ecumenical celebrations are being prepared as a series of in vitro experiments by a panel of so-called experts - can surely serve no other purpose than trickery and cheating the faithful out of their rightful heritage and gifts? They can be nothing other than equivocal by their very nature, because Catholics and heretics will never be able to understand and share each other’s doctrines.
Thus we arrive at the paradox whereby the adage Lex orandi, lex credendi can only be applied if there is a deliberate legal ambiguity and the Truths about our Faith are swept under the carpet so that anyone and everyone can pretend to go along with them.
Everyone knows that the essence of Holy Mass is the Holy Sacrifice of Calvary. The part immediately before the Sacrifice is preparatory to it, and the part after it is its conclusion. According to Catholic teaching the Holy Sacrifice begins with the Offertory, and it ends when the Priest consumes the Sacred Species (Communion); Communion by the faithful is not an absolutely essential part of Mass. When the changes came in we saw a Liturgy of the Word and a eucharistic liturgy which were often presented as two co-essential parts of the same thing if we are to understand Article 7 of the General Introduction to the Roman Missal (in its amended 1970 version):
[...] In the celebration of mass, in which the sacrifice of the Cross is perpetuated, Christ is really present in the very liturgical assembly gathered in his name, in the person of the minister, in his word, and indeed substantially and continuously under the Eucharistic species.
The expression really present, which is applied indiscriminately to the liturgical assembly, the Word of God, and to the Eucharistic species, gives rise to much perplexity to interpretations of the term Real Presence, which is only properly applicable to the Blessed Sacrament. Here too, as we can very easily see, the foundations had already been laid during Vatican II.
The rite of Communion for the faithful in the new Mass was considered as almost indispensable, so much so that the Missal of Paul VI specified a Mass cum populo and one sine populo, as though the Angels and the Holy Souls of Purgatory no longer came to worship before the Blessed Sacrament that every single Mass throughout the world.
We know full well that Protestants deny the sacrificial nature of the Mass, just as they deny its purpose of adoration, atonement, thanksgiving, and petition. Since we now deny the Four Ends of Mass to help ecumenism, we are basically saying that the whole rite is invalid because the intentions have disappeared. Since the intention of a Celebrant doing what the Church requires has now disappeared, and indeed since the intention will soon be precisely the opposite of this, we no longer have any implicit desire to say Mass.
It is clear that the main point of disagreement between us and the Protestants - the very sacrificial nature of Holy Mass - means we can longer have something which is at the same time Mass for Catholics and non-Mass for non-Catholics. The solution thought up by this work group turns out to be something of a placebo: Catholics will be absolutely required to think of it as a Mass, and Lutherans as a non-Mass. At the end, we will be happy. Let me put it another way: all of us will have to become heretics, because what Luther defined as a monstrum never was and never can be the Mass. In the final analysis this placebo effect will only work for those dreamers of the New Church who, with all their quibbles and Jesuit-style casuistries, will finally bring to fruition what began forty years ago with the Novus Ordo Missae. I am sure you will remember that the doctrinal darkening of Pope Paul’s New Mass was so evident even then that Cardinals Bacci and Ottaviani understood it immediately. These two Cardinals were immediately denounced by the writers of a thousand silly pamphlets, all in favour of the frightful horror wrought by His Holiness Paul VI of venerable memory, who was forced to write a special prescription for the millions of ordinary Catholics who had been poisoned by his favourite delicacy. Simple common sense ought to have required him to look at the immediate results of his innovation, and to understand that the innovators needed to be stopped, but we know only too well what actually happened.
We now understand that the only way to have this ecumenical monstrosity accepted by our separated brethren was to cancel any notion of the old Words of Consecration or change them so as to brush away all Catholic understanding of a sacramental formula. Something which the modernists contemptuously call a magic formula, just as the first protestants did in the early days.
Their best bet was to say that Our Lord’s words were merely a historical narrative, with absolutely no outward sign of their sacramental value. Even without fishing up Nestorian Anaphora of Addai and Mari, I think it was enough for them to abolish genuflecting after the Elevation. And the Elevation itself, if they could. This is what seems to be happening now at Santa Marta, where Francis seems to be physically incapable of bending his knee for anything other than washing the fleet of Mohammedans or jailbirds.
I feel I must specify that this new ecumenical rite - which can be traced back to the Lutheran Last Supper - is only an improvement on something we have already seen in the Novus Ordo Missae, which even felt it necessary to change the punctuation used in the despised old Missal so that the Words of Consecration can no longer be distinguished from the narration of the Last Supper.
Indeed, after Qui pridie in the Tridentine Missal there is a distinct separation between the recounting the historical events and the moment in which the Celebrant, bowing over the Host and then the Chalice, pronounces slowly and devotedly those sacramental words we all know. He immediately genuflects, then he elevates the Sacred Species, genuflects again, and continues through the Canon with the words Unde et memores. Let me simply remind everyone that he does not tell us what happened at the Last Supper, but rather repeats in his words and gestures that which our Lord did.
The changes after the Council make no distinction between the historical recounting and the Words of Consecration, and the genuflection before the Elevation has been suppressed. It is almost as though the Real Presence only occurs when the Host is shown to the faithful. Exactly as happens with the Lutherans.
Nor is that all. In the Missal of S. Pius V, the exclamation Mysterium fidei is included in the Words of Consecration for the Chalice, whereas in the Vatican II version - just as in the Protestant version - it is moved to after narration of the Last Supper, and the faithful reply with their acclamation We proclaim your Death, O Lord, and profess your Resurrection, until you come again, slavishly following something thought up by a group of heretics five hundred years ago.
It is easy to see that, with Paul VI’s New Mass, we already have a situation where any Protestant on earth could happily celebrate the Last Supper using the very same Missal to be found in any Catholic church, and only very slight - almost imperceptible - changes will need to be made for the new, ecumenical rite to be ready. The faithful will hardly notice them, used as they are to the changes made at almost every Mass. It is not just me making such a claim: many Protestant pastors have said the same thing since the New Mass was first published, when they admitted quite frankly that since then (nota bene: SINCE then, but not before) they could use the new Missal to celebrate their rite.
If there were any substantial differences in the Words of Consecration, it is highly likely that absolute freedom will be given to change them as the “need” arises, without any explanations or marginal notes.
This new rite will spread very rapidly, without the need to ordain new priests or close parishes. Such a perspective curdles the blood, and it shows how cunning the members of the new hierarchy have become in this new church, with no regard for the clergy or the faithful.
Protestant ministers will be called in to preside at the new Last Supper and Catholic priests will no longer be needed, or Sunday Mass obligations will be able to be fulfilled by going to the nearest Protestant church, as is currently the case with Orthodox churches or with chapels of the Society of S. Pius X.
Let me take the opportunity to point out here that, for all the mercy supposedly shown by Papa Bergoglio and other members of the current hierarchy towards the Society, this will undoubtedly turn into a double-edged sword: If we allow the faithful to go to Mass and to receive the Sacraments in a community which is still considered schismatic to all effects and purposes (however valid such a consideration may be, canonically speaking) how long will it take before we grant the same rights to go to other schismatic communities in certain pastoral circumstances, especially when we consider that PF himself makes no secret that he considers many Protestant sects to be valid churches. In the same way, all those forthcoming doctrinal agreements (with absolutely no conditions) which have been put on the back burner for the moment are proof that important doctrinal differences can be smoothed over to encourage unity, and what has been done with the SSPX will be unconditionally applied to all heretics and schismatics.
My comments are applicable not only to the Society of S. Pius X (who, it must be said to have been remarkably lukewarm about the offers made by members of the jackbooted hierarchy), but also and especially to the various supporters of Summorum Pontificum, who will easily fall into the trap laid for them by Apostolic authority, leaving the path open for the conservatives. If he has the power to show tolerance towards traditionalists, he must surely do the same for those going in the opposite direction. It seems increasingly likely that he will order Summorum Pontificum to be abolished, as has already been hinted at by many people.
It is surely no accident that the critics of the current occupant of a certain hotel within the Vatican include members of conservative institutions such as the Society of S. Peter and the Good Shepherd Institute, the Canons of Christ the King, and the Monks at Fontgombauld, all of whom are keeping a low profile and say very little about the initiatives taken in Rome because they know that if they were to speak out their days would be numbered.
It is also true that the perplexities expressed by Andrea Grillo concerning the ἅπαξ in the Motu Proprio and the spirit of Vatican II are perfectly reasonable because he sees any posthumous justification of the Catholic liturgy as unreasonable in the light of the undying heterogony which exists between these two different forms of celebration: one is all vertical towards a transcendent God, and the other is horizontal and laid flat before a false sense of community.
It is also clear that any acceptance of Summorum Pontificum is a sort of blackmail, especially now: it allows complete liberty to the extraordinary form of the Roman Rite, but only insofar as the same liberty is granted to the ordinary form, its bastard offspring. Anyone who hopes to see suppression of the latter form would only see the indult granted to the former taken away.
Practically speaking, the trap laid by the Motu Proprio is perfectly in line with trying to make two complete opposites live in harmony together, so typical of the Hegelian mentality which came to the fore at Vatican II: something good can only be accepted as the lesser of two evils if the same rights are given to the opposite side.
If we are to be consistent, we Catholics should come out in force against such a grave error, and should be ready to go and live in the catacombs rather than try to justify any idea which says that good and evil can live together. Let us not forget that when Julian the Apostate restored pagan worship, he gave the same rights to our holy Catholic Religion, only to persecute us because we refused to see their false idols as gods. Had they been more tolerant, they would have disappeared into the Pantheon in Rome, as it increasingly seems likely we are going to do. There are now so few real Catholics with any real support from the hierarchy that they have become museum pieces rather than soldiers fighting for Our Lord Jesus Christ, King.
The ordinary faithful will see married priests, who may be men or women alongside deaconesses (if the farce currently underway reaches its conclusion), and sooner or later it will not even matter if they are Catholic or Protestant. We are used to seeing popes, cardinals, and bishops celebrating alongside Anglicans, Lutherans, and hundreds of other sects, and this did not start in 2013.
In line with current trends in the new church I do not think this is mere speculation.
Nessun servo può servire a due padroni:
o odierà l'uno e amerà l'altro
oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro.
Lc XVI, 13
Quella che sino ad alcuni mesi fa era considerata un'operazione avvolta dal mistero sta prendendo forma: la creazione di un rito della Messa da usare per le celebrazioni interconffessionali, ossia per quelle Messe che oggi, in punta di diritto, sarebbero proibite, in ragione del divieto della communicatio in sacris con gli eretici.
Sappiamo bene che, de facto, queste celebrazioni sono non solo praticate in occasione della Settimana di preghiera per l'unità dei Cristiani, ma esse sono diventate da anni, anzi direi da decenni ormai delle realtà consolidate nelle nazioni in cui la presenza dei Cattolici è minoritaria o comunque non predominante: Germania, Svizzera, Belgio, Olanda ecc.
Lo scorso Marzo, Marco Tosatti ha espresso alcune puntuali valutazioni (qui), sulla base delle indiscrezioni trapelate, relative ad una commissione mista di Cattolici, Luterani e Anglicani legata al segreto, ma che si è recentemente saputo annoverare tra i propri membri due eretici notori quali il teologo Andrea Grillo, docente presso Pontificio Ateneo Sant'Anselmo e negatore della Transustanziazione, ed il benedettino dom Anselm Grün, di cui ho scritto pochi giorni or sono su questo blog (qui).
Tosatti a sua volta citava un articolo di Luisella Scrosati apparso su La Nuova Bussola Quotidiana (qui), in cui con lucidità encomiabile si anticipava ciò che poi si è puntualmente verificato:
Si è già data notizia dei movimenti sovversivi per rovesciare la quinta istruzione per la retta applicazione della Costituzione sulla liturgia del Vaticano II, Liturgiam Autenticham. [...] Per dissolvere definitivamente la liturgia cattolica è perciò necessario dare più libertà alle conferenze episcopali e togliere di mezzo – in gergo curiale “sfumare” – la sgradita recognitio, in gaudente accettazione della linea di devolution.
In un precedente articolo (qui), la Scrosati ha scritto:
Proprio nei giorni scorsi sarebbe avvenuto un incontro di lavoro riservato, fuori Roma, a cui dovrebbero aver preso parte oltre a Roche, il Sotto Segretario padre Silvano Maggiani, Andrea Grillo, professore al Pontificio Ateneo Sant'Anselmo, e i vescovi Piero Marini e Domenico Sorrentino. Tutti nomi importanti della corrente liturgica post-conciliare.
Dopo aver tenuto all'oscuro di questi incontri clandestini il Prefetto del Culto Divino, Card. Sarah, il 9 Settembre è stato promulgato il Motu Proprio Magnum Principium, che realizza ciò che quel manipolo di carbonari aveva predisposto, evidentemente col preventivo assenso del Sedicente.
Il Card. Sarah, capo del Dicastero preposto alla materia liturgica, è quindi intervenuto il 1° Ottobre (qui) per precisare i criteri di interpretazione del Motu Proprio, ed il 22 Ottobre Bergoglio ha provveduto a sconfessare il Prefetto del Culto Divino, facendo pubblicare una sua lettera (qui) che contraddice l'interpretazione del Card. Sarah: è evidente che tale documento è stato preparato con l'aiuto dei fautori del Motu Proprio stesso.
Inutile ricordare che questo inaudito sgarbo istituzionale si aggiunge ad altri di non minor gravità, quali ad esempio la rimozione del Card. Burke da Prefetto della Segnatura Apostolica e l'ingerenza nelle dimissioni del Gran Maestro dell'Ordine di Malta a seguito dei provvedimenti disciplinari nei confronti del Grande Ospedaliere.
Come si vede, la devolution viene incoraggiata quando torna utile al perseguimento degli scopi della propria fazione, senza che l'autoritarismo del Gerarca conosca alcuna resipiscenza laddove esso serva a costringere al silenzio i renitenti.
Inutile ricordare che questo inaudito sgarbo istituzionale si aggiunge ad altri di non minor gravità, quali ad esempio la rimozione del Card. Burke da Prefetto della Segnatura Apostolica e l'ingerenza nelle dimissioni del Gran Maestro dell'Ordine di Malta a seguito dei provvedimenti disciplinari nei confronti del Grande Ospedaliere.
Come si vede, la devolution viene incoraggiata quando torna utile al perseguimento degli scopi della propria fazione, senza che l'autoritarismo del Gerarca conosca alcuna resipiscenza laddove esso serva a costringere al silenzio i renitenti.
Faccio notare che nel frattempo, a Giugno, Mons. Gilfredo Marengo della Congregazione per il Clero, ha reso noto un working paper, con il quale - certamente con l'avvallo del Sedicente - ha vivamente raccomandato che la concelebrazione nei Collegi Romani sia da preferire alla celebrazione individuale della Messa. Questo subdolo documento, privo di qualsiasi valore giuridico ma dalla chiarissima moral suasion bergogliana, porta a compimento le norme postconciliari, e di fatto cancella un numero non indifferente di Messe, privando la Maestà divina della gloria ch'esse Gli tribuiscono, e depaupera dei benefici che da esse derivano alle anime dei vivi e dei defunti.
Non dimentichiamo che il Novus Ordo, in chiara opposizione alla dottrina cattolica, vieta la celebrazione di più Messe nella medesima chiesa e nello stesso momento, privilegiando quella distorta visione comunitaria, in nome della quale un solo Santo Sacrificio con molti concelebranti vale di più di molti Santi Sacrifici con un solo celebrante ciascuno. Anche questo - sia detto per inciso - dimostra che il motus bergogliano è sì in fine velocior, ma che è pur sempre iniziato con il Concilio: ci pensino coloro che deplorano gli eccessi del Sedicente ma non vogliono riconoscere le necessarie premesse, poste ben prima e sotto il pontificato di tutti gli immediati predecessori, nessuno escluso.
Ma torniamo alla Messa ecumenica. Va da sé che di Messa propriamente detta non si potrà più parlare: anzitutto perché questo termine è detestato dai Protestanti, che preferiscono adottare il termine Santa Cena (voce che compare in una delle preghiere eucaristiche che nel rito postconciliare si affiancano al Canone Romano); ed in secondo luogo perché la parola Messa, evocando l'odiato Concilio Tridentino, è inviso ai novatori, che preferiscono usare altre locuzioni quali celebrazione eucaristica o eucaristia, se non addirittura la stessa espressione luterana.
Terminologia a parte, nel momento in cui un rito deve soddisfare diverse comunità che professano dottrine opposte ed inconciliabili, esso dovrà necessariamente omettere quei punti che evidenziano tali discrepanze. Va da sé che chi paga le conseguenze di tale omissione non è certo la comunità protestante, ma quella cattolica, dal momento che tutte le denominazioni cristiane coinvolte in questa operazione di restyling ecumenico concordano nel rifiutare categoricamente tanto il sacerdozio ministeriale quando il valore sacrificale della Messa. Gli Ortodossi non sono coinvolti, essendo essi una Chiesa, ancorché scismatica ed eretica, ma pur sempre dotata della Successione Apostolica e di veri Sacramenti.
Ad essere equanimi, ci si potrebbe chiedere perché non siano le comunità luterane a fare un passo avanti, rinunciando alla menzione esplicita delle proprie convinzioni ereticali; ma è evidente che la finalità del cosiddetto dialogo ecumenico non è di convertire gli eretici, bensì di render tali anche i Cattolici; sicché non di dialogo si dovrebbe parlare, ma di monologo, in cui la Verità prima affermata fino al Concilio, poi taciuta nella liturgia riformata, ora è negata apertamente dalla setta bergogliana.
D'altra parte, la mutazione del Santo Sacrificio in una versione annacquata non è cosa recente: tutti i passi compiuti dagli eretici nel modificare il rito della Messa a proprio uso e consumo sono stati pedissequamente seguiti da quegli esperti che hanno, per stessa ammissione di Benedetto XVI, inventato a tavolino una liturgia in chiarissima e deliberata antitesi al venerando Rito Romano, di origine apostolica, invenzione chiarissimamente ammiccante ai fratelli separati. I quali, peraltro, non dovrebbero nemmeno esser chiamati fratelli, dal momento che non hanno per madre la Chiesa, e che per ciò stesso non possono aver Dio come Padre.
La celebrazione eucaristica che si sta preparando, anch'essa frutto in vitro di una commissione di sedicenti esperti - di cosa poi, se non di dissimulazione e inganno ai danni dei fedeli? - dovrà esser equivoca per sua stessa natura, dal momento che il Cattolico e l'eretico vi dovranno poter intendere le rispettive dottrine. E qui si giungerà al paradosso per cui l'adagio Lex orandi, lex credendi potrà essere applicato in virtù di una deliberata ambiguitas legis, dove appunto la norma della fede sia taciuta per consentirvi una generica adesione.
Sappiamo che ciò che costituisce l'essenza della Messa è il Sacrificio: la parte che lo precede è preparatoria, e quella che lo segue è di conclusione. Secondo la dottrina cattolica il Santo Sacrificio inizia con l'Offertorio e finisce con la consumazione delle Specie da parte del solo celebrante (Comunione), giacché la partecipazione alla Mensa Eucaristica da parte dei fedeli non è requisito essenziale. Nella vulgata conciliare, invece, vi sono una liturgia della Parola ed una liturgia eucaristica, che spesso vengono presentate come di pari dignità, almeno a giudicare dall'art. 7 dell'Institutio Generalis Missalis Romani (nella versione emendata del 1970):
Quell'espressione realmente presente riferita indistintamente all'assemblea, al ministro, alla Parola di Dio ed alle Specie Eucaristiche fa sorgere non poche perplessità, perché orecchia la formula Presenza Reale che viceversa è propria del Santissimo Sacramento dell'Altare. Anche qui, come si vede, le basi erano state poste sin dal Concilio.
Ed anche la Comunione dei fedeli, nel rito riformato, è considerata quasi indispensabile, al punto che il Messale di Paolo VI prevede una Messa cum populo ed una sine populo, come se su ogni Messa non si inchinassero adoranti anche la Chiesa trionfante e quella purgante.
Ora, i Protestanti negano che la Messa sia un Sacrificio, e ne rifiutano le finalità di adorazione, di rendimento di grazie, di espiazione e di impetrazione. Quindi, tacendo le finalità della Messa per far loro un favore ecumenico, è come se le si negasse, rendendo praticamente invalido il rito per difetto d'intenzione. Giacché l'intenzione richiesta da parte del celebrante ai fini della validità è di fare ciò che comanda la Chiesa, e nel momento in cui interviene un'intenzione esplicitamente opposta, anche la volontà implicita viene meno.
Rimane evidente che il punto di disaccordo con i Protestanti - il Sacrificio, appunto - comporta l'impossibilità di avere una Messa che sia tale per i Cattolici e contemporaneamente non lo sia per gli acattolici. La soluzione ideata dal gruppo di lavoro è quindi una sorta di placebo: il Cattolico dovrà esser indotto a ritenere che quella sia una Messa, ed il Luterano che non lo sia. Così da accontentare tutti. Anzi: accontentando gli eretici, perché per loro quel monstrum non era prima e non sarà dopo una Messa. L'effetto placebo, alla fine, varrà solo per gli illusi della neo-chiesa che, a furia di distinguo e di sofismi, si arrampicheranno sugli specchi come fecero quarant'anni or sono col Novus Ordo. Anche allora, se ricordate, l'oscuramento dottrinale era talmente palese, da suscitar scandalo nei Cardinali autori del Breve esame critico. Eppure vi fu chi non si peritò di scriver libelli in cui perorava la liceità di quell'orrore indecoroso approvato da Paolo VI, del quale si dovette correggere la ricetta - per usare una metafora - dopo aver sulla base di quella preparato una pietanza avvelenata. Buon senso avrebbe richiesto che si dovesse por mano anche al risultato, ma ciò avrebbe rappresentato una sconfitta per i Novatori ed un ritorno alla Messa di transizione, cosa che ovviamente non avvenne.
Non dimentichiamo che il Novus Ordo, in chiara opposizione alla dottrina cattolica, vieta la celebrazione di più Messe nella medesima chiesa e nello stesso momento, privilegiando quella distorta visione comunitaria, in nome della quale un solo Santo Sacrificio con molti concelebranti vale di più di molti Santi Sacrifici con un solo celebrante ciascuno. Anche questo - sia detto per inciso - dimostra che il motus bergogliano è sì in fine velocior, ma che è pur sempre iniziato con il Concilio: ci pensino coloro che deplorano gli eccessi del Sedicente ma non vogliono riconoscere le necessarie premesse, poste ben prima e sotto il pontificato di tutti gli immediati predecessori, nessuno escluso.
Ma torniamo alla Messa ecumenica. Va da sé che di Messa propriamente detta non si potrà più parlare: anzitutto perché questo termine è detestato dai Protestanti, che preferiscono adottare il termine Santa Cena (voce che compare in una delle preghiere eucaristiche che nel rito postconciliare si affiancano al Canone Romano); ed in secondo luogo perché la parola Messa, evocando l'odiato Concilio Tridentino, è inviso ai novatori, che preferiscono usare altre locuzioni quali celebrazione eucaristica o eucaristia, se non addirittura la stessa espressione luterana.
Terminologia a parte, nel momento in cui un rito deve soddisfare diverse comunità che professano dottrine opposte ed inconciliabili, esso dovrà necessariamente omettere quei punti che evidenziano tali discrepanze. Va da sé che chi paga le conseguenze di tale omissione non è certo la comunità protestante, ma quella cattolica, dal momento che tutte le denominazioni cristiane coinvolte in questa operazione di restyling ecumenico concordano nel rifiutare categoricamente tanto il sacerdozio ministeriale quando il valore sacrificale della Messa. Gli Ortodossi non sono coinvolti, essendo essi una Chiesa, ancorché scismatica ed eretica, ma pur sempre dotata della Successione Apostolica e di veri Sacramenti.
Ad essere equanimi, ci si potrebbe chiedere perché non siano le comunità luterane a fare un passo avanti, rinunciando alla menzione esplicita delle proprie convinzioni ereticali; ma è evidente che la finalità del cosiddetto dialogo ecumenico non è di convertire gli eretici, bensì di render tali anche i Cattolici; sicché non di dialogo si dovrebbe parlare, ma di monologo, in cui la Verità prima affermata fino al Concilio, poi taciuta nella liturgia riformata, ora è negata apertamente dalla setta bergogliana.
D'altra parte, la mutazione del Santo Sacrificio in una versione annacquata non è cosa recente: tutti i passi compiuti dagli eretici nel modificare il rito della Messa a proprio uso e consumo sono stati pedissequamente seguiti da quegli esperti che hanno, per stessa ammissione di Benedetto XVI, inventato a tavolino una liturgia in chiarissima e deliberata antitesi al venerando Rito Romano, di origine apostolica, invenzione chiarissimamente ammiccante ai fratelli separati. I quali, peraltro, non dovrebbero nemmeno esser chiamati fratelli, dal momento che non hanno per madre la Chiesa, e che per ciò stesso non possono aver Dio come Padre.
La celebrazione eucaristica che si sta preparando, anch'essa frutto in vitro di una commissione di sedicenti esperti - di cosa poi, se non di dissimulazione e inganno ai danni dei fedeli? - dovrà esser equivoca per sua stessa natura, dal momento che il Cattolico e l'eretico vi dovranno poter intendere le rispettive dottrine. E qui si giungerà al paradosso per cui l'adagio Lex orandi, lex credendi potrà essere applicato in virtù di una deliberata ambiguitas legis, dove appunto la norma della fede sia taciuta per consentirvi una generica adesione.
Sappiamo che ciò che costituisce l'essenza della Messa è il Sacrificio: la parte che lo precede è preparatoria, e quella che lo segue è di conclusione. Secondo la dottrina cattolica il Santo Sacrificio inizia con l'Offertorio e finisce con la consumazione delle Specie da parte del solo celebrante (Comunione), giacché la partecipazione alla Mensa Eucaristica da parte dei fedeli non è requisito essenziale. Nella vulgata conciliare, invece, vi sono una liturgia della Parola ed una liturgia eucaristica, che spesso vengono presentate come di pari dignità, almeno a giudicare dall'art. 7 dell'Institutio Generalis Missalis Romani (nella versione emendata del 1970):
[...] In effetti, alla celebrazione della messa, nella quale si perpetua il sacrificio della Croce, il Cristo è realmente presente nell'assemblea riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola e sostanzialmente e in maniera ininterrotta sotto le specie eucaristiche.
Quell'espressione realmente presente riferita indistintamente all'assemblea, al ministro, alla Parola di Dio ed alle Specie Eucaristiche fa sorgere non poche perplessità, perché orecchia la formula Presenza Reale che viceversa è propria del Santissimo Sacramento dell'Altare. Anche qui, come si vede, le basi erano state poste sin dal Concilio.
Ed anche la Comunione dei fedeli, nel rito riformato, è considerata quasi indispensabile, al punto che il Messale di Paolo VI prevede una Messa cum populo ed una sine populo, come se su ogni Messa non si inchinassero adoranti anche la Chiesa trionfante e quella purgante.
Ora, i Protestanti negano che la Messa sia un Sacrificio, e ne rifiutano le finalità di adorazione, di rendimento di grazie, di espiazione e di impetrazione. Quindi, tacendo le finalità della Messa per far loro un favore ecumenico, è come se le si negasse, rendendo praticamente invalido il rito per difetto d'intenzione. Giacché l'intenzione richiesta da parte del celebrante ai fini della validità è di fare ciò che comanda la Chiesa, e nel momento in cui interviene un'intenzione esplicitamente opposta, anche la volontà implicita viene meno.
Rimane evidente che il punto di disaccordo con i Protestanti - il Sacrificio, appunto - comporta l'impossibilità di avere una Messa che sia tale per i Cattolici e contemporaneamente non lo sia per gli acattolici. La soluzione ideata dal gruppo di lavoro è quindi una sorta di placebo: il Cattolico dovrà esser indotto a ritenere che quella sia una Messa, ed il Luterano che non lo sia. Così da accontentare tutti. Anzi: accontentando gli eretici, perché per loro quel monstrum non era prima e non sarà dopo una Messa. L'effetto placebo, alla fine, varrà solo per gli illusi della neo-chiesa che, a furia di distinguo e di sofismi, si arrampicheranno sugli specchi come fecero quarant'anni or sono col Novus Ordo. Anche allora, se ricordate, l'oscuramento dottrinale era talmente palese, da suscitar scandalo nei Cardinali autori del Breve esame critico. Eppure vi fu chi non si peritò di scriver libelli in cui perorava la liceità di quell'orrore indecoroso approvato da Paolo VI, del quale si dovette correggere la ricetta - per usare una metafora - dopo aver sulla base di quella preparato una pietanza avvelenata. Buon senso avrebbe richiesto che si dovesse por mano anche al risultato, ma ciò avrebbe rappresentato una sconfitta per i Novatori ed un ritorno alla Messa di transizione, cosa che ovviamente non avvenne.
In ogni caso, pare che l'unico modo di render digeribile questo rito ecumenico ai fratelli separati, sia di far sì che le parole della Consacrazione spariscano o siano modificate in modo da toglier loro qualsiasi anche remota valenza di formula sacramentale. Quella che i modernisti chiamano con disprezzo formula magica, come facevano appunto i Protestanti ai loro tempi.
L'ipotesi più probabile è che si rendano le parole di Nostro Signore come parte integrante di una narrazione, privata di qualsiasi segno esterno che dia loro un valore sacramentale. Senza andare a pescare l'Anafora nestoriana di Addai e Mari, a mio parere si dovrà semplicemente eliminare la genuflessione dopo l'Elevazione, e forse anche l'Elevazione stessa. Prassi, questa, che pare invalsa in quel di Santa Marta, dove il Sedicente non piega il ginocchio se non per lavare i piedi ai maomettani o ai galeotti.
Va precisato che la forma narrativa del nuovo rito ecumenico – che ricalca la Cena luterana – sarebbe solo un perfezionamento di quanto già avvenuto col Novus Ordo, il quale ha modificato anche la punteggiatura del Messale precedente, facendo sì che le parole della Consacrazione venissero a fare un tutt'uno con la narrazione dell'Ultima Cena.
Nel Messale tridentino, infatti, dopo il Qui pridie, viene evidenziata la separazione netta tra il racconto e il momento in cui il sacerdote, inchinato profondamente sull'Ostia prima e sul Calice poi, pronunzia lentamente e con devozione le parole della Consacrazione. Egli genuflette immediatamente dopo di esse, poi eleva le Specie, genuflette nuovamente e prosegue il Canone con l'Unde et memores. E si noti che il celebrante non racconta l'Ultima Cena, ma ripete anche con i gesti ciò che fece Cristo.
Nel rito riformato, invece, non vi è separazione netta tra la narrazione e le parole della Consacrazione, ed è omessa la genuflessione che precede l'Elevazione, quasi che la Presenza Reale di Nostro Signore avvenisse in virtù dell'ostensione ai fedeli, esattamente come accade nella Cena luterana.
E non basta. Nel Messale tridentino, l'esclamazione Mysterium fidei è inclusa nelle parole della Consacrazione del Vino, mentre nel rito riformato - proprio come in quello protestante - esse sono spostate dopo la narrazione della Cena, e il popolo risponde con l'acclamazione Annunciamo la tua morte, Signore, oppure Ogni volta che mangiamo ecc., seguendo anche in questo il rito che secoli prima si erano inventati gli eretici.
E' quindi da rilevare che già adesso, con il rito di Paolo VI, un Protestante può bellamente celebrare la Santa Cena usando il Messale in vigore, e che per compiere l'opera saranno sufficienti lievi modifiche gestuali o al massimo testuali, che verranno appena percepite dai fedeli, ormai abituati a tanti e tali cambiamenti arbitrari da non farvi più caso. E non sono io ad affermarlo: l'hanno confermato numerosi pastori evangelici che, sin dalla promulgazione del Novus Ordo, hanno tranquillamente ammesso che da quel momento - e solo da quello, si badi bene - era per loro possibile usare il nostro Messale per celebrare i loro riti.
Se poi vi dovesse essere una sostanziale variazione delle parole della Consacrazione, è probabile che almeno nella fase iniziale venga lasciata libertà di usare la formula consacratoria attuale, ch'è più che equivoca di per sé, senza bisogno di aggiunte o glosse.
L'uso della celebrazione interreligiosa si diffonderà col pretesto di sopperire alla mancanza di sacerdoti e di accorpare le comunità di una stessa zona, a prescindere dalla loro confessione. Una prospettiva agghiacciante, ma che in vista di un’ulteriore decremento del Clero e dei fedeli rivela l’astuzia dei gerarchi della neo-chiesa.
Si finirà poi col delegare ai pastori protestanti la celebrazione di un’unica Cena, senza la presenza di un sacerdote cattolico, o col permettere ai Cattolici di assolvere al precetto festivo assistendo alla Cena luterana, come avviene già ora con i riti degli Ortodossi e – più recentemente – con quelli della Fraternità San Pio X.
Faccio qui notare che, a mio parere, la presunta benevolenza mostrata da Bergoglio e da altri esponenti della Gerarchia attuale nei confronti della Fraternità può rivelarsi un'arma a doppio taglio: se infatti si consente ai fedeli cattolici di assistere alla Messa e ricevere i Sacramenti da una comunità che viene ufficialmente tutt'ora considerata scismatica - senza entrar nel merito della validità di tale giudizio, sia chiaro -, al tempo stesso si crea il precedente perché analoga deroga sia concessa, in determinate circostanze, anche ai ministri e ai seguaci di altre chiese scismatiche, tanto più che lo stesso Sedicente non fa mistero di considerar chiese vere e proprie anche le comunità prive del Sacerdozio ministeriale, come appunto le sette protestanti. Analogamente, il prospettato accordo dottrinale senza condizioni attualmente in stand by non è proprio senza condizioni, dal momento che implica il postulato che la materia dottrinale possa esser accantonata, in nome dell'unità, e questo può valere per la Fraternità solo come premessa ad altri accordi senza condizione con gli eretici e gli scismatici.
E questa osservazione vale non solo per la Fraternità San Pio X - che per onestà occorre riconoscere alquanto tiepida verso le profferte bergogliane, se non nei suoi vertici, quantomeno nei suoi membri - ma anche e soprattutto per gli entusiasti del Summorum Pontificum, i quali cadono nella trappola loro tesa, proprio nel momento in cui riconoscono al Sedicente l'autorità apostolica nel lasciar sopravvivere le comunità conservatrici. Poiché se egli ha la potestà di conceder tolleranza ai tradizionalisti, non si vede perché non dovrebbe averla quando agisce analogamente in favore di altri gruppi di opposto sentire. O quando, ad un certo punto, dovesse abolire il Summorum Pontificum, come già si ventila da più parti.
Non a caso, nel numero dei critici dell'attuale inquilino di Santa Marta non si possono certo annoverare esponenti degli istituti conservatori, dalla Fraternità San Pietro all'Istituto del Buon Pastore, dai Canonici di Cristo Re ai monaci di Fontgombault, i quali mantengono un basso profilo e tacciono prudentemente dinanzi alle iniziative di Roma, ben consci che se dovessero metterglisi contro avrebbero i giorni contati.
Ed è pur vero che le perplessità di Andrea Grillo sull'ἅπαξ rappresentato dal Motu Proprio rispetto allo spirito conciliare hanno una loro ragionevolezza, dal momento che la legittimazione postuma della liturgia tradizionale pare irragionevole, poiché mette in luce l'insanabile eterogenesi dei fini delle due forme di celebrazione, l'una protesa a Dio in senso trascendente, l'altra prona in un'immanenza che si contenta di lusingare la comunità.
Tra l'altro, il ricatto insito nell'accettazione del Summorum Pontificum è evidente, soprattutto ora: esso concede tolleranza ad una forma straordinaria del Rito romano a patto che si riconosca completa legittimità alla sua versione imbastardita, detta ordinaria. Cosicché chi pretendesse di abolire o limitare questa, vedrebbe venir meno per ciò stesso le ragioni che hanno autorizzato in deroga la riesumazione di quella.
In pratica, la piège innescata dal Motu Proprio è perfettamente coerente con la volontà di una convivenza degli opposti, tipica della mentalità conciliare hegeliana, per la quale il bene può esser accettato come male minore solo se esso riconosce pari diritti a ciò che gli si oppone.
Coerenza vorrebbe che i veri Cattolici rifiutassero con sdegno tale mentalità, preferendo le catacombe e la persecuzione ad una legittimazione che ripugna a chi non può ammettere la convivenza di bene e male. Ricordiamo che Giuliano l'Apostata, nel ripristinare i culti pagani, inizialmente concesse pari diritti alla vera Religione e a quelle false, salvo poi perseguitare i Cristiani che non potevano veder parificato il vero Dio agli idoli. Se anch'essi si fossero accontentati della tolleranza, sarebbero scomparsi nel pantheon romano, proprio come sono destinati all'estinzione i Cattolici di oggi. I quali, per l'esiguità del loro numero e lo scarsissimo appoggio da parte della Gerarchia, paiono più che altro objets de curiosité da confinare nella wunderkammer conciliare, che non soldati di Cristo pronti a dar la vita per il loro Re.
Quanto ai semplici fedeli, nel momento in cui li si abitua all'idea che anche i sacerdoti possono sposarsi introducendo i viri probati e che vi possono essere donne ammesse agli Ordini con le diaconesse - sempre con la solita ridicola farsa ad experimentum - non sarà difficile che siano essi confusi tra chi è cattolico e chi non lo è, visto che nella predicazione e nella liturgia le differenze saranno praticamente indistinguibili. E visto che ormai siamo abituati a veder Papi e Cardinali e Vescovi celebrare funzioni assieme agli Anglicani, ai Luterani, ai Valdesi e via elencando, non certo da oggi.
Questo ovviamente è ciò che, umanamente parlando, si può ipotizzare sulla base dell'attuale trend sempre più esplicito della neo-chiesa.






